Feuilleton pornographique (5) – Claude e Claude

In “Feuilleton pornographique” si narra a episodi la vicenda di due fratelli, per la precisione di un fratello e una sorella, di nome  rispettivamente Claude e Claude. Entrambi lavorano nell’industria pornografica, in ruoli diversi e con scopi opposti. A raccontare la loro storia sarà Frank Spiegelmann, produttore, proprietario della “Perverse Angels” e uomo fondamentalmente orrendo. Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della casa di produzione. Non è un racconto erotico – se a leggerlo non è un pervertito.

Qualcuno potrebbe riconoscere in qualche personaggio qualcun altro, ma sarà un caso: ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Episodi precedenti: Premessa dell’autore • 1. Il migliore • 2. Un’infanzia qualunque. • 3. Un increscioso incidente segna l’inizio di una fulgida carrier • 4. Nell’occhio del Beholder.

5. Claude e Claude.

Lì accavallò le gambe con grazia e lo guardò con la consueta espressione sfrontata.

Senza aspettare un invito da parte sua, la sorella si mise comoda e prese posto sul divanetto di pelle di fronte alla scrivania. Lì accavallò le gambe con grazia e lo guardò con la consueta espressione sfrontata. Claude, che la conosceva da venticinque anni, sapeva bene che quella spavalderia era più che altro l’effetto che il viso inespressivo provocava in chiunque avesse davanti. Come tutte le apparenze reiterate però, con gli anni la sbruffoneria si fece realtà, e scalzò lentamente ciò che un tempo era forse riservatezza. Nonostante la familiarità, davanti allo sguardo fintamente assente della donna, egli provava ancora un senso di disagio, o per meglio dire di fastidio, come se una finestra apertasi all’improvviso avesse lasciato entrare una gelida folata di vento.

«Ciao Claude» le disse «Non mi aspettavo di vederti… non in questi termini almeno».

La sorella non diede segno di virare lo sguardo, e il silenzio imbarazzante lo costrinse a un’ulteriore esortazione: «Perché questa decisione?».

«Sarà un vizio di famiglia» rispose lei.

Voleva essere una frase spiritosa, ma come sempre ebbe l’effetto opposto. Qualunque parola lei accompagnasse con un sorriso, perdeva il potenziale comico per via del viso, in cui solo la bocca rideva, mentre gli occhi rimanevano immobili, sottili come un rettile. In molti suscitava disagio, eppure non era del tutto colpa sua; semplicemente ogni cosa sembrava complottare per condannarla a un fascino privo di simpatia. Accanto al fratello questa caratteristica strideva con forza; egli era infatti l’opposto, poteva dire qualunque aberrazione senza riuscire mai offensivo, e persino il più freddo degli insulti si trasformava nella sua bocca in un rabbuffo affettuoso. Solo i recenti accadimenti mi avvicinano alla comprensione di questa strana dote; il disprezzo che esternava con sproporzionata energia era sempre accompagnato da un altro odio, più sincero e profondo, ch’egli rivolgeva a se stesso. Davanti allo specchio, l’uomo era come un marito al cospetto della vecchia moglie; nonostante la stima e l’antica passione, ne era stufo, quasi schifato, per via del quotidiano reiterarsi di una corporeità cadente. Per questo dava la falsa impressione di avere un’opinione più alta dell’interlocutore che di sé, ispirando un’immediata simpatia.

«Ho qua la tua lettera» disse l’uomo, con in mano un foglio stampato di fresco. Iniziò a leggere:

"Questo, più un’ingordigia nei confronti di ogni tipo di perversione sessuale, m’incita a volermi mettere in gioco: il mio desiderio è diventare uno strumento che soddisfi le fantasie di chiunque..."

«M’interessa far parte dell’industria pornografica principalmente per un motivo: la maggior parte dei filmati che vedo sono noiosi. Le attrici che cercano di oltrepassare i limiti di quel che una donna è o deve essere a letto si contano sulla punta delle dita. Questo, più un’ingordigia nei confronti di ogni tipo di perversione sessuale, m’incita a volermi mettere in gioco: il mio desiderio è diventare uno strumento che soddisfi le fantasie di chiunque».

Fece una pausa, e aggiunse «Piuttosto convincente».

«È tutto vero» disse la donna.

«Anche questo è vero?» rispose il fratello, scorrendo il dito sul foglio «Nell’elenco delle “performance” hai barrato tutte le caselle, persino alcune che mettiamo lì quasi per scherzo. Non solo, ne hai persino aggiunta una. Con scritto, vediamo… “Sono disponibile a qualunque cosa sia legale. E a varie cose illegali, anche se non v’interessa.”»

«Un po’ retorico se vuoi. Volevo essere sicura che mi prendessero.»

«Prendiamo quasi chiunque, cambia solo come e per quanto. In ogni caso, ancora mi sfugge il motivo. Non pensavo t’interessasse questo ambiente».

«Sono cresciuta, Claude. E sono sempre stata curiosa».

«Lo so Claudine.» l’uso del nomignolo con cui la soprannominava da piccola alleggerì la tensione, e i toni si fecero affettuosi, nonostante il contenuto.

«Sei libera di fare quel che preferisci. Ma ti conosco abbastanza da sapere che c’è dell’altro – vorrei solo che fossi sincera».

«Sì, hai ragione» ammise la sorella «Non voglio fare la porno star a vita, che credi, so che è stupido. E impossibile. Credo però che sia il modo migliore per avere potere e fama da subito. Poi si vedrà».

«Dunque è questo che vuoi? Potere e fama?».

«È quel che vogliono tutti».

