Feuilleton pornographique (7) – Eva Bolena

In “Feuilleton pornographique” si narra a episodi la vicenda di due fratelli, per la precisione di un fratello e una sorella, di nome  rispettivamente Claude e Claude. Entrambi lavorano nell’industria pornografica, in ruoli diversi e con scopi opposti. A raccontare la loro storia sarà Frank Spiegelmann, produttore, proprietario della “Perverse Angels” e uomo fondamentalmente orrendo. Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della casa di produzione. Non è un racconto erotico – se a leggerlo non è un pervertito.

Qualcuno potrebbe riconoscere in qualche personaggio qualcun altro, ma sarà un caso: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Episodi precedenti: Premessa dell’autore • 1. Il migliore • 2. Un’infanzia qualunque. • 3. Un increscioso incidente segna l’inizio di una fulgida carriera • 4. Nell’occhio del Beholder. • 5. Claude e Claude. • 6. Scene da un matrimonio

7. Eva Bolena.

una gang bang con più di venti attori, tutti molto più vecchi di lei, perché «devono essere esperti»

un uomo famoso, oltre che per le notevoli doti, per un appetito sessuale insaziabile, selvaggio, al limite della ferocia

Com’era prevedibile, scritturammo Claude, che dopo pochi giorni fu pronta a prendere parte al suo primo film, uno degli episodi principali di Debutantes vol.3.

Appena si presentò sul set dimostrò una tale freschezza e confidenza che nessuno si sarebbe immaginato che la sera precedente non avesse dormito, in preda all’agitazione. Tempo dopo mi confessò che non riuscì a chiudere occhio, e passò la notte a immaginare ogni possibile scenario, «per non avere sorprese», queste le sue parole. Non ho motivo di dubitare della sua sincerità, ma di certo nessuno avrebbe creduto che fosse stanca; la sua performance fu a dir poco sconvolgente. Già la richiesta era inusuale, soprattutto per un’esordiente: una gang bang con più di venti attori, tutti molto più vecchi di lei, perché «devono essere esperti». Come se non bastasse, chiese che il protagonista fosse Mauro Tagliabove, uno dei più celebri porno attori del momento; un uomo famoso, oltre che per le notevoli doti, per un appetito sessuale insaziabile, selvaggio, al limite della ferocia. Le attrici che chiesero di lavorare con lui, forse in cerca di facile fama, ebbero sempre a pentirsene, e più d’una si ritirò dalle scene ancor prima di concludere il girato. Mauro, che tra le altre cose si distingueva per il rifiuto dello pseudonimo, non era fisicamente all’altezza della sua crudele fama. Non dico fosse mingherlino, era un anzi uomo alto e robusto, ma non particolarmente, perlomeno rispetto alle bestie da soma che pullulano nel nostro settore. Il viso, non brutto in verità, e tutt’altro che scemo, era quasi rassicurante, con un sorriso affabile e dei lineamenti beneducati. Bastava però che ci fosse una donna nei paraggi – graziosa, o anche solo passabile – ch’egli si deformasse in un orribile satiro: il sorriso diveniva un taglio lascivo e lo sguardo s’incastrava sotto i vestiti della malcapitata. Claude comunque non sentì storie: voleva che la clip finisse con Tagliabove. Dopo una simile presentazione, è facile immaginare cosa significasse per un’attrice terminare una scena iniziata in compagnia di diciannove uomini con un individuo come Mauro, eppure la donna superò le aspettative.

Chi crede ch’io sia un porco si stupirebbe per il mio glissare sul filmato in se e per sé – ma non voglio distrarmi dai miei scopi. Basti sapere che l’energia della ragazza sfiancò quei diciannove stalloni, e le cose che gridava loro riuscirono persino a generare un certo imbarazzo, tanto che Derrick Fire, un professionista con più di sei anni di esperienza e oltre trecento filmati alle spalle, ebbe per la prima volta dei… piccoli problemi. Ma torniamo a Tagliabove; ricordo perfettamente l’espressione del suo volto quando si avvicinò a Claude; lui era nudo, lei riversa sul pavimento, e lo apostrofò così: «Mollami un pugno nello stomaco, coglione». Ammetto che per un attimo si temette il peggio, ma Tagliabove seppe trattenersi, e si limitò a fare il suo lavoro, nel più terribile dei modi. Una volta conclusa la scena – e ci volle del tempo – l’uomo si allontanò dal set senza una parola, rinunciando alle abituali spacconate e congedandosi col regista solo con: «Questa ragazzina è pazza, non dovrebbe lavorare».

