Caro Odifreddi, ti scrivo

Caro Piergiorgio Odifreddi,

Leggendo il tuo ultimo libro (Caro Papa, ti scrivo, Mondadori) ho provato un misto di ammirazione e di stizza. Ammirazione per il tuo ben noto talento retorico, ma soprattutto per l’enorme pazienza con cui ti sei sobbarcato l’analisi logica – brano dopo brano, quasi – di una vecchia opera dell’attuale papa: l’Introduzione al cristianesimo scritta nel lontano 1968 dall’allora giovane teologo. Deve essere stato un compito faticoso e ingrato, quello di provare a districare i grovigli di un ragionamento naturalmente denso di circoli viziosi, contraddizioni e fallacie logiche di ogni tipo, con il solo scopo di dimostrarne l’inconsistenza. Sapendo come la pensi, devi esserti sentito come un musicologo che decidesse di cimentarsi nell’analisi di ogni singola nota di una canzoncina sanremese per smascherarne la povertà musicale. In ogni caso, devo dirti che non sono riuscito a stabilire se tu ti sia annoiato nel fare l’esegesi del testo papale, visto che il risultato finale è di piacevole lettura.

Il che spiega, in parte, la ragione della mia (bonaria) stizza. Possibile che un bravo divulgatore come te si ostini a dissipare il suo talento nella trita e ritrita polemica con la religione, e in particolare con la chiesa cattolica romana? Possibile che, con tutte le belle storie di scienza e di scienziati che si potrebbero raccontare, tu preferisca scrivere lettere al capo di una religione in cui non credi? Se guardo alla tua produzione recente, non riesco a sfuggire alla sgradevole impressione che la scienza ormai ti interessi soprattutto se serve da concime per la polemica anti-religiosa. A parte i libri decisamente orientati in questo senso (come Il vangelo secondo la scienza, o Perché non possiamo essere cristiani) anche quelli che trattano di argomenti più prettamente scientifici sembrano scelti soprattutto con lo scopo di darti l’opportunità per l’occasionale stoccata contro le fedi. Nelle tue ultime opere di divulgazione, hai parlato di Darwin (In principio era Darwin) e di Galileo (Hai vinto, Galileo! – e sai che notizia): due giganti della scienza, entrambi però ormai da tempo ridotti prevalentemente al ruolo di pedine nello scontro scienza-fede, al punto da scatenare crisi di rigetto anche nel più fervente appassionato di narrazione scientifica. E meno male che, quasi in simultanea con la tua lettera a Ratzinger, hai trovato anche il modo di pubblicare C’è spazio per tutti, un libro che – sia per l’argomento oggettivamente ambizioso, sia per la sfarzosa veste editoriale – si colloca al di sopra della media nel panorama asfittico e pavido dell’editoria italiana. Ma, conoscendo un po’ come vanno queste cose, mi viene il legittimo dubbio che il lusso di parlare di qualcosa di altamente astratto come la geometria ti sia stato concesso solo grazie alla popolarità che hai guadagnato come polemista a trecentosessanta gradi.

In effetti, a voler essere impertinenti (cosa che immagino non potrà dispiacerti) mi verrebbe da dire che la tua lettera al Papa sembra una specie di ringraziamento: il cavalleresco riconoscimento – celato dietro la facciata dell’ennesima schermaglia letteraria – di chi concede al proprio antagonista il merito di una parte sostanziale della propria fortuna. E il sospetto che tra te e il Papa ci sia una sorta di complicità viene quasi subito, già dall’introduzione, in cui racconti (in modo onesto ma fin troppo rivelatorio) di quando da bambino sognavi di salire un giorno al soglio pontificio, sogno che si concretizzò fino a condurti, temporaneamente, in seminario; sospetto confermato nelle ultime pagine, in cui riveli le lunghe e infruttuose trattative con cui hai tentato di essere ricevuto in udienza proprio da Ratzinger, in occasione di uno dei festival della matematica da te curati. E si avverte, nel tono usato in tutto il libro, un poi non tanto sorprendente rispetto nei confronti del teologo diventato pontefice: come se ti stessi rivolgendo a un collega accademico di cui contesti le posizioni e le metodologie, ma con cui condividi, in fondo, una irrefrenabile ossessione per lo stesso argomento.

Solo in questo modo sono riuscito a spiegarmi l’apparente paradosso (argomento di cui sei ovviamente più esperto di me) di un matematico ateo che dedica tanta attenzione ai pensieri del capo di una religione. È un paradosso che mi sembra molto simile a quello per cui i titoli più cubitali a proposito del Papa si trovano, nella stampa italiana, nei giornali cosiddetti laici (laddove il New York Times, tanto per dirne uno, relega le abituali esternazioni del pontefice a trafiletti insignificanti). Ma se invece lo scopo non fosse quello di ricercare una sorta di mutua legittimazione tra contendenti, allora mi sfugge il senso della tua fatica. Non penserai certo che gli argomenti logici contro la teologia che esponi nella tua lettera, o il mettere in luce le incongruenze storiche e i conflitti con le verità scientifiche contenuti nelle scritture, possano scuotere le certezze del Papa in persona (a cui probabilmente quelle contraddizioni sono note meglio di chiunque altro, così come le possibili controrepliche). Se è per questo, è molto improbabile che essi possano far breccia anche in un qualsiasi semplice credente.

