Specie estinte e mutanti alla Fondazione Prada

Quello che ieri ha attirato più giornalisti all’anteprima stampa delle due nuove mostre della Fondazione PradaExtinct in the wild di Michael Wang e Slight Agitation 2/4 di Pamela Rosenkranz – sono state loro:

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Sono axolotl, salamandre acquatiche che vivevano nei canali di Città del Messico e nel non lontano lago Xochimilco, e che ora, ufficialmente dal 2014, sopravvivono soltanto in laboratorio dove vengono studiate per l’alta capacità di rigenerare parti del loro corpo. Sono lattiginose e quasi trasparenti, con branchie rosate che tremano leggere nell’acqua; appaiono così in cattività, il loro colore naturale è questo.

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(AP Photo/Dario Lopez-Mills)

Fanno parte della mostra curata dall’artista statunitense Michael Wang, che raccoglie specie animali e vegetali estinte in natura e che esistono soltanto in cattività, allevate o coltivate dall’uomo. Sembra qualcosa di esotico e affascinante, e in alcuni casi lo è; in altri si tratta invece di comunissime piante ornamentali che avrete visto mille volte in negozi e appartamenti, come il ginkgo biloba. E fa una strana impressione pensare che qualcosa di così familiare esista solo nei parchi e nelle città degli uomini, che l’hanno salvato ma anche distrutto. Un po’ come accade per tanti animali negli zoo, o come potrebbe succedere con i mammut.

Queste, brillantemente verdi, sono Brighamia insignis o Alula: palme vulcaniche delle Hawaii salvate dall’estinzione da un gruppo di botanici che ha impollinato gli ultimi esemplari esistenti, arrampicandosi lungo le ripide coste dell’isola di Kaua’i.

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E poi c’eravamo noi giornalisti (no, non lo diremo “anche loro prossimi all’estinzione”), abbronzati, decolorati, con gli occhialini di legno tondi o con tatuaggi e zatteroni, che ci aggiravamo affascinati tra le teche, finendo per accalcarci più volte attorno alle due fascinose salamandre. Qualcuno studiava più raramente e con un certa grazia i bulbi e gli alberelli.

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L’altra mostra, quella dell’artista svizzera Pamela Rosenkranz, si trova nello spazio della cosiddetta cisterna: un’enorme montagna di sabbia spruzzata di feromoni di gatto, le sostanze prodotte dalle loro ghiandole, e illuminata costantemente da una luce verde. È uno studio di come l’arte influenzi a livello inconscio e biologico le persone – alcune sono attratte dall’odore, altre ne sono respinte al punto da reagire con nausea e mal di testa – e su come ne siamo fisicamente investiti e contaminati mentre la guardiamo, prima ancora di farcene un’opinione.

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L’opera è anche uno studio sulla toxoplasmosi, una malattia trasmessa da un parassita che si trova solitamente nelle feci di gatto: la sabbia ricorda quella con cui giocano i bambini in spiaggia o al parco giochi, e quella luce verde è una sorta di sole maligno e inquietante che fa proliferare il parassita.

La cosa più bella che ho visto ieri resta però questa:

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È un uomo con un bambino sul passeggino in una sala espositiva della Fondazione: immagino che il bambino sia suo figlio e immagino che, in quanto invitato all’anteprima, faccia il giornalista. Forse non è così, forse era lì per stare insieme alla compagna giornalista. Però era una bella scena, un uomo che si porta il figlio al lavoro. L’immagine di una donna-con-passeggino avrebbe fatto rieccheggiare nella mia testa decine di “poverina”, sguardi di disapprovazione, compiacimento per l’attaccamento materno o per il piglio femminista. Questa – che probabilmente sarà stata infestata dai soliti fastidiosi “ma che bravo papà” – era al di qua di qualsiasi politicizzazione e significato: una cosa così rara, una cosa così normale.

La mostra di Wang si potrà visitare fino al 9 aprile, quella di Rosenkranz fino al 14 maggio.