Qualche libro che ho letto

Mammoth Treasury of Thrilling Tales

La raccolta più densa della storia

Qui al Post c’è una lunga tradizione di condivisione di quel che abbiamo letto durante l’anno. Francesco Costa, ad esempio, segnala pochi ma buoni libri. Io nel mio piccolo ne segnalo qualcun altro Quella che segue è una sintesi di ciò che ho letto negli ultimi mesi: non tutto ma quello di cui qualcosa mi è rimasto. Vedete voi se trovate spunti che vi ispirano. Non metto link a nessun servizio di vendita online-offline. Se volete qualche libro, fate voi, magari con il vostro librario di fiducia o con la vostra biblioteca comunale preferita.

 

Neil Gaiman: L’oceano in fondo al sentiero

È l’ultimo, appena uscito. Una favola per bambini, una storia inquietante e che mette paura. Come deve essere. I giapponesi amano leggere le storie di paura durante l’afosa estate subtropicale perché gli mette i brividi che a loro volta li rinfrescano. Letto d’inverno, vicino al caminetto, ti fa sudare freddo. La storia non ve la dico, sennò vi brucio tutto il libro. Suderete molto freddo, però, credetemi.

 

Roger Hobbs: L’ombra

È il caso letterario degli ultimi mesi (penso si dica così, anche se mi vergogno dell’espressione). Caso letterario nel settore della letteratura di genere, in particolare thriller. Hobbs è il giovane americano (22 anni quando l’ha scritto, ma nessuno grida al genio precoce come per Paolo Giordano, che peraltro aveva già 26 anni quando ha scritto La solitudine dei numeri primi) che ha scritto un giallo d’azione dalla parte del cattivo, abbandonando la prospettiva depressa e un po’ sfigata dei poliziotti esauriti e separati del Nord Europa. Questo è un thriller di vecchia scuola, che acquista e gestisce il passo giusto per una folle volata ad Atlantic City, creando alcuni personaggio ragguardevoli e un protagonista incantevole: l’ombra, una figura delle grandi bande di rapinatori di banche che è capace di impersonare chiunque, far scomparire chiunque, trasformarsi in altro. Un uomo senza più una identità, che vive senza legami, senza poggiarsi da nessuna parte, passando mesi chiuso in rifugi o case sicure a tradurre classici latini e greci, per poi tuffarsi nel suo lavoro per vincere la noia e sentire l’adrenalina che lo possiede. Ricco di particolari, descrizioni, un punto di vista fortissimo, secondo me è il giallo da leggere per queste vacanze. O anche dopo.

 

JR Moehringer: Il bar delle grandi speranze

Avevo letto Open di Andre Agassi, la biografia diventata un caso letterario, e ascoltato il tennista parlare. Ottimo, tutto bello. Nel suo libro Agassi ringrazia senza tanti giri di parole il ghostwriter che l’ha aiutato a scrivere, cioè Moehringer. Incuriosito sono andato a cercarmi “Il bar delle grandi speranze” e sono rimasto profondamente sorpreso. C’è stoffa, c’è trama, c’è tutto. Quello che manca a Moehringer, che palesemente quando scrive lascia dolorosamente pezzi di sé, è forse la voglia di trovare storie inventate da raccontare. Invece, si appoggia alla vita di Agassi oppure, come nel “Bar”, alla sua stessa esperienza personale. È la storia di un bambino abbandonato dal padre che lo ascolta alla radio dove lavora, apertura di senso che trasforma il libro in un romanzo di formazione quando, andando al bar dietro casa, il piccolo JR inizia il suo cammino di crescita attorniato da un circo Barnum di personaggi singolari e in alcuni casi quasi straordinari.

