KFC sta approfittando della nuova popolarità del pollo fritto
Continua ad aprire ristoranti fuori dagli Stati Uniti e in particolare in Italia, ma le cose vanno bene anche per le catene rivali
- Condividi
- X
- Regala il Post

Negli ultimi anni Kentucky Fried Chicken (KFC), la catena di fast food statunitense specializzata in pollo fritto, ha accelerato la sua espansione fuori dagli Stati Uniti, consolidando la sua presenza sul mercato cinese e investendo molto in quello europeo. In Italia, dove è presente dal 2014, sta facendo grossi investimenti: nel 2025 ha aperto nel centro di Roma il suo più grande ristorante europeo ed entro la fine del 2026 arriverà a 185 punti vendita.
Il fatturato per il 2026 dovrebbe arrivare a 281 milioni di euro, il 22 per cento in più del 2025. L’obiettivo però è di superare i 200 punti vendita nel 2027 e di aprire almeno un negozio in ciascuna regione italiana, oltre a potenziare quelle in cui KFC c’è già. La maggior parte dei negozi è gestita in franchise (ovvero da imprenditori singoli che prendono in licenza il marchio) mentre il 16% è a gestione diretta.
KFC sta in parte contribuendo e in parte approfittando di una più generale moda del pollo fritto, che specialmente tra i più giovani è diventato un’alternativa sempre più popolare agli hamburger. Se per molto tempo era considerato una seconda scelta rispetto alla carne di manzo, oggi, anche per il fatto che la carne di manzo è diventata molto più costosa, si è sviluppato un mercato molto vario di fast food e ristoranti che vendono tipologie diverse di prodotti a base di pollo.
«Il pollo fritto era visto come una cosa grassa, semplice, senza valore aggiunto e molto meno desiderabile del manzo. Il suo status è cambiato, ed è ora associato a qualcosa di goloso, un comfort food per lasciarsi andare» ha detto a Le Monde Nicolas Nouchi, direttore di Strateg’eat, società di consulenza indipendente specializzata nel settore della ristorazione.
Per anni il simbolo di KFC è stato il bucket, un secchiello di cartone pieno di pezzi di pollo fritto da cui si mangiava direttamente, condividendolo spesso con altre persone. Questo prodotto continua a venire venduto, ma non è quello su cui sta investendo di più, anche perché rientra più nelle tradizioni americane. In Italia punta su focacce e panini ripieni di pollo fritto, oppure i “chicken tenders”, dei filetti di pollo fritto venduti in una piccola scatola. Lo stesso vale anche altrove: KFC ha cominciato a investire di più nei pezzi di pollo senza ossa e ha anche aggiunto una parte vegetariana del menù.
Per KFC il cambiamento è arrivato dopo anni in cui la concorrenza aveva eroso parte del suo vantaggio negli Stati Uniti, dove adesso non è più il marchio più popolare tra i fast food che vendono pollo. È stato scalzato dai fast food Popeyes e Chick-fil-A, entrambi diventati famosi per i panini con il pollo fritto, e da Raising Cane’s, che vende filetti di pollo fritti da intingere nelle salse.
In Europa KFC ha ancora il dominio del settore: dispone già di una rete di ristoranti, di fornitori e di una notorietà consolidata. In Francia, dove il mercato delle catene specializzate in pollo vale 1,2 miliardi di euro, KFC ha 400 punti vendita e punta ad aprirne altri nei prossimi anni. Quest’anno ha anche detto che introdurrà un menù halal (cioè macellato secondo i principi della legge islamica) in 40 ristoranti, ma l’obiettivo è arrivare a 100. Nel Regno Unito, dove KFC esiste dal 1965, l’obiettivo è di aprire altri punti vendita rispetto ai 1.000 già presenti nel paese. Rob Swain, il direttore generale di KFC nel Regno Unito e in Irlanda ha detto, al Guardian che «non hanno mai registrato una domanda così forte di pollo fritto preparato al momento».
– Leggi anche: Guarderemo con orrore a come trattiamo gli animali di cui ci nutriamo?
