Il dibattito no

All’inizio del ventesimo secolo, non si sapeva quanto fosse grande l’universo. Non si sapeva neanche se ci fossero altre galassie oltre alla nostra. Scienziati (e filosofi) ne discutevano da molto tempo, e non avevano raggiunto una conclusione certa.

Tra i primi a ipotizzare l’esistenza di altre galassie c’era stato addirittura il filosofo Immanuel Kant. Lui pensava che certe nebulose che si potevano vedere con i telescopi non fossero sbuffi di materia, ma gigantesche isole fatte di stelle (universi isola, li chiamava), lontanissime dalla nostra Via Lattea. Altri ritenevano la cosa completamente assurda: la nostra galassia era già talmente grande che non si vedeva come potesse esserci posto per altro.

Nel 1920, il Museo Smithsonian di storia naturale organizzò un dibattito sulla questione della grandezza dell’universo. Due luminari dell’epoca, Harlow Shapley e Heber Curtis, si sfidarono pubblicamente: il primo sosteneva che la nostra galassia era l’unica nell’universo, il secondo sposava la tesi degli universi isola. La cosa andò avanti una giornata intera, ognuno presentò le migliori evidenze disponibili a sostegno della sua tesi, e alla fine, da quello che dicono i libri di storia, Shapley sembrò più convincente.

Peccato che, solo quattro anni dopo, la visione di Shapley fu sconfitta dalle osservazioni di un giovane astronomo, Edwin Hubble, che dimostrò, usando il nuovissimo telescopio di Mount Wilson, che uno di quegli sbuffi di luce nel cielo era una gigantesca galassia: la galassia di Andromeda.

L’universo, oggi lo sappiamo, è gigantesco, e pieno di galassie. Ma il punto è che, a dimostrarlo, non furono né le idee di un grande filosofo, né un dibattito tra punti di vista contrapposti. Fu uno strumento migliori degli altri, nelle mani di un bravo osservatore. La scienza funziona così.