 

Stone Brad: Vendere Tutto. Jeff Bezos e l’era di Amazon

Le storie di tecnologia mi affascinano. Questa qui, ottimamente tradotta e pubblicata in Italia da Hoepli, è una delle migliori negli ultimi tempi. Apre una finestra su Amazon e sulla controversa figura di Jeff Bezos, ragazzo prodigio, genio, imprenditore, straordinario talento e anche determinato al limite dell’essere spietato. L’impero costruito da Amazon non può essere trascurato: come Apple e Google è infatti trasformativo della realtà. Il modello commerciale di Amazon, le sue tecniche di distribuzione, la creazione di nuovi prodotti e mercati, tutto questo ha cambiato la faccia della vendita al dettaglio, della distribuzione dei beni, persino dell’editoria. La lunga coda è nata in un magazzino di Amazon. È utile seguire la cronaca e cercare di vedere meglio la personalità dell’unico imprenditore paragonabile a Jobs. Il libro è ottimo: scorrevole e al tempo stesso molto ricco. Criticato (soprattutto dalla moglie di Bezos) ma anche premiato come uno dei migliori libri di business in America, è forse la lettura più interessante di questo tipo per il Natale 2013.

 

Seth Grahame-Smith: La bugia di Natale

Pensavo fosse una bischerata. Come altro classifichereste il lavoro di uno scrittore (che non avevo mai letto prima) autore di Orgoglio e pregiudizio e zombie (rivisitazione in chiave zombie di Jane Austen) e La leggenda del cacciatore di vampiri. Il diario segreto del presidente (che poi sarebbe Abramo Lincoln, per dire) quando si mette a scherzare con i santi e racconta la versione “alternativa” del Santo Natale, della giovane Maria, del devoto marito Giuseppe e del bambinello Gesù? Voglio dire, piuttosto leggo Tondelli tutta la vita. Però è successo l’improbabile: il libro pubblicato in Italia dalla sempre più sorprendente Multiplayer.it ha un contenuto di tutto rispetto. C’è, regge, ed è pure bello tosto, perché dentro ci sono passioni, desideri, sorprese, conflitti… Ok, non esagero. Non è Gabriel Garcia Marquez, casomai è più simile a Carlos Ruiz Zafón. Però il libro è bello, come possono essere belle le storie che si leggono spaparanzati sul divano il pomeriggio di quando non c’è altro da fare perché siamo in vacanza. Insomma, a partire dalla confezione e traduzione – che sono veramente ben fatte, bravi Multiplayer.it! – fino alla trama e ai personaggi, c’è di che sbizzarrirsi.

 

Giorgio Manganelli: Cina e altri Orienti

Cina, Filippine, Malesia e anche Arabia, Pakistan, Kuwait, Iraq, di nuovo Cina, Taiwan. Questi sono gli spazi in cui, nel corso di tre edizioni di questo libro (la mia è l’ultima di Adelphi), il “professore nevrotico, diventato poi pensionato, poi gazzettiere” va a giro. Guarda, osserva, racconta l’altro. Non è un testo altisonante. Anzi, è piuttosto un togliere il velo del mito al reale, cancellare la suggestione dell’esotico, del “misterioso oriente”, e invece raccontare «i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’appa­renza del­l’ovvio». Ora, a introdurlo così sembra quasi che voglia scriverne io la quarta di copertina. Invece è un bel libro, che ho letto lentamente, con fatica a tratti, ma con piacere. La mia fascinazione per l’Oriente cammina su strade tortuose e diverse: Manganelli ha uno sguardo più simile a quello che mi è capitato di trovarmi ad avere mentre vedevo con i miei occhi parte del misterioso e affascinante Oriente: prosaico, complesso, frammentato, nascosco, chiuso, brlulicante, colorato, speziato. In un angolo c’è anche il filo tenue di pensieri che conduce all’idea di come l’Oriente veda noi, che poi è il senso dell’incontro con l’altro: capire chi siamo noi.

