Feuilleton pornographique

Questo blog è nato con la pubblicazione a puntate della mia graphic novel “I.”, edita da Nottetempo nel 2011. Come nei classici Feuilletton,  il contributo dei lettori ha influito nella creazione dell’opera e ha reso la gestazione più appassionante. Negli ultimi tempi capita che io abbia una storia in testa e pochi stimoli per raccontarla. Eppure la storia resta lì, e devo liberarmene in qualche modo. La racconterò qua, con una periodicità dignitosa e sperando che piaccia ad alcuni di voi.

In breve: Si narra la vicenda di due fratelli, per la precisione un fratello e una sorella, di nome  rispettivamente Claude e Claude. Entrambi lavorano nell’industria pornografica, in ruoli diversi e con scopi opposti. A raccontare la loro storia sarà Frank Spiegelmann, produttore, proprietario della “Perverse Angels” e uomo fondamentalmente orrendo. Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della casa di produzione. Non è un racconto erotico – se a leggerlo non è un pervertito.

Qualcuno potrebbe riconoscere in qualche personaggio qualcun altro, ma sarà un caso: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Premessa dell’autore.

...avrebbero trascinato con me persino il palazzo in cui mi trovavo, l’orgoglio architettonico della città di B...; il più alto, con i suoi ottantotto piani scintillanti - tutti miei.

Lo capii nel preciso istante in cui siglai il contratto; quella diabolica firma sanciva la fine del mio impero. Intuii da subito che le forze infernali di quell’accordo non si sarebbero limitate alla mia capitolazione, ma avrebbero trascinato con me persino il palazzo in cui mi trovavo, l’orgoglio architettonico della città di B…; il più alto, con i suoi ottantotto piani scintillanti – tutti miei.

Eppure, anche il franare di settemila tonnellate di acciaio e cemento sarebbe stato ben poca cosa di fronte al resto. Erano in gioco la scomparsa della morale, l’annichilimento dei parametri estetici, la distruzione di ogni residuo di salute che mantiene in piedi la nostra epoca disgraziata. Sempre che si possa chiamare salute! Una lamentosa, inane consapevolezza della malattia che ci affligge. La mia firma equivalse a un ultimo, definitivo calcio al nostro granello di terra rotante, un colpo che lo avrebbe scagliato nel buco più profondo dell’universo, oltre l’intestino cieco del vuoto. Lo stonato concerto delle stringhe cosmiche sarebbe terminato così, con un lungo fischio d’indignazione. Assieme al nostro sarebbero collassati tutti gli altri mondi, pieni di leggi strampalate e colori invisibili.

Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato; eccedere in fondo è parte integrante del mio lavoro. Per questo e altri motivi è meglio che io mi ritragga, soprattutto in considerazione del ruolo insignificante che rivesto in questa vicenda. Vi parlo, infatti, in veste di comparsa, deus ex machina o diabolus ins machina – lo vedremo presto. Non lasciatevi esacerbare delle mie parole; so di essere spiacevole e ogni mia sillaba rischia di irritarvi ulteriormente. Se mi vedeste poi! Smettereste di leggere. Scompaio dunque, e cedo il posto a quel che ho da dire a proposito di Claude.

1. Il migliore.

Non è un racconto erotico – se a leggerlo non è un pervertito.

Claude era il miglior regista di pellicole per adulti del mondo.

A vederlo non si direbbe; per un lavoro del genere ci si aspetta una fisionomia di un pazzo, un genio o tutt’al più un porco. Non che sia facile trovarne, di conformazioni così particolari; i volti che si associano a questo genere di persone sono una grottesca carrellata di maschere, buone solo a caricaturare un singolo aspetto dell’animo umano. Per contenere la sterminata vastità della follia e dell’erotismo è necessario un volto ben più ambiguo e complesso.

