Chiacchierata con Simone Moro

Ho fatto una lunga chiacchierata/intervista con l’alpinista Simone Moro che è stata pubblicata in parte su «Icon» (Panorama) e in parte su Libero, ma il colloquio nel suo complesso mi è rimasto nella penna. Lo propongo integrale perché credo possa interessare.
Anzitutto, per i non addetti ai lavori, cioè quasi tutti: Simone Moro è un alpinista professionista di 48 anni ed che è bergamasco sino al midollo; è l’unico della storia ad aver raggiunto tre ottomila in completa stagione invernale: il Shisha Pangma (8.027 m) e il Makalu (8.463 m) e il Gasher-brum II (8.035 m). Altro? Si è fatto sette dei quattordici 8000, l’anno scorso ha tentato la salita invernale al Nanga Parbat (Himalaya, 8.125 m) e quest’anno (6 dicembre) ci riprova. È pilota di elisoccorso in Himalaya e ha vinto un sacco di premi legati al suo coraggio nel riuscire in salvataggi impossibili. Ha pure condotto l’adventure show «Monte Bianco» al quale ha partecipato anche lo scrivente, ma ora non ne parliamo o quasi.

È uno sport, l’alpinismo?
No. Anche perché non c’è una federazione, non ci sono i campionati o la nazionale o le Olimpiadi, non c’è un arbitro o la diretta. Non c’è neppure un premio. Mancano le dinamiche di una qualsiasi disciplina sportiva.

Ci sono le gare di arrampicata.
Infatti non è alpinismo. Se fosse uno sport girerebbero i miliardi come in tutte le attività rischiose: pensa alla Formula Uno o al motociclismo. Se guardassi a questo, la mia sarebbe la scelta più sfigata. No, non è uno sport.

Tu in concreto come campi?
Io campo di sponsorizzazioni al 70 per cento, che però sta diventando il 60, e il resto con le conferenze. Non tanto quelle per il Cai o per i gruppi escursionistici, che sono calate paurosamente col regime fiscale degli ultimi anni: parlo di quelle motivazionali per le aziende, roba che cerco anche di preparare bene.

E da quanto campi di montagna?
Dal 1996.

E prima?
Facevo i «disgaggi»: mettevo le reti paramassi, i paravalanghe. In pratica facevo il minatore d’alta quota, avevo 28 anni. È allora che ho perso questo pezzo di dito, che mi è rimasto dentro in un verricello.

Pagavano bene?
Cinquecentomila lire al giorno, che allora era una fortuna. Ma sputtanai tutto in una spedizione.

E poi il professionismo della montagna.
Ossia sponsor, conferenze e libri. È questo il professionismo della montagna.

L’ha inventato Messner?
Sì, anche se Bonatti aveva inaugurato la narrativa coi libri e i reportage su Epoca. Ma, già lì, non era più un alpinista. Lui i soldi non li ha mai fatti, ma poi in vecchiaia se l’è cavata grazie, appunto, alle conferenze e ai libri venduti in tutto il mondo: non perché ha sposato l’ex attrice Rossana Podestà, come qualcuno dice.

Tu dici sponsor, ma di che soldi parliamo?
Nel mio ambiente i contratti vanno dai 5mila ai 20mila euro l’anno. Nel mio caso corrispondono agli sponsor di un calciatore di promozione, o di serie C. Se ne sommi tanti, riesci ad arrivare alla rendita di un giocatore – scarso – di serie B.

Ma sei riuscito a comprarti un elicottero.
Il mio costa 50mila euro, usato. E mantenerlo costa meno di un’auto. Ma non posso lamentarmi, fiscalmente sono a posto. Il che, in Italia, è un autogol mostruoso.

E l’attività di elisoccorso in Nepal?
A San Diego, in California, ho fondato una scuola di piloti e ho comprato due elicotteri: mi piacerebbe che un giovane del Nepal potesse fare il pilota a casa sua.

Da quanto sei pilota?
Dal 2009. Sto ancora pagando le cambiali – fino al 2019 – di un elicottero che ho pagato più di un milione di euro, ma che è caduto dopo lo svenimento del pilota, in Nepal.

Ma un elisoccorso in Nepal non è una cosa da scalatori miliardari?
È per chi può pagarselo, certo, ma diventa gratuito per tutta la filiera che incrocio lungo il percorso. Ci sono già riusciti dei salvataggi da record, a 7800 metri. Ma ora, dicevo, non c’è più l’elicottero. Sto bussando ad AgustaWestland, gruppo Finmeccanica.

Ammetterai che sei un alpinista atipico. In certi ambienti è come se ti rimproverassero di essere troppo meticoloso, calcolatore, prudente.

Forse non sarò bravo come altri meno prudenti di me, ma che sono morti. Io in vita mia ho perso cinquanta persone.