 

Somerset W. Maugham: Honolulu e altri racconti

È un genio, non saprei come altro definirlo. Freddo e sarcastico, pronto a dipingere con tratti spietati le figure del colonialismo britannico, quei frammenti di impero che Maugham ha in qualche modo raccolto e messo in piena luce non per farne un ritratto antropologico ma per usarli come carbone che alimentasse la fornace della sua sofferta creatività. Lo scrittore ha girato le colonie, incontrato gli autoctoni, gli expat, i dirigenti di questo servizio di basso livello che ha fatto funzionare per secoli l’impero facente capo a Londra. E ne ha raccolto le storie, le impressioni, gli odori, il folklore. La loro storia è la materia dei suoi racconti, la dimensione e il passo in cui secondo la critica Maughan si muove meglio rispetto al romanzo (di cui peraltro ha dato ottima prova). Lo stesso autore che si è autoaccusato di un “uso imperfetto della metafora”, che poi è la chiave di lettura del suo distacco, della crudeltà con la quale mette in scena quella vita romanzata e sceneggiata che è andato cercando in località oggi come anche allora esotiche e lontane, dell’impossibilità di vivere la sua identità (era gay a lungo non dichiarato, anche perché all’epoca illegale) e il suo tempo, nonostante la fama, il successo e la consistente ricchezza accumulata (caso raro) esclusivamente grazie alle vendite dei suoi libri e alle sue sceneggiature. Honolulu è una delle migliori raccolte dei suoi racconti che rileggo spesso.

 

Felice Benuzzi: Fuga sul Kenya, 17 giorni di libertà

Un esotismo diverso, completamente ribaltato. Questa è l’edizione italiana, la seconda dopo quella pubblicata direttamente in inglese, del libro di Benuzzi che racconta la sua fuga dalla prigionia degli inglesi con due commilitoni italiani durante la Seconda guerra mondiale. Fuga non per raggiungere la libertà, ma per scalare e sconfiggere il Kenya, e poi tornare al campo sereni. Un libro notevole che ha ispirato anche Roberto Santachiara e uno dei Wu Ming, il numero 1 a scrivere Point Lenana (quello però ancora non l’ho letto). È un libro strano, a respiro più ampio di quanto la sua ipotetica trama non indichi, ed è anche caposaldo e antenato della “letteratura di montagna” e più in senso più ampio della “letteratura sportiva” di taglio (auto)biografico che sta diventando parte importante del nostro panorama editoriale. Su eBay si trovano anche le edizioni originali, che mi viene da pensare adesso siano anche meglio della riedizione che si affianca all’uscita di Point Lenana.

 

Gianni Clerici: Divina. Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo

Straordinario. Clerici è uno dei più grandi talenti letterari italiani, un giornalista sportivo per caso, che infioretta e cuce la sua prosa come un abito su misura attorno al mondo del tennis ma che ha in realtà stoffa magica capace di trasfigurare sin dagli anni Cinquanta la mera cronaca. Ho letto altre raccolte di suoi articoli (mitica quella su Wimbledon appena pubblicata) ma non avevo mai letto un suo libro di saggistica e in futuro sogno di agganciare un suo romanzo — sì, proprio “agganciare”, perché bisogna muoversi lungo le impervie vie dell’usato visto che non c’è poco e niente in catalogo. In questo caso il racconto di Clerici prosegue ricco e piacevole narrando la storia di una antica e sconosciuta tennista a cui dobbiamo molto. Clerici ripercorre anche l’ethos del tennis e dello sport in generale, mostra un mondo antico, lontano, venato dalla polvere che si è posata sulle immagini del tempo che fu. Abbraccia e precorre con originalità (non potrebbe essere altrimenti, buon dio, è Clerici) la futura tendenza oggi costituitasi nell’emersione della “letteratura sportiva”. Il libro di Clerici è del 2002 ripubblicato da Fandango nel 2010 con un formato compatto e poco “libresco” (la carta, la copertina, il taglio) ma comunque accettabile. Da prendere di corsa.

