L’ex ILVA deve chiudere davvero
La Corte di Cassazione ha confermato che l'area a caldo dello stabilimento di Taranto non può continuare a funzionare
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La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi contro la chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA, l’enorme – e inquinante – acciaieria di Taranto, per le conseguenze ambientali e sanitarie che continua ad avere sul territorio. La Cassazione è l’ultimo grado di giudizio in Italia e mette così fine a una vicenda giudiziaria che dura da anni: di fatto porta alla chiusura definitiva dell’intero stabilimento di Taranto, le cui attività erano state già sospese nelle scorse settimane e che ora dovranno interrompersi del tutto.
L’ex ILVA – che ora si chiama Acciaierie d’Italia ed è gestita in amministrazione straordinaria da commissari del governo – è l’acciaieria più grande d’Italia e storicamente tra le più rilevanti anche in Europa: oltre allo stabilimento di Taranto, in Puglia, possiede quelli di Cornigliano (Genova), Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo), che dipendono tutti dalla produzione pugliese. La sentenza innesca dunque una crisi senza precedenti anche per tutti gli stabilimenti del gruppo – che nel complesso conta quasi 10mila dipendenti – e in generale per tutto il settore dell’acciaio in Italia.
La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’appello di Milano, che a luglio aveva stabilito che l’area a caldo dovesse chiudere entro la fine di ottobre. Acciaierie d’Italia aveva impugnato questa decisione portando il processo fino all’ultimo grado di giudizio.
L’area a caldo è la parte più importante dell’intero impianto: semplificando molto, è qui che avviene la lavorazione delle materie prime grezze per trasformarle in acciaio. Fanno parte dell’area a caldo i cosiddetti “altiforni”, dove avviene materialmente la fusione. L’ex ILVA ne ha quattro, di cui solo uno era rimasto attivo (un tempo ne ebbe cinque, ma uno fu demolito nel 2019 dopo essere stato spento per 25 anni). Una volta che si è solidificato l’acciaio viene lavorato nell’area “a freddo” e trasformato in lamiere, in bobine, in tubi, a seconda delle destinazioni. È un processo che non avviene più a Taranto, ma in altri stabilimenti di Acciaierie d’Italia, al Nord.
L’area a caldo è quella più inquinante, non solo per le emissioni di anidride carbonica, ma anche per i fumi, le polveri sottili e la presenza di amianto in alcune sezioni degli altiforni. Per queste ragioni, nel tempo la produzione è stata ridotta al minimo e alcuni altiforni erano stati spenti. L’ultimo altoforno era stato lasciato in “condizione di riscaldo”, dunque non in piena attività ma quanto basta per evitare uno spegnimento definitivo, che avrebbe danneggiato permanentemente l’impianto.
La Cassazione ha ora confermato lo spegnimento anche di quest’ultimo altoforno e quindi nei fatti la chiusura dell’azienda, perché senza altiforni l’ex ILVA non può produrre niente. Gli stabilimenti del Nord lavoravano solo grazie all’acciaio in arrivo da Taranto, anche se ora i commissari che hanno in gestione Acciaierie d’Italia sembrano intenzionati a cominciare ad acquistare materie prime dall’estero per mantenere in attività anche gli impianti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. I dipendenti di quegli impianti hanno organizzato numerosi scioperi e manifestazioni nelle ultime settimane.
Nicola Appice, rappresentante sindacale per la Fim Cisl nello stabilimento di Genova, dice che «in linea teorica l’attività di Cornigliano non si ferma adesso». Spiega che dall’incontro di pochi giorni fa a Palazzo Chigi, la sede del governo, è emerso l’impegno a garantire che a Genova arrivino ogni mese, a partire da gennaio, 35mila tonnellate di rotoli d’acciaio da lavorare: «Se gli accordi verranno formalizzati in questo modo da noi si potrebbe continuare a produrre usando buona parte della potenzialità dell’impianto».
Anche per Novi Ligure la situazione è simile, tanto che dalla Fiom-Cgil di Alessandria fanno sapere che la cassa integrazione per tutti è prevista dalla metà di novembre fino a febbraio, comprese le festività: a quel punto dovrebbe arrivare anche lì materiale per ricominciare a produrre, secondo il piano. Al momento sia a Genova che a Novi Ligure solo una parte dei lavoratori è in cassa integrazione: l’attività prosegue con le materie prime rimaste nei magazzini, che i sindacati stimano possa durare ancora qualche settimana.
La sentenza rende di fatto impossibile anche il tentativo di vendita di Acciaierie d’Italia da parte del governo, che negli ultimi anni si è impegnato diverse volte in trattative con grandi gruppi internazionali dell’acciaio, senza però mai concludere. Ad agosto un gruppo di aziende italiane del settore si era proposto per comprare l’azienda senza l’area a caldo di Taranto, ma di quella trattativa non si è saputo più niente. Nel frattempo Acciaierie d’Italia è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria, una procedura che serve a ristrutturare o liquidare le grandi imprese, e le sue attività residue sono state finora finanziate da prestiti del governo.
C’è infine anche un’altra vicenda giudiziaria in corso sull’ex ILVA, quella sulle irregolarità nel controllo dell’impatto ambientale degli stabilimenti di Taranto tra il 1995 e il 2012. Il processo dovrà cominciare prossimamente al tribunale di Potenza, in Basilicata. Ci sono 3 società e 18 persone imputate, tra cui Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’azienda in quegli anni, diverse persone della dirigenza dell’azienda, e anche l’ex presidente della Puglia Nichi Vendola.
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