Dopo il referendum di Bologna

Cosa ci insegna il referendum di Bologna? I sostenitori dell’opzione A (basta soldi alle materne paritarie) hanno raccolto il 58,8% dei consensi, in un contesto di affluenza molto bassa: 85.934 votanti su oltre 299 mila aventi diritto (il 28,7%).

Non è sorprendente che abbiano vinto i sostenitori dell’opzione A: persino dai commenti ai miei due post precedenti sull’argomento, è evidente come essi fossero una minoranza fortemente determinata e non priva di capacità di mobilitazione. In un caso come questo, è chiaro che la motivazione ad andare a votare è dalla parte di coloro che hanno attivamente promosso la consultazione.

Nondimeno, forse la parola d’ordine “scuola pubblica” è risultata un po’ meno potente di quanto si pensasse. Questo non significa che coloro che stavano dall’altra parte della barricata debbano essere contenti. La scarsa affluenza servirà al sindaco Merola per disinnescare il referendum, ma è un fatto che i bolognesi non si sono attivati per difendere un sistema “misto” per le scuole materne.

Da Bologna non parte quindi una grande campagna nazionale “per la scuola pubblica e di Stato”, come forse alcuni promotori avevano sognato. Ma è indubbio che è in quel pezzo dell’opinione pubblica che esistono risorse e personalità pronte a spendersi per un dibattito su questi temi.

Servirebbe che chi invece ha a cuore la libertà scolastica avesse la forza di rialzare, oggi, una bandiera che in Italia è stata ammainata anni fa. Quella per il buono-scuola: non uno strumento di finanziamento surrettizio delle scuole private, ma invece un mezzo trasparente per riconoscere la libertà di scelta alle famiglie. I mezzi per raggiungere lo scopo possono essere due. Il voucher, appunto, o un credito d’imposta per chi utilizza i servizi delle scuole private ma paga, come contribuente, anche per quelle pubbliche. Il primo è forse il più adatto, proprio perché è un “buono” da spendersi, a disposizione di tutte le famiglie. Ciò dovrebbe consentire una maggiore “fluidità” della domanda. Se il credito d’imposta agevolerebbe chi è già portato a scegliere un istituto privato, e ha denari da ‘anticipare’ a quello scopo, il “voucher” innescherebbe invece una nuova modalità di finanziamento delle scuole pubbliche: otterrebbero più risorse quelle nelle quali effettivamente le famiglie vogliono mandare i figli.

L’idea per primo l’ebbe Milton Friedman, nel quadro di una serie di proposte volte a passare dal finanziamento della burocrazia che organizza l’offerta dello Stato sociale, alla domanda dei cittadini. Non si tratta né di un sistema perfetto né di un modello di “deregolamentazione” (forse lo Stato “entrerebbe” ancora di più nella definizione dei programmi e delle attività delle scuole private): ma avrebbe il pregio di portare un po’ di concorrenza, liberando la scuola dall’asfissia da monopolio. Esso stimolerebbe la produzione di informazioni sulle nostre scuole, affinché i genitori possano compiere scelte consapevoli.

La battaglia per il buono-scuola in Italia ha avuto una sua fortuna negli anni Novanta, ma è stata poi “dismessa” proprio con la legge Berlinguer. A pensar male, si direbbe che le scuole cattoliche fossero più contente di un finanziamento diretto, che di un sistema incardinato sul principio della libertà di scelta. La libertà educativa fu barattata con un ruolo di “stampella” della scuola di Stato, in un contesto di pianificazione dell’offerta.
Oggi ci sono due ragioni, forse, per le quali una battaglia politica di questo tipo potrebbe avere più chance che in passato.

La prima è l’emergenza educazione. La scuola italiana ha tanti problemi, non solo di finanziamento, e lo sappiamo tutti. Anche al di là dei vincoli di finanza pubblica, mettere più quattrini nel sistema per come è oggi sarebbe un azzardo. Non basta più benzina per far funzionare un motore rotto. È comprensibile che ci sia preoccupazione da parte del personale della scuola pubblica per la potenziale “dispersione” di fondi. Ma se serve una riforma che migliori la scuola, perché non provare con una iniezione di concorrenza? Conosciamo bene i guasti del monopolio. E allora perché lo difendiamo, proprio nell’erogazione di un servizio tanto importante?

La seconda è la secolarizzazione della società italiana. Quando l’idea del voucher entrò nel dibattito italiano degli anni Ottanta, Norberto Bobbio fu categorico: “nella società italiana, dove la religione cattolica è predominante, la libertà della scuola non può avere altra conseguenza, come del resto è avvenuto sinora, che la istituzione quasi esclusiva di scuole cattoliche. Pertanto la libertà nella scuola può essere garantita soltanto nelle scuole di Stato” (La Stampa, 11 marzo 1986). Questo punto di vista, tutt’ora non certo minoritario, non considera una questione cruciale: le scuole private sono in assoluta maggioranza cattoliche proprio perché solo la Chiesa ha un tale radicamento sociale che le consente di offrire istruzione in un ambiente così ostile ai “concorrenti” privati.

L’Italia di oggi è però diversa da quella del 1986: la presa della Chiesa sulla società civile è molto minore. Forse anche Bobbio, in un’Italia ormai secolarizzata, avrebbe preso una posizione più sfumata. Probabilmente un sistema fondato sui voucher produrrebbe non l’esplosione delle scuole cattoliche, ma l’ingresso sulla scena di operatori nuovi (fondazioni private, cooperative di insegnanti) desiderosi di offrire un servizio essenziale in modo diverso e innovativo.

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