 

Italo Calvino, L. Baranelli: Sono nato in America… Interviste 1951-1985

Non le ho lette tutte, né le ho cominciate a leggere in maniera lineare. Avevo però un bisogno viscerale di muovermi invece su qualcosa di Calvino, sulle sue pagine, su qualcosa che fosse parte monologo interiore e parte voce narrante. Le sue lettere sono questo e molto di più. C’è in filigrana la storia di uno dei massimi scrittori del nostro tempo che accade, per una felice combinazione, fosse italiano (e questo ci permette di leggerlo in originale, non in traduzione: pensate che fortuna sottovalutata). Un pensatore potente, un intellettuale raffinato, un giocoso e deliziato esploratore della vita, pronto a cercare e proporre nuove idee, nuovi pensieri, nuove riflessioni, nuove permutazioni combinatorie. Quanto avremmo bisogno di Italo Calvino oggi. Non ve lo immaginete neanche. Ah, oltre a Calvino ho anche un po’ di cose da leggere di Indro Montanelli (un bell’epistolario e un paio di libri) e di Oriana Fallaci (parecchio dire, con lei sono molto in arretrato). Ma, siccome non le ho (ancora) lette, non le acccludo qui.

 

Frédéric Dard, San-Antonio : Tome 1

In francese. È un casino leggerlo. Il mio francese non è così buono (cioè, sarebbe anche abbastanza buono, ma è proprio un casino leggere come scrive Dard) e comunque sono più di un migliaio di pagine solo per questo tomo. Volevo andare all’origine e ripescare anche alcune delle storie mai tradotte in italiano di Sanantonio (da noi è conosciuto senza il trattino) e vedere come “suona” nella sua lingua, senza la straordinaria mediazione di Bruno Just Lazzari. È divertente, è complicato, è esplosivo, è talmente denso e al tempo stesso semplice che ti sembra di afferrare un senso forse due e poi ti accorgi che ne hai persi tre o quattro. Questa edizione è diventata una fonte di consultazione, è sufficientemente economica da farmi pensare che ne comprerò qualche altro tomo, magari più avanti, senza mai risucire a finirne neanche uno, per il gusto di averli allineati in libreria, di poterli sfogliare e leggere qualche pagina in originale. Anche perché le pagine che ogni tanto sfoglio la sera sono divertenti anche se faticose, e ricche, molto ricche. Il mio francese, con un po’ di attenzione, potrebbe pure migliorare. Hai visto mai?

 

Rebecca Solnit: Infinite City: A San Francisco Atlas

In inglese. Strano, matto, pieno, vivace, sorpendente. Il libro l’ho comprato anni fa da Borders a San Francisco, all’angolo con Union Square, quando ancora c’era Borders e non l’attuale negozio di vestiti. Lo leggo e lo rileggo quando ho nostalgia di San Francisco: questo è uno dei pochi libri che tengo sulla scrivania e torno a sfogliare. La Solnit è una esploratrice del contemporaneo che costruisce ventitude mappe ed edita diciotto saggi che raccontano la storia, la geografia, la demografia, la biologia, la mitologia di San Francisco. È un libro da consultanzione, con il quale giocare, del quale apprezzare anche la cartotecnica, lo sforzo creativo, l’idealità. A causa dell’ebook il libro cartaceo adesso è costretto ad assumere forme nuove, sorprendenti, più curate anche nella forma, esaltando il ruolo di chi “fa” i libri e non solo di chi li scrive. A me poi questo atlante di San Francisco è piaciuto molto anche perché amo la città: come fare a non comprarlo? Ah, l’editore del libro è McSweeney’s.

 

Licia Pinelli, Piero Scaramucci: Una storia quasi soltanto mia (Vite narrate)

C’è bisogno di avvicinarsi alle storie ascoltandole con la voce giusta. Scaramucci, ex Rai, a lungo direttore delle news di Radio Popolare, con questo vecchio libriccino fece in tempi appropriati una operazione di inchiesta giornalistica basata sul metodo della storia di vita. Una lunga e accorata testimonianza di Licia Pinelli, vedova dell’anarchico Pinelli, quello che venne giù da una finestra della caserma di polizia di Milano mentre lo interrogavano sulla strage di Piazza Fontana e che aprì la strada a una catena di eventi che ha segnato la storia del nostro Paese fino ad oggi. È una testimonianza che restituisce umanità e prospettiva, fa capire qualcosa di più che non la lettura di un faldone giudiziaro o le bordate polemiche di libri costruiti per fare solo clamore e magari intorbadire le acque lasciandoci sempre più affogare nella cultura del sospetto e degli schieramenti contrapposti. Molte cose sono invece così drammaticamente semplici. Spietatamente semplici. Ma sarebbe troppo facile rendersene conto.

