Stuck on repeat – il 1994 che ci meritiamo

Benvenuti nel loop. Sì, quella situazione in cui tutto o quasi vi sa di già visto e probabilmente le poche cose che vi sembrano inedite sono solo trucchi della memoria, che non è perfetta.

Devo impegnarmi un po’ per credere che siamo nel 2013. Mi salvano giusto i prezzi in euro e il fatto che sto scrivendo questo post su un Mac troppo sottile. Ma dovessi dare retta ai segni e ai sintomi che scorgo qua e là non avrei dubbi: questo è il 1994.

Il primo 1994, riconosciamolo, non ce lo siamo meritati.
Quell’anno infausto ci ha colti di sorpresa. L’avvio dell’era berlusconiana ha colpe lunghe e profonde, ma è giusto concederci che a soli 5 anni dalla svolta della Bolognina non eravamo pronti. Abbiamo peccato d’ingenuità, finendo per incappare in uno dei più clamorosi errori politici del Dopoguerra. Una sottovalutazione di massa da cui non ci siamo ripresi tuttora.

Il fatto è che nel 2013, cioè 19 anni dopo, siamo ripiombati nel 1994. Tutto lo grida.
C’è una sinistra che ragiona da vincitrice annunciata, alleata con l’estrema sinistra in una coalizione pronta a esplodere (e con l’estrema sinistra che inizia, proprio come nel 1994, a fare uscite imbarazzanti e mangia-voti, presa da un delirio d’onnipotenza inspiegabile se non con un’adolescenza mal risolta).
C’è un centro post-democristiano con una spolverata di tecnocrazia, che come ogni volta dichiara “ok, siamo il solito centro ma siamo più civili di prima”.
E poi c’è la destra berlusconiana alleata con quella leghista, quella di sempre. Peraltro in versione arrembante.

Il ripetersi ossessivo di un evento fa subito venire in mente “Ricomincio da capo”, ma la commedia di Harold Ramis non descrive perfettamente la situazione.  Nel film, infatti, il povero Bill Murray è costretto a vivere sempre la stessa giornata in loop, in qualità di vittima inconsapevole degli eventi. Subisce la situazione ricorsiva e di fatto non ne è causa. E alla fine capisce l’inghippo e in qualche modo si salva.

La seconda venuta del 1994, invece, è qualcosa che ci meritiamo e che probabilmente è perfino un po’ causa nostra. Siamo di fatto imprigionati in un loop che alimentiamo quotidianamente e che in qualche modo ci piace.

Lo spiega benissimo Little Boots, seconda cantante, dopo Mina, chiamata a fare da editorialista inconsapevole in questo blog.
La sua canzone più famosa e (finora) più bella si chiama “Stuck On Repeat” e su un arpeggiato digitale moroderiano spiega perfettamente la situazione: siamo in fissa con una canzone, continuiamo ad ascoltarla in loop e per quanto ci sforziamo a premere skip c’è sempre qualcosa che ci riporta all’inizio per un altro ascolto.
A chi non è capitato?

My heart’s skipping, skipping
And I don’t know why, I know every part
But every time I try, every time I try
Something comes and pulls me back to the start

Nulla ci vieta, a scenari identici, di reagire in modo diverso e interrompere il loop.
Eppure ci ricaschiamo, attirati da quel “qualcosa” che ci riporta all’inizio e che probabilmente ha tutto l’interesse a farlo. E non ne veniamo fuori, ancora 5 minuti, dai!.

Il dramma è che quella canzone un po’ ci piace e un po’ ci fa orrore. Non riusciamo a smettere.
Ci tenta, perché la prospettiva di un’intera campagna elettorale tutta all’attacco del mostro di Arcore e della sua bruttezza è il miraggio di un piacere a cui evidentemente non riusciamo a rinunciare.
Berlusconi, infatti, ha la straordinaria facoltà di farci sentire comunque e sempre migliori di lui: ci piazza in cattedra o sui banchi della giuria e ci forza al confronto con il suo abominio percepito. Gratifica l’ego e contemporaneamente ci frega, come certa pubblicità.

L’unico che ha interesse a piazzarci in un loop vecchio di quasi vent’anni è proprio lui. La narrazione “io contro tutti” è funzionale al suo piano di risveglio del senso di appartenenza dei suoi, la caratterizzazione degli avversari come “capaci solo di odiare e invidiare” è il fattore scatenante dello schierarsi.
Ci trasforma, nel suo mondo, nei cattivi di sempre. E noi ci caschiamo. Di nuovo.

Uscire dal loop non è facile.
Possiamo abbandonarci ai rimpianti e pensare che se la sinistra italiana avesse evitato di riavvolgere la sua parte di nastro scegliendo l’orgoglio identitario e conservativo bersaniano, forse questa campagna elettorale sarebbe tutta un’altra musica.

Possiamo deprimerci, costatando che il PD finora sta conducendo una delle più imbarazzanti campagne elettorali della storia della sinistra, costellata di incertezze a cui seguono risposte variabili a seconda del dirigente intervistato (patrimoniale sì o no? alleanza post-elettorale con Monti sì o no? rigore europeo sì o no?), comunicazione moscia e assenza da troppi giorni dal dibattito politico.

(Certo, forse è meglio non farsi notare troppo, se la trovata comunicativa più importante degli ultimi giorni è l’inno della campagna elettorale di Bersani per il 2013: un brano funereo di Gianna Nannini che parla di ricordo, memoria, passato, abbinato a un video fatto quasi esclusivamente di immagini del segretario, tutto zoom, dissolvenze, slow-motion: puro post-mortem. Un mood funerario che si accompagna perfettamente coi sondaggi più recenti, che vedono la macchina da guerra bersaniano-vendoliana tornare inesorabilmente verso il suo limite elettorale storico, cioè il solito 34%.)

Oppure possiamo prendere atto che il loop sta un po’ rimbambendo la sinistra italiana, premere “stop” e cominciare effettivamente a fare una campagna elettorale degna del 2013, con temi del 2013, con persone del 2013 (ok, su questo sorvoliamo) combattendo il fantasma del 1994 che ci perseguita.

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