Briciole di Grillo

Luca Sofri

Giornalista e direttore del Post. Ha scritto per Vanity Fair, Wired, La Gazzetta dello Sport, Internazionale. Ha condotto Otto e mezzo su La7 e Condor su Radio Due. Per Rizzoli ha pubblicato Playlist (2008), Un grande paese (2011) e Notizie che non lo erano (2016).

Ridurre il dato dell’esagerata copertura televisiva su Beppe Grillo in questi anni a una questione di errori e sventatezze politiche – come ha fatto di nuovo Eugenio Scalfari domenica accusando alcuni di sostenerlo per arrivare allo sfasciamento di tutto e alla “palingenesi” purificatrice; con risposte di Enrico Mentana – equivale come al solito a nobilitare un’iniziativa dagli obiettivi assai più banali.
Se ogni talkshow e telegiornale in questi anni ha mandato un suo cronista a rincorrere Grillo e un suo cameraman a riprendere le sue invettive sempre uguali, è perché Grillo che urla e fa le battute  e manda tutti a quel paese paga, in termini di audience.  Avere un po’ di Grillo nel programma è come avere il video dell’incidente clamoroso in formula Uno, o il fuorionda a effetto. E quindi tutti cercano di mettercelo: chi in testa alla puntata, chi in coda, con diverse oculatezze da studiosi delle curve dello share.

Che poi ci siano alcuni sgamati e navigati intellettuali che auspicano l’uragano che si porti via tutti (compresi certi loro vecchi amici e conoscenti, che il pianerottolo impera sempre) è vero da tanto: oggi sarà Paolo Flores, come dice Scalfari, ma Paolo Mieli mi pare fosse già su questi desideri molti anni fa, con maggior discrezione.
E possono avere anche delle ragioni, visto il quadro: sono solo ingenui nel pensare di poter sopravvivere – governarlo, persino – all’uragano, direi.


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