 

Michael Chabon (a cura di): McSweeney’s Mammoth Treasury of Thrilling Tales

In inglese. È un “vecchio” libro, del 2002, curato da uno dei più interessanti autori giovani americani e pubblicato da uno dei più interessanti editori-scrittori giovani americani (David Eggers). Raccoglie una serie di racconti in stile “pulp” scritti da una lunga serie di autori giovani e meno giovani pure tutti americani e britannici (Stephen King, Nick Hornby, gli stessi Eggers e Chabon, etc). Sono racconti in cui il punto centrale è l’escapismo, l’avventura, il divertimento. E sono dei gran racconti. Per un certo periodo sono stato preso benissimo dal fenomeno del pulp statunitense (e italiano) a partire dalla fine dell’Ottocento sino a tutti gli anni Quaranta del secolo scorso. Questo omaggio, che poi ha visto arrivare in una successiva parte seconda intitolata “Astonishing Stories” che però non ho letto, è veramente bello, portabile e mai tradotto, of course. Peccato, però lo consiglio lo stesso, se masticate un po’ di lingua.

 

Marta Berzieri, La paura in Giappone, Yokai e altri mostri giapponesi

Mi ricordo che quando l’ho letto, adesso è passato un po’ di tempo dall’inizio dell’anno scorso, mi sono divertito molto. Si trovano informazioni interessanti, un lungo catalogo di creature mitologiche, una piacevole serie di escursioni nel folklore nipponico. La paura in Giappone nasce come tesi di laurea e diventa un piacevolissimo libriccino da consultazione che permette di andare nel dietro le quinte di Lamù, per dire, perché i mostri giapponesi sono la base della cultura popolare che assimilano fin da quando sono bambini.

 

Atsushi Ueda: Electric geisha. Tra cultura pop e tradizione in Giappone

È una versione ridotta di quella uscita in lingua inglese (a quel che ho capito su Internet, mancano sei o sette saggi, porca miseria) però è lo stesso molto, molto interessante. Infatti grazie a questo piccolo libro – che poi non è neanche tanto piccolo – diciamo che si acquista una visione meno provinciale e soprattutto meno eurocentrica (è pur sempre scritto da un autore giapponese) del Paese del Sol Levante. Digeribile e piacevole approfondimento. Ottimo compagno della Berzieri.

 

Yasunari Kawabata: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale

La letteratura giapponese contemporanea non è Banana Yoshimoto e Yukio Mishima. C’è parecchio altro, per fortuna. Ma, un po’ come per il cinema locale, si pensa che quasi non esista perché schiacciato dall’immaginario preponderante dei manga-anime. Oltre che per il peso oggettivamente rilevante in Giappone di questo modello di narrazione, anche perché l’Italia ha vissuto a partire dagli anni Ottanta un rapporto anomalo con il paese del Sol Levante. La cultura pop giapponese è diventata un immaginario potente come pochi altri da noi: solo gli americani (e prima i francesi, ma dobbiamo andare nell’Ottocento) hanno potuto altrettanto. Purtuttavia, ci sono anche cose belle da leggere che non fanno parte di questo mondo limitato all’animazione e all’illustrazione. Kawabata (che è anche il primo dei due Nobel per la letteratura giapponese) è prolifico, influente, potente, attivista, meraviglioso, difficile (e grande amico di Yukio Mishima). Koto (questo il titolo originale: 古都) è del 1962, quando Kawabata aveva 63 anni, dieci anni prima della sua morte, ed è un’opera relativamente minore. Avercene di opere minori come queste, buon dio. Tra l’altro, se ci si innamora di Kawabata – può succedere – parte del suo lavoro è raccolto in un notevole Meridiano di Mondadori (romanzi e racconti) curato da Giorgio Amitrano.