Per adesso l’unico possibile rivale di KFC è Popeyes, che quest’anno è stato inserito dal Financial Times al secondo posto nella lista delle aziende con maggior espansione in Europa. Ha aperto 25 ristoranti in tre anni in Francia e conta di aprirne altri; nel 2025 nel Regno Unito, dove ha aperto nel 2021, ha ottenuto ricavi per 178 milioni di sterline (più di 210 milioni di euro), il 50% in più rispetto all’anno prima. Anche in Italia Popeyes sta andando molto bene: in due anni ha aperto 25 punti vendita in sette diverse regioni e punta ad aprirne 50 entro la fine del 2027.

Un panino con il pollo fritto di Popeyes (Eric Gay/AP)
Anche le catene che non sono specializzate nel pollo fritto stanno cominciando ad adattarsi. McDonald’s in particolare sta puntando molto sui menù a base di pollo: ha inserito, accanto ai classici “nuggets”, anche degli straccetti di pollo fritto da intingere in una salsa, simili a quelli di Raising Cane’s. L’obiettivo è di ottenere una quota aggiuntiva dell’1,5 per cento del mercato globale del pollo nei fast food entro il 2030.
La crescita delle catene specializzate fa parte di un cambiamento più ampio dell’industria alimentare. Secondo il Financial Times, la produzione mondiale di polli è passata da 48,3 miliardi di animali nel 2006 a 76,2 miliardi nel 2023. Il pollo è sempre più una fonte di proteine relativamente economica e diffusa, sostenuta da filiere industriali capaci di allevare, trasformare e distribuire grandi quantità di carne.
Questo è possibile perché la stragrande maggioranza dei polli viene fatta crescere dentro allevamenti intensivi che permettono di produrre grandi volumi a costi contenuti. Le condizioni degli animali, però, sono spesso pessime: stipati in capannoni chiusi, senza finestre e illuminati artificialmente, e selezionati per crescere molto più rapidamente ed essere macellati il prima possibile. Essendo più vulnerabili alle malattie, ricevono frequentemente trattamenti antibiotici.
Sono problemi che riguardano il settore nel suo complesso, ma che hanno coinvolto direttamente anche KFC. Secondo il rapporto internazionale The Pecking Order 2025, KFC Italia ha un risultato molto basso nella valutazione delle politiche e delle pratiche relative al benessere dei polli.
Nel marzo del 2024 l’associazione Essere Animali pubblicò un’inchiesta realizzata in quattro allevamenti della provincia di Verona appartenenti a un fornitore di KFC Italia. Le immagini raccolte documentavano polli con ferite aperte, lesioni alle zampe e al petto, animali morti e comportamenti violenti da parte di alcuni operatori. Secondo l’associazione, gli allevamenti utilizzavano razze a crescita rapida, che raggiungono il peso di macellazione in circa 40 giorni. Questa selezione può provocare problemi alle zampe e difficoltà motorie, soprattutto quando l’aumento di peso non è accompagnato da uno sviluppo adeguato dell’apparato scheletrico. L’indagine riguardava quattro allevamenti e non dimostra che le stesse condizioni siano presenti in tutti gli stabilimenti della filiera.
Essere Animali è tra le associazioni che chiedono a KFC Italia di aderire allo European Chicken Commitment, un impegno che stabilisce una serie di criteri per migliorare le condizioni di allevamento dei polli. Tra questi ci sono l’utilizzo di razze a crescita più lenta, una minore densità negli allevamenti e controlli indipendenti.
KFC ha già aderito all’impegno in diversi paesi europei, tra cui Germania, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Svizzera, Danimarca e Francia. Nel Regno Unito, invece, all’inizio di quest’anno l’azienda ha abbandonato il programma, spiegando di non essere riuscita a eliminare l’uso dei polli a crescita rapida. Al suo posto ha aderito a un piano alternativo per migliorare le condizioni degli animali, che però non prevede l’esclusione di queste razze.
KFC ha detto al Post che negli ultimi anni ha lavorato per migliorare il suo programma per il benessere animale, riducendo dal 2019 a oggi di due terzi l’impiego di antibiotici nella propria filiera, e rinunciando in tutta Europa agli allevamenti in gabbia.
– Leggi anche: Il paradosso della carne



