E chi non cambia resta là

“Non gioco più, me ne vado. Davvero.
La faccia di cemento, tu parli e non ti sento.
Io cambio e chi non cambia resta là.”

Mina faceva l’editorialista già nel 1974. Trentotto anni fa, lo scrivo in lettere perché è la mia età e un po’ perché quel cumulo di tempo pesa sulla nostra inazione.

Domenica è successo di nuovo: l’ennesima lunghissima filippica berlusconiana travestita da intervista. La metafora del disco rotto è trita, offende la dignità dei vinili, ma rende l’idea: sono passati 18 anni dal 1994 e i contenuti dello show berlusconiano tipico sono sempre gli stessi, nello stesso ordine, con le stesse parole, in loop. Arrivano alla fine, saltano e ricominciano dall’inizio. Li ho sentiti per la prima volta a vent’anni.

Ma non voglio parlare di Berlusconi. Voglio parlare di noi. Perché quello spettacolo di trasformismo in cui il protagonista indossa via via i panni della vittima, dello statista, del padre di famiglia, del seduttore avviene solo se concediamo al suo interprete di esibirsi nei nostri spazi privati, nelle nostre vite, nella pertinenza delle nostre conversazioni.

Esiste una soglia del visibile ed è più alta del loop che dal 1994 origina i nostri necessari momenti d’indignazione. Per anni ci siamo abbassati a guardare quello spettacolo sempre uguale, convinti che la nostra distanza critica, la nostra willing suspension of disbelief fossero sufficienti a tenerci fuori dal gioco. Credevamo di avere una sorta di neutralità antropologica nei confronti di quello show che non è per noi, non parla a noi e tuttalpiù parla male di noi, a tratti.

Ho idea che non sia così. Spesso il nostro negativo ci forma come un calco. E più gli stiamo vicino più rischiamo di assomigliargli. Impossibilitato a plasmarci, l’artista ripetitivo plasma le forme intorno a noi. Il risultato, come in un quadro del vecchio Velazquez, non cambia.

Con molto comodo, dopo soli 18 anni, mi sono convinto che partecipare alla visione di quel loop faccia male. Mi faccia male.
Non c’è battuta, insulto, scatto di rabbia che mi salvi dall’incattivimento provocato dalla manifestazione berlusconiana. E nulla mi libera dal pensiero inquieto che la nostra presenza odiante è prevista e nella platea di quello show catodico ed è parte della strategia che lo prevede.
Non è un caso se lo ripropongono immutato da quasi vent’anni: funziona, chiama alle armi tutti, ognuno alle proprie. Noi per primi.

Al produttore di repliche di Arcore noi serviamo così, armati, in branco, accecati di rabbia. Magari arguti, ironici, simpatici. Ma guerrieri.
Perché non siamo tra quelli che possono essere convertiti, però siamo perfettamente invalidabili con un incattivimento eterodiretto che ci fa dare il peggio, ci fa tornare a praticare una concezione distruttiva e ginnica della politica, ci fa partecipare a una narrazione che non è la nostra, ma la sua: “io contro tutti”. E ogni suo comizio è un casting collettivo per la parte di “tutti”.

È qui che Mina ha ragione. Non quando dice l’ovvietà per cui non dobbiamo più partecipare al gioco, dobbiamo essere impassibili e non ascoltare. Ma quando dice che quel rifiuto, la semplicità di quel no è sintomo di una scelta più grande: cambiare. E chi non cambia resta là. Nel 1994, in loop.

Oggi non ho alienato nemmeno un millimetro della mia vita a favore del solito show berlusconiano: non avrebbe cambiato nulla, se non la mia cattiveria. Ho di meglio da fare. Cambiare.

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