Sai bene infatti, perché lo scrivi nella tua lettera, che persino tra gli scienziati si trova una percentuale non trascurabile di credenti, anche se poi usi questo dato per affermare (in modo che mi sembra un po’ contraddittorio) che è stata proprio la professione scientifica a far allontanare la maggior parte di loro dalla fede. Se così fosse, logica vorrebbe che non si dovrebbe trovare nemmeno uno scienziato credente. Ma sai appunto che le cose non stanno così, e ce ne dai tu stesso almeno un paio di esempi: quel Georges Lemaitre che era un prete ma anche uno dei massimi cosmologi del ventesimo secolo (e che reagì con disappunto quando papa Pio XII tentò di appropriarsi del modello del big bang per mostrarlo aderente al mito biblico della genesi) oppure l’ex direttore della specola Vaticana padre Coyne, allontanato dalla sua posizione per avere difeso la teoria dell’evoluzione dagli attacchi di altri esponenti della chiesa cattolica.

Il punto, penso che ne converrai, è che si è non credenti (o credenti) non in quanto scienziati (o non scienziati), ma in virtù di orientamenti che coinvolgono la persona intera e la sua storia complessiva, e che non sono riconducibili unicamente a considerazioni logiche. E non saranno certo gli argomenti logici – pur interessanti e meritori di diffusione, per carità – a far cambiare idea a coloro che hanno deciso di trovare il centro della propria esistenza in una confessione religiosa. Così come, specularmente, ho sempre trovato bizzarri i tentativi di chi cerca, in questa o quella scoperta scientifica, o in qualche lacuna nelle nostre conoscenze attuali, una sponda per il proprio credo religioso.

Ma devo dirti che, in fondo, mi importa poco dell’efficacia delle strategie di conversione. Non credo che lo scopo di chi fa scienza, o di chi la racconta, sia quello di conquistare proseliti. Credo invece che avvicinare il pubblico alla realtà dell’impresa scientifica, restituendo un’immagine fedele del suo modo di procedere, che ne mostri onestamente la problematicità, le incertezze, gli errori e i punti ancora oscuri, sia assolutamente cruciale per il buon funzionamento della società. Ciò che rende la scienza straordinariamente efficace nel comprendere il mondo è proprio il suo metodo. Ed è soprattutto quel metodo, la propensione al dubbio, il senso critico nell’interpretazione dei fatti, che sarebbe sempre più indispensabile divulgare, fino a farlo diventare bagaglio comune di tutte le persone, indipendentemente dagli orientamenti religiosi.

Se invece la scienza diventa lo strumento di una guerra (non importa quanto possa sembrare giusta la causa) temo che si corra il rischio, non potendo andare troppo per il sottile, di farla apparire solo come un insieme di risposte piuttosto semplicistiche a questioni molto complesse. Così, nel tuo libro, ti bastano poche righe per liquidare un problema formidabile, come quello del libero arbitrio, citando a supporto gli studi di Benjamin Libet sui tempi di risposta dei neuroni (dimenticando che anche un ateo conclamato come Daniel Dennett ne ha messo in dubbio la validità). Il problema altrettanto affascinante della “irragionevole efficacia della matematica nel descrivere il mondo fisico”, come lo definiva il fisico Eugene Wigner, lo dai per risolto da Connes e da Changeaux, “dall’incontro tra filosofia della matematica e biologia” (ma, ovviamente, i lettori più avvertiti sanno che la cosa non è affatto così semplice).

Ecco: quello che mi ha lasciato veramente perplesso, al termine del tuo pur godibilissimo libro, è che mi pare che tu finisca per presentare la scienza unicamentante come un sistema di credenze che cerca di imporre la propria supremazia assoluta sulla verità. Una specie di sostituto della religione, quindi. Anzi: l’unica vera religione, secondo le tue letterali parole. Del resto, in una pagina la cui assenza non avrebbe nuociuto al resto del libro, arrivi persino a mettere nero su bianco il tuo credo, ricalcato fedelmente su quello della chiesa cattolica.

Ora, se posso permettermi di rivolgere un’accorata preghiera all’antipapa Odifreddi: non farlo. Non fondare un’altra religione. (Se non altro perché la cosa, storicamente, non porta benissimo.) Non perdere altro tempo scrivendo omelie, non importa quanto argute, per rassicurare i tuoi fedeli, confermandoli nelle proprie convinzioni. Pensa un po’ anche agli altri: agli agnostici, a coloro che hanno risolto una volta per tutte i loro rapporti con la fede e con le religioni, e a tutti quelli che, credenti o no, vorrebbero semplicemente che in questa disgraziata nazione ci si occupasse di più della scienza, degli scienziati e della ricerca e meno (molto meno) di interpretare ciò che passa nelle teste delle gerarchie religiose di ogni tipo.

Ti saluto cordialmente.

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