Claude invece era entusiasta; «Allora come sono andata?» chiese con un sorriso, ancor prima di fare una doccia o rivestirsi.

«Benissimo direi» le rispose il regista, tale Luis K.

L’uomo non seppe risponderle, indeciso tra il mandarla al diavolo e mettersi a piangere

«L’ultima scena» aggiunse la ragazza «quella con Tagliabove; lì avrei preferito qualcosa di più spinto. Capisco la stanchezza, ma la conclusione doveva essere all’altezza dell’inizio, o l’iperbole crolla. Comunque sono abbastanza soddisfatta» concluse, mentre si avvolse con un asciugamano e si pulì frettolosamente. L’uomo non seppe risponderle, indeciso tra il mandarla al diavolo e mettersi a piangere; come ho già detto Claude non aveva il dono della simpatia, e per passar oltre il regista preferì cambiare argomento.

«Non abbiamo ancora deciso il tuo nome d’arte» le disse «Hai qualche idea?».

«Pensavo ad “Anna Bolena”» propose lei.

«Carino, ma non possiamo usare nomi già esistenti. È il personaggio di un film, giusto?»

«Anche. Era regina d’Inghilterra»

«Ok vediamo come cambiarlo… che ne dici di “Anal Bolena”?»

«Preferirei una cosa più sobria. “Eva Bolena”? È un misto di Anna Bolena ed Eva, sai, quella del giardino»

«Il giardino?»

«Intendo l’Eden»

che ne dici di “Anal Bolena”?

L’uomo tagliò corto: «Bene. Vada per Eva Bolena» poi si rivolse ai presenti e aggiunse, ad alta voce: «Signori e signore, un bell’applauso; oggi è nata “Eva Bolena!”» e così dicendo alzò un braccio a Claude, che, presa alla sprovvista, lasciò cadere inavvertitamente l’asciugamano. La donna finì nuda ancora una volta, col braccio in alto, sporca e sudata, in viso il sorriso inebetito di un pugile dopo la vittoria. Con quest’applauso nacque Eva Bolena; anch’io mi abituerò a chiamarla così, sia per evitare confusioni col fratello (devo ancora spiegare la storia dei nomi) sia perché tutti, amici e nemici, cominciarono a chiamarla Eva – eccetto Claude ovviamente.

Il fratello non vide il filmato, come d’altronde nessuno degli innumerevoli altri che interpretò Eva in futuro. Questo non vuol dire che trascurò la sorella; appena la donna uscì dalla doccia con cui concluse il debutto, coi capelli ancora bagnati e indosso mutande e canottiera, lo trovò nella sala semibuia, sulla poltroncina del regista, rimasta vuota da un’ora.

«Che ci fai qua al buio? Tutti se ne vanno e tu arrivi?» gli disse lei con un sorriso, mentre si asciugava i capelli frizionando la testa con l’asciugamano.

«Come sempre.» disse lui, e aggiunse «com’è andata allora?»

«Non hai visto il girato?» chiese la donna.

«No»

«Pensavo che fossi un professionista. I tuoi consigli mi sarebbero utili».

«Non ti pare di esagerare?» la rimbrottò lui.

«Scherzavo, scemo» rimase un po’ assente, con gli occhi rivolti verso l’alto «Anche se in realtà… che male ci sarebbe?» si sedette per terra vicino al fratello, e si avvolse l’asciugamano attorno alla testa.

«È andata bene, comunque» gli disse, prima che il fratello potesse ribattere. «Mi pare di aver fatto un buon lavoro».

«Ho parlato con il regista» disse l’uomo «Mi ha detto che non aveva mai visto nulla del genere»

«È un complimento?» disse lei.