Non credo comunque che Claude avesse il physique du rol. Era un uomo sottile, di media altezza, sui trentotto anni circa. Non era né bello né brutto, non perché fosse insipido; semplicemente era in grado di essere alternativamente entrambe le cose – ne ignoro il motivo. Gli occhi erano la sua parte migliore; chiari e attenti, gli illuminavano il viso di una varietà di verde, o di marrone, o forse di giallo… insomma, di una tonalità irrisolta, fastidiosa ai daltonici. Il modo in cui muoveva la faccia invece, riusciva davvero sgradevole. Era un groviglio di pieghe accartocciate l’una sull’altra, che esplodeva senza preavviso in un flusso di espressioni, troppo marcate e poco chiare. A essere sincero, tra le forme che assumeva, capitava che apparisse, come un ospite inatteso, il volto di un pazzo, di un genio e di un porco. Tendenzialmente però, sembrava un uomo piuttosto mite.

«un tormentato situazionista»

Originario del F…, si trasferì a B… per motivi di studio. A quanto ebbi modo di scoprire, la famiglia aveva un’ottima opinione delle sue capacità, e fece molti sacrifici per permettergli gli studi presso l’allora prestigiosa università di B… . Non so di cosa si occupasse il padre, ma rammento una sua foto; aveva l’aria di un uomo robusto, ciarliero, col volto rubicondo e il sorriso genuino. Claude mi disse di lui che pur non essendo colto, accompagnava alla passione per le belle donne un sincero interesse per la politica, tanto da professarsi spesso «l’unico vero anarchico». A volte, specie se era in buona, si autoproclamava «l’ultimo comunista», mentre altre volte, specie se voleva far colpo, si spingeva a definirsi «un tormentato situazionista».

...ma a tal punto frigida da «lasciare un’eco di unghie sulla lavagna ogniqualvolta si avvicinava alla carne»

Claude scherzava spesso sulle stranezze del padre, e si adombrava solo se la conversazione incappava in un qualche aneddoto che tirava in ballo una delle sue molteplici amanti. La madre d’altro canto, era una controparte inusuale per un uomo così energico. Si chiamava Marie, era dieci anni più giovane e di bell’aspetto, ma a tal punto frigida da «lasciare un’eco di unghie sulla lavagna ogniqualvolta si avvicinava alla carne», così almeno nelle parole del figlio. Vestiva con sobria eleganza, indossava lunghe gonne nere e manicotti marrone, in tinta coi lunghi capelli castani, raccolti in una crocchia ben curata. Poco dopo gli studi occupò un posto come impiegata presso l’ufficio brevetti, e fu lì che  conobbe il padre di Claude. Egli si era presentato al suo sportello per registrare un bislacco marchingegno di sua invenzione (Claude si limitò a dire che sembrava un tubo ben oliato) e, adocchiata la ragazza, attaccò immediatamente bottone. Il brevetto non andò a buon fine, ma la fiumana di parole con cui la investì incontrò una resistenza piuttosto debole, tanto che più tardi, nella stanza d’albergo dove trascorsero la notte, l’uomo non riuscì a ricordare se lei gli avesse detto di sì o di no. Anzi, non riuscì nemmeno a stabilire se avesse detto alcunché.

In effetti, Marie parlava poco, e i suoi pareri al massimo della loro energia si declinavano in espressioni come «Per l’amor di Dio!». Esclamazioni che, a detta del figlio, nascondevano anche una malcelata fede religiosa. Quanto fosse sincera, Claude non seppe dirmelo; era sua opinione che il rito segreto di biascicare una preghiera prima di coricarsi avesse per la madre lo stesso valore di espletare il proprio dovere coniugale, quando il padre le ingiungeva di spogliarsi, e «Prepararsi a esser felice».

«Sai cosa mi domando?» mi disse una volta, in un particolare eccesso di confidenza.

«Mi chiedo che cosa dicesse mia madre in quella sua strana testolina, mentre pregava o… altro» esitò un attimo, per lasciarmi intendere l’ “altro”.

Poi aggiunse: «L’unica cosa di cui sono certo è che fosse la stessa cosa».

«Tipo?» gli chiesi.

«Tipo: “sbrigati”», rispose lui con un sorriso.

