La rimozione della controversa statua del generale Lee di Richmond, in Virginia

La rimozione della controversa statua del generale Lee di Richmond, in Virginia

L’8 settembre a Richmond, la capitale della Virginia, è stata rimossa la statua equestre di Robert E. Lee, il generale che durante la Guerra civile americana comandava l’esercito sudista, quello degli stati favorevoli allo schiavismo. La statua, alta 6,4 metri, era uno dei principali monumenti contestati durante le proteste per l’omicidio di George Floyd dell’anno scorso per via del loro significato politico: era stata eretta nel 1890, nel periodo in cui furono introdotte le leggi di segregazione razziale (le cosiddette leggi Jim Crow), che istituzionalizzarono le discriminazioni verso i neri nonostante l’abolizione della schiavitù.

Il governatore della Virginia, il Democratico Ralph Northam, aveva annunciato la rimozione della statua più di un anno fa, dicendo: «In Virginia non si può più diffondere una versione falsa della storia e, nel 2020, onorare ancora un sistema che era basato sulla schiavitù. (…) Quella statua è stata lì per molto tempo. Ma era sbagliata allora ed è sbagliata adesso. Quindi la tireremo giù». La rimozione era stata ritardata a causa di due ricorsi presentati da alcuni cittadini di Richmond: la settimana scorsa la Corte Suprema della Virginia li ha rigettati. Il piedistallo della statua, alto 12 metri, rimarrà dove si trova finché non sarà realizzato un progetto per cambiare la zona in cui si trova, nel centro di Richmond.

Durante le proteste del 2020 la statua di Lee era stata vandalizzata, ma anche in precedenza c’erano state delle richieste per la sua rimozione, da parte dei progressisti e della comunità afroamericana. Ad esempio, se ne era parlato nel 2017, in occasione della manifestazione di Charlottesville, in cui un uomo in automobile aveva investito un gruppo di manifestanti che si opponevano a un raduno di estremisti di destra.

Le “luci telluriche” durante il terremoto in Messico, forse

Le "luci telluriche" durante il terremoto in Messico, forse

Nelle ultime ore stanno circolando sui social network i video di un fenomeno ottico molto raro avvenuto in Messico in seguito al terremoto di magnitudo 7.0 che ha interessato il paese nella notte tra martedì e mercoledì. Contemporaneamente e successivamente alla scossa, diverse persone di Città del Messico, a 370 km dall’epicentro, hanno notato in cielo bagliori di varie forme e colori.

Il fenomeno – ancora discusso e sul quale ci sono diverse teorie, che lasciano scettici vari esperti – è definito “luce tellurica”, e viene segnalato raramente. In generale, gli avvistamenti riguardano terremoti con magnitudo superiore a 5.0, con maggiori segnalazioni di notte, come è successo in Messico. Generalmente questi bagliori sono descritti come della durata di pochi secondi in concomitanza con i terremoti, ma in passato ci sono stati casi in cui le “luci telluriche” erano state segnalate diversi mesi prima (cosa che ha contribuito allo scetticismo da parte di alcuni).

Su quale sia la causa esatta di questi fenomeni non c’è una risposta chiara. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) un’ipotesi è la generazione di campi elettrici intensi per piezoelettricità, ovvero la capacità di alcuni materiali di mostrare una tensione elettrica tra gli estremi quando sono sottoposti a una pressione. In questo caso il fenomeno riguarderebbe i movimenti tettonici delle rocce contenenti quarzo.

Un’altra ipotesi è che la generazione delle luci sismiche abbia a che fare con la ionizzazione dell’ossigeno contenuto in alcuni tipi di rocce, prima e durante la scossa. In questo caso gli ioni attraverserebbero le fessure createsi all’interno delle rocce e dopo aver raggiunto l’atmosfera ionizzerebbero a loro volta piccoli strati d’aria, «trasformandoli in pacchetti di plasma emettenti luce». Secondo l’INGV altre ricerche hanno invece evidenziato che le luci sismiche potrebbero dipendere dall’angolazione della faglia, «con un loro aumento nel caso di faglie subverticali o quasi verticali».

In alcuni casi i lampi luminosi visibili all’orizzonte sono stati invece spiegati con cortocircuiti delle linee elettriche o nelle cabine elettriche di trasformazione per l’alta tensione, in seguito ai movimenti superficiali indotti dalle scosse di terremoto.

 

Il museo veneto in un ex bunker nazista, con le guide vestite da soldati della Wehrmacht

Il museo veneto in un ex bunker nazista, con le guide vestite da soldati della Wehrmacht

Martedì il presidente del Veneto Luca Zaia ha annunciato in un post su Facebook  l’apertura di un museo all’interno di un bunker, utilizzato dall’esercito della Germania nazista durante l’occupazione dell’Italia nel corso della Seconda guerra mondiale. Il museo si trova nel comune di Recoaro Terme, in provincia di Vicenza, e l’annuncio ha suscitato delle polemiche perché al suo interno ci saranno guide vestite con divise della Wehrmacht, l’esercito nazista, una scelta estesamente criticata. Zaia ha successivamente cancellato il post, e sul sito della regione Veneto è stato pubblicato un comunicato di scuse: «La Presidenza si scusa, a nome della struttura responsabile, con tutte le parti che si siano sentite in qualche modo ferite da questo post, il cui intento non era certo quello di offendere sensibilità e memorie».

La città di Recoaro Terme fu scelta come quartiere generale nazista dal feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia, e nell’aprile del 1945 all’interno del bunker si svolse una riunione tra i plenipotenziari nazisti per decidere la resa agli Alleati, firmata poi ufficialmente il 29 aprile a Caserta.

Il museo è stato aperto grazie al contributo della società Terme di Recoaro, con l’obiettivo di promuovere il turismo locale, e secondo Zaia «la riqualificazione del bunker consente al visitatore di fermare il tempo per un’esperienza storico-culturale innovativa». Il museo è aperto sabato e domenica fino al 30 settembre, ma anche l’8 settembre, festa patronale a Vicenza, oltre che anniversario dell’armistizio del 1943 tra Italia e Alleati.

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