Mettere il dentifricio sui brufoli è una buona idea?
È uno dei più antichi e conosciuti rimedi casalinghi, ma dentro di voi sapete già che la risposta è no
- Condividi
- X
- Regala il Post

Che il dentifricio sia un rimedio per i brufoli è una credenza antica che si incontra di solito per la prima volta a scuola, ma è diffusa in tutto il mondo e da ben prima dei social network. Addirittura hanno ammesso di farvi ricorso attrici e modelle come Amanda Seyfried, Selena Gomez o Adriana Lima. «C’è una cosa strana che faccio, che mi ha insegnato mia mamma» ha confessato in un’intervista a Vogue la modella Gigi Hadid: «di notte metto il dentifricio sui brufoli e questo li fa seccare. Potrei finire nei guai per averlo detto, ma è quello che faccio.»
In effetti, applicare il dentifricio sui brufoli è sconsigliato da molti dermatologi: è un prodotto formulato per pulire i denti e prevenire le carie, con ingredienti troppo aggressivi per la pelle. La sua lunga fortuna come rimedio casalingo per i brufoli si deve al fatto che è economico, che è già in bagno quando se ne ha bisogno e che qualche effetto sembra averlo: dà alla pelle una sensazione di freschezza o di leggero bruciore, a suggerire un qualche tipo di efficacia. E il giorno dopo il brufolo può sembrare davvero più secco e più asciutto.
Una parte dei suoi apparenti benefici è dovuta al tempo, o più precisamente al tempismo. Di solito, infatti, un brufolo si forma, si gonfia, raggiunge il picco dell’infiammazione e poi nella maggior parte dei casi comincia a ridursi spontaneamente. I più superficiali possono scomparire nel giro di qualche giorno, gli altri in un paio di settimane. È normale applicare il dentifricio quando il brufolo è più infiammato, un momento che quindi sarebbe comunque seguito da un miglioramento. La naturale evoluzione del brufolo può insomma essere facilmente confusa con un effetto del dentifricio.
Spesso pensiamo ai brufoli come accumuli di grasso, sporcizia e batteri e li trattiamo di conseguenza con prodotti aggressivi. Un brufolo è invece una lesione infiammatoria, cioè una zona della pelle in cui si è attivata una risposta del sistema immunitario. Può attivarsi per esempio quando il follicolo pilifero, il piccolo canale da cui cresce un pelo, si ostruisce per l’accumulo di cellule della pelle e sebo, una sostanza oleosa che normalmente risale il follicolo per raggiungere la superficie della pelle.
Alcune sostanze presenti nel sebo possono allora stimolare le cellule del follicolo, che inviano segnali di allarme al sistema immunitario, che a sua volta reagisce con rossore, gonfiore e, talvolta, con una punta bianca contenente pus. “Seccare” la superficie esterna con il dentifricio non risolve l’ostruzione e non cura l’infiammazione.
Non migliora la situazione il fatto che alcuni dentifrici contengano antibatterici, come i sali di zinco, alcuni composti dello stagno o il triclosan, una sostanza antibatterica che negli anni Settanta si pensava potesse essere utile anche contro i batteri coinvolti nell’acne. Servono a contrastare i batteri che possono causare problemi ai denti e alle gengive, ma non è detto che siano efficaci contro quelli potenzialmente legati ai brufoli o all’acne, e anzi possono uccidere quelli che fa comodo avere. Molti dei batteri presenti sulla pelle vivono normalmente sulla sua superficie e contribuiscono a mantenerne l’equilibrio.
I dentifrici possono contenere tante altre sostanze che possono essere aggressive per la pelle, che possono aggravare l’infiammazione già presente o persino provocare reazioni allergiche. Il sodio laurilsolfato, o SLS, è uno di questi. È un tensioattivo, una di quelle sostanze che interagiscono sia con l’acqua sia con i grassi, molto usato nei saponi perché riesce a incorporare le sostanze grasse e a eliminarle durante il risciacquo. Nei dentifrici è una proprietà molto utile e infatti sono molti i marchi che lo usano, mentre sulla pelle può dare qualche problema.
La parte più esterna della pelle, infatti, è costituita anche da lipidi, sostanze grasse che si dispongono in sottilissimi strati ordinati tra le cellule. Hanno tante funzioni, come ostacolare l’ingresso di sostanze potenzialmente irritanti. L’SLS presente nei dentifrici può alterare l’organizzazione di questi strati e rendere più vulnerabile la pelle, che può reagire anche con un’infiammazione.
L’infiammazione lasciata dalla reazione può anche stimolare i melanociti, le cellule che producono la melanina che è responsabile del colore della pelle, e lasciare delle macchie più scure sulla pelle, chiamate iperpigmentazioni post-infiammatorie, che rimangono visibili anche per mesi.
Anche il grado di acidità del dentifricio può agire sulla barriera cutanea. Molti dentifrici infatti sono neutri o basici, mentre la pelle generalmente è più acida. Se l’acidità della pelle diminuisce, l’attività dei suoi enzimi, proteine che facilitano le reazioni chimiche, può cambiare: quelli che contribuiscono alla formazione dei lipidi della barriera protettiva della pelle possono diventare meno attivi e indebolirla.
Ci sono poi gli aromi dei dentifrici, che sono tra le cause più frequenti di allergie ai prodotti per l’igiene orale (che sono comunque poco comuni): la menta peperita, la menta verde, il mentolo o persino la cannella e l’anice secondo DermNet, un portale scientifico di dermatologia curato da esperti, possono provocare rossore, prurito e gonfiore.
Sul mercato sono tantissimi i trattamenti, anche economici, specializzati nella cura dei brufoli e dell’acne per evitare tutte queste possibili conseguenze. Tra gli ingredienti che i dermatologi consigliano di cercare ci sono l’acido salicilico, che favorisce l’eliminazione delle cellule morte e aiuta a liberare i pori ostruiti, e il perossido di benzoile, che serve a contrastare i batteri coinvolti nell’acne.