Non indagai oltre, e fatta eccezione di alcune rare occasioni neanche Claude mi parlò nuovamente della madre, o alla sua vita a F… . Non sembrava ch’egli nascondesse alcun trauma, la sua era piuttosto una naturale forma di riservatezza. Ovviamente questo accadde ben prima dell’arrivo a B… della sorella, che cambiò in breve tutte le carte in gioco – ma non precorriamo i tempi. Quando Claude si presentò presso la Perverse Angels, la società che possiedo e dove mi trovo adesso, aveva finito i suoi studi da circa due anni. Ho ancora la lettera che ci scrisse undici anni or sono:

Gentile Perverse Angels,

Mi chiamo Claude S., ho ventisette anni, vivo a B… da circa sei anni. Mi sono da poco specializzato in etc etc presso etc etc conseguendo ottimi risultati etc etc. Mi reputo in grado, dopo un breve periodo di apprendistato, di realizzare per la Vostra azienda il miglior filmato pornografico mai realizzato. Non parlo di un oggetto “più eccitante” e nemmeno “più bello”, ma di un lavoro che trascenderà a tal punto ogni produzione, vostra come della concorrenza, da diventare inevitabilmente qualcos’altro. Che cosa non lo so, e a dire il vero non so nemmeno se sarà vendibile. Intendo comunque scoprirlo, se sarete così gentili da fornirmi i mezzi per farlo.

In attesa di una Vostra cortese risposta, Vi porgo i miei più cordiali saluti,

Claude S.

...Mi reputo in grado, dopo un breve periodo di apprendistato, di realizzare per la Vostra azienda il miglior filmato pornografico mai realizzato...

Non fu tanto la modestia mista a presunzione che mi convinse, né tantomeno quella sciocca pretesa. Fu l’uso dell’ etc etc al posto delle referenze a incuriosirmi, tanto che acconsentii a chiamarlo per un colloquio. Ovviamente non fui io a tenerlo, ma seppi che il ragazzo si dimostrò sveglio e capace, e dunque lo assumemmo in prova. Non fu un errore, perlomeno non ancora; una volta superato l’imbarazzo nel lavorare a contatto con attrici e attori nudi, e abituatosi ai trucchi del mestiere, Claude si dimostrò un ottimo acquisto per la compagnia. I suoi filmati avevano qualcosa in più che non saprei descrivere, ma che trovava un notevole riscontro nelle vendite. Nel nostro settore è noto che o si crea un prodotto per il pubblico maschile (etero o omosessuale) o per il pubblico femminile. La scelta è semplice, giacché il primo rappresenta l’85% del totale; eppure quel 15% perso non è mai andato giù a nessun produttore – si tratta pur sempre di milioni.

Bene, Claude non solo riuscì a includere questa fetta minoritaria, ma aumentò considerevolmente il successo anche nell’altra porzione di mercato. Non solo; i suoi filmati sembravano evitare le numerose – e fondatissime – polemiche delle femministe, che si scagliavano periodicamente contro il nostro lavoro. Ignoro come facesse; i migliori produttori non fruiscono dei loro prodotti così come i più grandi spacciatori rifiutano l’utilizzo di droghe. Naturalmente ho visto ogni suo film, eppure tutto quel che posso dire è che erano forse un po’ più eccitanti degli altri. Dove fosse la magia lo ignoro, e in cosa fossero “meno svilenti” per la donna… questo poi era un mistero assoluto. Probabilmente perché riuscivano a stuzzicare anche le fantasie femminili, accaparrandosi così una sorta di “tacito consenso” rispetto a quel che si svolgeva nel video; come a dire, «Fai pure, finché siamo noi al comando».

In ogni caso credo che un ruolo prioritario nella creazione di questa portentosa alchimia fosse il rapporto che Claude aveva con la sessualità: un apparente e completo disinteresse. Egli somigliava a uno di quei commentatori sportivi che conoscono ogni segreto del gioco, ma non hanno mai preso una palla in mano, quasi si trattasse di due cose inconciliabili. Dal canto mio non me ne preoccupavo; mi faceva fare soldi, non aveva pretese e, fintanto che gli si lasciasse completa libertà, non minacciò mai di passare alla concorrenza. Almeno otto dei piani della Perverse Angels li devo a lui, e per quanto non conceda mai nulla per nulla, non sono nemmeno un ingrato. Claude mi faceva fare denaro, e questo mi bastava; perlomeno mi bastò finché non mi addentrai più a fondo nella sua vita privata.

(continua…)

Prossimo episodio: “2. Un’infanzia difficile”

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