Perso?
Sono morti cinquanta amici, tutti fortissimi alpinisti ai quali non era concesso perdere.

E che non erano certo tutti dei pazzi.
Però troppi li ho persi con delle tragedie, come dire, telefonate. Magari erano già famosi, avevano smesso di allenarsi maniacalmente, oppure avevano troppi occhi addosso e hanno chiesto aiuto troppo tardi.

Ho letto che hai giudicato il fallimento sul Nanga Parbat come il tuo più grande successo.
Nel senso che, se non avessi rinunciato, probabilmente sarei morto. Mancavano mille metri, Denis Urubko mi disse «saliamo» e io risposi «no, scendiamo perché verrà brutto». Fu così: neve, valanghe e tempo bruttissimo. Non saremmo più scesi. La paura mi ha salvato.

È la volta in cui hai rinunciato a 196 metri dalla cima?
No, quella era nel 2008 sul Broad Peak, da solo. È alto 8047 metri e io ero già a 7.850, ma era pomeriggio inoltrato e avrei impiegato ancora un’ora e mezza. Era tutto perfetto, tempo fantastico: ma era inverno, alle 16 avrebbe fatto buio.

Beh, hai fatto bene.
Tre anni dopo, però, sono stato il primo lo stesso. La rinuncia mi fece capire che comunque era possibile.

C’è qualcosa che non tenterai più per limiti di età? Non so, l’invernale del K2, che non è ancora riuscita a nessuno.

Quella non la faccio.

Ma ci avresti provato, dieci anni fa?
Forse avrei più probabilità di riuscirci oggi, non è questo: non la tenterò per una promessa che ho fatto a mia moglie. Un giorno ha presagito che ci lasciavo le bucce mentre lo scalavo. Non mi ha mai chiesto nulla, non si è mai lamentata: ma il K2 mi ha chiesto di lasciarlo perdere. In dicembre preferisco ripartire per il Nanga Parbat: a parte il K2, è l’unico ottomila mai scalato in invernale.

Ho notato una cosa, nei tuoi libri e non solo: tu hai un sacco di amici vecchi.
È vero. Mi affascinano perché mi parlano di un mondo di cui ho solo potuto leggere. Ho amici coetanei o anche più giovani, ma ad ascoltarli, dopo un po’, mi rompo i coglioni, perché mi parlano di un mondo che viviamo entrambi, che conosciamo o vediamo allo stesso modo.

Il tuo amico Mario Curnis, con cui sei stato sull’Everest, è del 1936.
Un giorno Mario mi chiese, in bergamasco: che cos’è il piercing? Glielo spiegai, e lui: “Ah, è tutto quel ferro che ai manovali chiedevo di togliersi se volevano lavorare da me». Poi mi chiese: “E perchè ve lo fate?”. Ora: tu vaglielo a spiegare. È una domanda che io e te non ci facciamo. Noi, di norma, ci limitiamo a constatare: quello lì ha il piercing, quello no. E allora capisci che una conversazione con Curnis diventa interessante.

C’è quell’episodio con Curnis e Andrej Molotov, l’alpinista kazako. Lo racconti nel tuo ultimo libro.
Eravamo in spedizione, e loro due, che non si conoscevano, una notte si ritrovarono in tenda assieme. Un russo e un bergamasco. E nessuno parlava la lingua dell’altro. Beh, li sentimmo sghignazzare tutta la notte. Non so come, ma si capivano.

Russo e bergamasco sono comprensibili nello stesso modo. Sei d’accordo che, tra spedizioni commerciali e il circo del campo base, ormai l’Everest ce lo siamo perso?

Sì, ma solo per due mesi l’anno.

Tanto varrebbe metterci uno skilift, in quei mesi, visto che ci sono corde fisse come per una ferrata.
Le corde sono su una sola via. Se lasci il campo base, con le sue centinaia di persone e l’internet cafè e il wifi eccetera, ritrovi mondi dove non c’è nessuno.

Una magra consolazione del fatto che io non sono mai stato su un ottomila è che, sopra una certa quota, si è mediamente rincoglioniti. Tutti i racconti concordano: è difficile cogliere il momento, essere lucidi nel presente. Si è come in una bolla.

Più o meno.

Ma allora: se tutta la salita è una sofferenza in cui agognare la cima, e poi la cima è un rincoglionimento con l’ansia di dover affrettarsi a scendere – due foto e via – allora quand’è il presente, nell’alpinismo?

È il dopo. In cima è difficilissimo evocare emozioni di qualsiasi tipo, è vero, si è talmente rincoglioniti che è come se tu fossi un computer con la ram piena: non riesci a far funzionare bene i programmi, ti limiti a trascinare i documenti e le foto, archivi frettolosamente e te ne vai. Spesso riesco a emozionarmi di più guardando le foto che vivendo i momenti che rappresentano. Non è che le emozioni non ci sono: è che hanno uno spazio temporale troppo concitato per essere vissute pienamente.

