Se qualcosa può andare storto

Quando, nel 2003, l’agenzia spaziale giapponese JAXA lanciò la sonda Hayabusa, sapeva che il compito da affrontare era complicato. Ma anche un pessimista cronico avrebbe dovuto faticare parecchio per immaginare la sequenza di eventi sfortunati che si è abbattuta sulla missione negli anni successivi.

Hayabusa (un nome dato con le migliori intenzioni, visto che significa “falco pellegrino”) doveva avvicinarsi a un asteroide a forma di patata chiamato Itokawa, posarcisi sopra, prendere un po’ di materiale e riportarlo sulla Terra per studiarlo. Sennonché, subito dopo la partenza sono iniziati i problemi. Prima una tempesta solare ha danneggiato i pannelli solari, ritardando l’arrivo sull’asteroide. Appena toccato quel blocco di roccia in orbita nello spazio, si è sfasciato il meccanismo che avrebbe dovuto raccogliere i campioni. Poi non si è saputo più nulla di una specie di macchinina telecomandata che avrebbe dovuto camminare sull’asteroide per studiarlo. Dopo il decollo da Itokawa, infine, si sono spenti sia i motori a ioni che i razzi tradizionali, e la sonda ha cominciato ad andare alla deriva. Al tutto, si è aggiunta la perdita (temporanea) di comunicazioni con la base.

Alla fine, in qualche modo, i tecnici sono riusciti a riportare Hayabusa sulla Terra. La sonda si è incendiata all’ingresso nell’atmosfera ed è andata a schiantarsi in Australia. Tra i frammenti sopravvissuti all’impatto c’era il contenitore che avrebbe dovuto conservare i campioni prelevati su Itokawa. Ma, al momento di aprire la capsula, gli scienziati hanno dovuto constatare che dentro non sembrava esserci nient’altro che un po’ di gas.

Raschiando il fondo del barile, però, sembra che sia spuntata fuori qualche minuscola particella di polvere. Ora le analisi dovranno chiarire se si tratta davvero di un frammento dell’asteroide — un piccolo detrito avanzato dalla formazione del sistema solare, 4.5 miliardi di anni fa. Sarebbe il lieto fine a sorpresa di un’avventura sfortunata.