Il fratello si piegò in un’espressione lievemente sdegnata, tanto che la donna si sentì costretta ad aggiungere:

«Fai poco il moralista, che ti conosco. È quel che vuoi anche te»

«Sembra che tu non mi conosca affatto».

«Ti conosco benissimo invece. Meglio di quanto ti conosca tu stesso».

«È possibile; dall’interno le cose si vedono male. Anche dall’esterno però, quindi siamo pari».

«Che vuoi dire?»

«Non lo so. Forse che si può desiderare le stesse cose per motivi opposti.»

«Non sono qua per la tua filosofia, Claude» sbuffò lei «E poi speravo che ti facesse piacere lavorare vicino a me, almeno ci vedremo di più. Ti mancavo dunque così poco?»

«Il motivo!» sbottò la donna «È sempre così: dove non trovi un senso, cerchi sempre una causa. Ma cosa cambia, se ci si comporta allo stesso modo?»

«Le cose intangibili per te hanno uno scarso significato, ma per me è il contrario. Il non toccarle le rende in un certo qual modo più reali, più vivide. C’è più sostanza in quel che non riusciamo ad affermare o a negare che in tutto ciò che tocchiamo, possibile che non te ne renda conto?».

«Non sono qua per la tua filosofia, Claude» sbuffò lei «E poi speravo che ti facesse piacere lavorare vicino a me, almeno ci vedremo di più. Ti mancavo dunque così poco?»

Il tono affettuoso colpì Claude, nonostante sapesse che la sorella si era espressa così di proposito. Pensieri e sentimenti abitavano in lui come estranei confinati nello stesso appartamento, e intrattenevano rapporti di fredda cortesia. I confini della sua identità non erano solidi come quelli della sorella, e si può dire che soffrisse di una forte compartecipazione col prossimo, tanto che più gli era prossimo, più lo sentiva effettivamente vicino.

«Hai ragione» le disse «Mi hai preso alla sprovvista, ma sono contento. Perché non mi hai detto nulla? Ho una certa influenza qua dentro».

«Lo so, ma non volevo favoritismi né vincoli».

«Mi sembra giusto. Comunque, per quanto ovviamente non lavorerò con te, ti proporrò ai migliori».

«Dopo di te» disse lei.

«S’intende. Ma sono sicuro che otterrai quello che vuoi…».

«Stavi per dire “come sempre”?»

«Come ti auguro sia sempre, Claudine».

«…vieni qua che mi sei mancato!» rispose lei, e gli si gettò tra le braccia.

In quell’abbraccio il fratello rivide la goffa compostezza che aveva da bambina, i rari casi in cui si abbandonava alle effusioni.

In quell’abbraccio il fratello rivide la goffa compostezza che aveva da bambina, i rari casi in cui si abbandonava alle effusioni. Con gli anni la ragazza trasformò l’imbarazzo in carismatico distacco, ma egli preferiva a quell’atteggiamento il sincero impaccio che ne caratterizzò l’infanzia.

«Anche tu» disse lui, poi le passò una mano sulla guancia e aggiunse: «Da quanto sei a B…? Ce l’hai un posto dove stare?»

«Appena da due giorni. Per ora sto in albergo».

«Potevi avvertirmi. Ti farei stare da me ma sai, con Mindy… sentirò Spiegelmann piuttosto» (Spiegelmann sono io, Frank Spiegelmann) «Ti troverà una sistemazione nel Private Angels

«Grazie Claude» rispose la donna, poi lo salutò e uscì con un «Fammi sapere!».

Appena la sorella uscì dall’ufficio, Claude rimase immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto. Lo destò il residuo del familiare profumo della donna; scosse la testa cercando di ricordarne il nome, Laurent 6, Lolita, com’è che era… eppure a un qualche compleanno glielo aveva anche regalato. Si sedette sul divano. Gli era difficile cancellare l’impressione che l’impresa in cui si era imbarcata la sorella non gli avrebbe portato niente di buono, ma ancora non aveva ben chiaro se ne avrebbe avuto danno lui, lei o ambedue. In realtà quel che cercava in tutti i modi di negare era il fastidio nell’immaginarla in un filmato pornografico; gli dava il voltastomaco, e allo stesso tempo lo incuriosiva. Non avrebbe mai lavorato con lei, questo era ovvio, ma cosa sarebbe accaduto se per caso fosse incappato in un qualche suo film? L’ipotesi era molto probabile. Tra familiari il sesso è più di un tabù, è il naturale punto cieco che blocca una totale compenetrazione con l’altro. «Sono sempre stata curiosa» aveva detto; era vero, e in questo si assomigliavano. L’uomo respinse a fatica l’idea che la sorella avesse scelto la Private Angels per vedere l’effetto che avrebbe fatto su di lui. Ai suoi occhi era contemporaneamente Euridice e Persefone: non solo non doveva essere vista, ma spiava curiosa l’effetto del perverso divieto. Claude si alzò dal divano e si sistemò la giacca. Poteva essere così, ma poteva anche essere che lei avesse scelto la Private Angels solo perché era la più grande azienda del settore, e perché avrebbe tratto giovamento dal lavoro del fratello. In fondo lo aveva detto anche lei, voleva ottenere fama e potere. Anzi, potere e fama – prima di tutto il potere. L’uomo uscì dalla stanza, si era fatto tardi e si sarebbe diretto verso casa, nel proprio loft al settantesimo piano.

Mentre aspettava davanti alle porte dorate degli ascensori pensò a Mindy, che lo aspettava a casa. Spiegarle l’accaduto era la prima difficoltà che gli avrebbe causato quella visita inaspettata.

Prossimo episodio: Scene da un matrimonio

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