«Direi di sì, in quest’ambiente è difficile stupire. Ha anche aggiunto che “si vede che sei mia sorella”».

«Anche questo è un complimento?»

«Dipende»

«Sono contenta comunque. Mi hanno già proposto altri film.»

«Bravissima. Avrei mille consigli da darti, ma credo tu li sappia già; sei diversa dalle ragazze che girano qua».

«Anche da Mindy?»

«Soprattutto da Mindy, ma non era quello che intendevo.»

«Come l’ha presa?»

«Si abituerà all’idea» disse l’uomo. Per un attimo ebbe la tentazione di chiederle delucidazioni sull’episodio del matrimonio, di cui stranamente non avevano mai parlato, ma prima che riuscisse a trovare il coraggio –  o la voglia – Eva lo interruppe.

«Sarebbe bello fare una scena con lei, ha un’ottima reputazione. E poi è così bella».

«Esageri ancora».

«No, scherzo ancora» disse lei con un sorriso, e diede una spintarella alle spalle di Claude. Poi aggiunse «Mi sbrigo, sono stanca e voglio tornare a casa» e si diresse verso il divano, dov’erano appoggiati i vestiti.

«Claudine…» disse lui, alzandosi dalla sedia.

«Sì?»

L’uomo rimase fermo per un secondo, la figura eretta, immersa nell’ombra, sembrava quella di uno spettro di un’epoca mai esistita.

«…nulla. Te lo dirò domani, adesso vai a riposarti.»

«Ok. Ciao Claude»

«Ciao»

chi fosse entrato nella sua camera pochi minuti dopo, avrebbe visto una bambina accucciata sotto le coperte, sconfitta dal peso di un sonno silenzioso.

Una volta tornata nel modesto appartamento al decimo piano, che le concessi per via dell’intercessione di Claude, Eva si sdraiò sul divanetto, lasciando cadere la testa sullo schienale. Con lo sguardo puntato sul soffitto, la donna si soffermò sulle crepe che venavano l’intonaco, simili alle prime rughe di un giovane volto. Si alzò e si sfilò con calma i pantaloni, il golf, la camicia, la canottiera. Non indossando reggiseno, scoprì il seno, poi si levò le mutande, fino a restare nuda, in piedi. Si spostò nel piccolo bagno e si guardò allo specchio, dalla testa ai piedi. Il suo corpo era un robusto fascio di muscoli, atletici, ben fasciati nella pelle chiara, liscia e tesa. Sotto la debole luce delle lampade, il nero della sua nudità, parzialmente rasata, sembrava un foro incolmabile nel giovane corpo. Si guardò negli occhi calmi, poi torse la schiena in modo da potersi vedere alle spalle, e posò lo sguardo sul fondoschiena. Lo accarezzò, strinse la pelle, alla ricerca di pieghe o imperfezioni, senza trovarne. Eva non considerava il corpo parte di sé, ma un’arma, una lama affiliata che le avevano dato in dono. Per quanto tempo ancora avrebbe potuto usarla? Sarebbe invecchiata prima di rendersene conto, e l’invincibilità che le fremeva sotto la pelle avrebbe ceduto il posto a una più verosimile fragilità. Come sarebbe stato rivedere una propria performance tra dieci, venti, trent’anni? Avrebbe di certo odiato la giovane che non era più – che non aveva più. Strinse i denti; non voleva, non poteva invecchiare! Claude era Eva, uno strumento indistruttibile, potente, bellissimo; lasciate che diventi un ago sottile, scagliato contro l’occhio di Dio, per accecarlo, perforarlo e sostituirlo. Non fermate la sua corsa, non prima che vi abbia raggiunto: guardate la direzione che prende una volta che vi avrà travolto, e solo allora sarete liberi di combatterla – o arrendervi. Così pensava; ma chi fosse entrato nella sua camera pochi minuti dopo, avrebbe visto una bambina accucciata sotto le coperte, sconfitta dal peso di un sonno silenzioso.

 Prossimo episodio: Inviti dall’alto e dall’altissimo

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