In pratica si devono vivere delle esperienze per poterle ricordare. Però ecco, forse salire con l’ossigeno serve a questo: a poter vivere un presente straordinario senza derogarne la comprensione.

Infatti non mi sentirei mai di accusare quelli che arrivano in cima con l’ossigeno: sarebbe arroganza decidere chi chi faccia vero alpinismo e chi no. Quelli che si scandalizzano se usi l’ossigeno probabilmente sono gli stessi che dicono che «Montebianco» è una la trasmissione dissacratoria, tutta gente che si piazza in cattedra per mettere in discussione una delle poche dimensioni in cui, per una volta, puoi farti gli stracazzi tuoi. In montagna, cioè in uno degli ultimi posti dove nessuno ti può rompere i coglioni, stanno facendo di tutto per romperti i coglioni. Ma dimmi tu una cosa, visto che, soprattutto dopo «Montebianco», ti piace andare in montagna da solo: se l’alpinismo è anche un’opportunità di staccare da tutto, che senso ha obbligarti ad avere telefoni, gps, contatti e parole e parole, gente che ti dice «porta il cellulare» o chiamami alla tal ora?

L’intervistato sei tu. Scusa la domanda da impallinato, ma io penso che i più grandi alpinisti di ogni tempo siano stati Jerzy Kukuczka, Walter Bonatti e Reinhold Messner. Dimmi un po’.

Hai detto i nomi che avrei detto io. Ma ci aggiungerei anche due alpinisti di un’epoca diversa: Riccardo Cassin ed Hermann Buhl.

Abbiamo rimandato il tema, ora però devi dirmi se l’alpinismo possa intersecarsi con uno spettacolo televisivo: ed eccoci a questo «adventure celebrity game» che è «Monte Bianco» e che è cominciato su Raidue. Sette concorrenti con sette guide alpine in una gara a eliminazione alle pendici del Monte Bianco. Il Club Alpino Italiano (Cai) aveva già polemizzato prima che cominciasse.

Quello del Cai è un ambiente che conosco, ma le polemiche non sono venute solo da lì. Hanno paura che si dissacri la montagna: siccome si è sempre parlato di «reality», tipo L’isola dei famosi, temono un festival della frivolezza con gente che anziché in spiaggia si sdrai in montagna.

Forse per la fatica.
Lo sai anche tu: abbiamo preso sette personaggi a digiuno di montagna e gli abbiamo insegnato la fiducia nella cordata con la guida alpina. Vi ho visti vivere momenti di paura autentica, con l’affanno e la fatica vera: non una fiction. Non siamo andati lassù a giocare a pallone.

Anch’io conosco il mio ambiente, e qualcuno che farà a pezzi il programma non mancherà di certo.
In parte me l’aspetto. Ma sono sicuro che coloro che guarderanno senza prevenzione, alla fine, mi daranno ragione. Il Cai noterà che probabilmente aumenteranno le iscrizioni ai corsi di roccia e la passione per la montagna.

Come è successo ad alcuni di noi.
Con voi abbiamo fatto quello che fa ogni corso del Cai. La differenza è che abbiamo usato anche un linguaggio televisivo.

E che c’era dell’agonismo.
C’è anche quello, nei corsi del Cai.

Magari qualcuno guarderà meno alla montagna e più ai personaggi, al litigio, al sedere della modella.
Chiaro. Ma si scopa anche ai campi base, ci si manda affanculo anche ai campi base dell’Everest: il programma è stata una buona metafora di quello che capita comunque. Ma poi, senti: tu ti sei divertito?

Io? Come un pazzo.
Si sono divertiti tutti: anche quelli eliminati subito. È passata anche un’accezione di montagna affascinante e sicura. Per dirla male: la montagna non è più da sfigati.

Tu quindi pensi che la riscoperta della montagna possa andare a braccetto con dei buoni ascolti di prima serata?
La Tv non è il mio ramo, però so che questo format, dopo la nostra esperienza, lo stanno comprando in Svezia e in Danimarca, paesi fortemente legati al territorio e alla natura. Se lo comprano loro, qualcosa vorrà dire.

Non hai mai temuto di aver sopravvalutato i partecipanti, di averli sottoposti a prove troppo dure? Penso alla calata da 70 metri: ho pensato che foste impazziti.

Non ho mai avuto questo timore: chiedere troppo sarebbe stato un autogol anche per il programma. Avremmo chiuso alla prima puntata. La calata da 70 metri, in effetti… ma erano le guide, a calarvi. Da soli non vi sareste mai calati, non all’inizio.

Ecco, le guide. Una guida può farti vincere, ma può anche farti perdere.
Facevano parte della squadra, dipende dal rapporto che avevate con loro. Ma in molte prove eravate da soli.

Abbiamo fatto molta arrampicata in falesia, e oggi la montagna, in effetti, è spesso associata all’arrampicata. In pratica è un alpinismo dove non vai da nessuna parte, cui aggiungere le ferrate, il canyoning, i trail. Non c’è il rischio che la montagna sia scambiata per una palestra a cielo aperto?

Il rischio c’è. Questa trasmissione lo avrebbe alimentato se vi avessimo semplicemente dato un manuale da leggere, per poi dirvi: ora andate in montagna. Ma vi abbiamo affiancato una guida alpina per ciascuno, era parte del gioco, ogni mossa era condizionata dal senso critico di chi ti mostrava la montagna senza infingimenti.

Anche perché a cena, in tenda o davanti al fuoco, ti assicuro che le celebrities diventavano loro. Si parlava solo di montagna, o quasi.

Non ho dubbi.

Torniamo a te. Tu hai affrontato tutte le possibili varianti dell’alpinismo: ma non pensi che alpinismo, in definitiva, rimarrà arrivare a una cima?

Sì. Un tempo si diceva: la via finisce sulla vetta.

E non pensi che una dose ragionevole di pericolo resterà fisiologica, altrimenti tanto vale restarsene in palestra?

Smetterà di essere alpinismo quando i pericoli si annienteranno del tutto. Ma non succederà.

Tu hai 48 anni e non sei ancora vecchio, anzi, hai posizioni piuttosto moderne. Però, se ci badi, non è mai esistito un alpinista che una volta anziano – come il tuo amico Mario Curnis – a un certo punto non abbia detto che «ormai» il loro alpinismo non esisteva più. Pensi che lo dirai anche tu?

Ma no, non finirà mai. Magari ecco, avrà dei percorsi ciclici. Oggi c’è gente che arrampica solo nelle palestre, non esce mai di lì, non gliene frega niente. Ma tutto torna.

Ma c’è qualcosa che già rifiuti per motivi etici o generazionali? Bonatti rifiutava i chiodi a espansione, altri rifiutano i satellitari e il gps.

No, non c’è. Nel 1997, con Anatoli Boukreev, salimmo sull’Annapurna senza radio né telefoni né satellite né niente, con il solo accordo che l’elicottero venisse a prenderci dopo due mesi e mezzo. Successe una tragedia mostruosa nell’unica volta in cui avrei avuto un disperato bisogno di questi strumenti. Fummo travolti da una valanga e mi salvai solo io. Alla spedizione successiva ero in diretta radiofonica e corsi gli stessi pericoli, ma non accadde nulla. La differenza è solo che, con la tecnologia, se muori, muori in diretta.

Tu però ti sei ritrovato diverse prime invernali che non erano ancora state affrontate. E allora le hai affrontate. E se non ci fossero state?

Le nuove vie sono infinite. Ci sono i settemila: 120 sono ancora inviolati. Ci sono decine di migliaia di seimila. Ci sono vie che nessuno ha più ripetuto: quella al Gasherbrum IV di Bonatti, fatta nel 1958, non è mai stata ripetuta: e ci hanno provato. Vuoi emulare Bonatti? Non c’è da inventare chissà che cosa: basta ripetere una sua via con l’attrezzatura moderna che lui non aveva. C’è la via di Andrej Kukuczka sul K2. Nessuno è più tornato sull’Everest in agosto, come fece Messner: e quella via la conoscono tutti, anche io che pure, ora, sono qui col sedere al caldo. C’è talmente tanta roba da fare.

Tu, come dire, sei ancora vivo. Ecco, ti è capitato che ti rimproverassero quasi un eccesso di prudenza, di rinuncia? Che ti considerassero privo di quel germe di follia che è tipico di grandi alpinisti che però non ci sono più?

Se guardo la percentuale di successo delle mie spedizioni, tante non sono arrivate in fondo, cioè in cima. Per alcuni sono troppe e sono sintomatiche del fatto che così bravo, forse, non sono: salvo cambiare idea quando ho fatto tre prime invernali senza ossigeno. Diciamo così: credo di essere bravo nello stesso modo a vincere ma anche a perdere. Il grande Riccardo Cassin mi disse a metà degli anni Ottanta: «Il difficile non sarà diventare un bravo alpinista, ma un bravo vecchio alpinista». Cassin è morto a 102 anni. Bonatti a 80 e passa. Messner ne ha 71 ed è un fiore, e non smette di dire di aver fallito un sacco di volte: quando cadde nell’acqua al Polo, per esempio.

Anche perché Messner non sa nuotare. Nessuno è perfetto.

Filippo Facci

Giornalista e scrittore, lavora a Libero, ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia. È autore di Di Pietro, La storia vera