In Israele gli ultraortodossi vivono in una bolla
Abitano in quartieri delimitati, frequentano solo scuole religiose, si autoimpongono di usare poco internet: alle elezioni di martedì voteranno anche per conservare tutto questo
di Valerio Clari, da Gerusalemme
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Nel quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, i negozi di vestiti vendono perlopiù camicie bianche e giacche e impermeabili neri. Le scarpe in vendita sono quasi tutte nere. Nelle librerie ci sono libri per bambini e libri religiosi, e basta. Le case sono basse, quasi tutte malmesse.
Ogni due isolati c’è una scuola, e i bambini che girano per strada sono moltissimi, alcuni apparentemente da soli, anche se molto piccoli. I passanti adulti si fermano a leggere grossi manifesti scritti in nero su sfondo bianco, che tappezzano diversi edifici. Il venerdì mattina il quartiere freme: molti sono in giro per comprare cibo per la cena che precede lo shabbat, il giorno festivo e sacro per la religione ebraica.
Mea Sharim è il principale quartiere di Gerusalemme dove vivono gli ebrei ultraortodossi, o haredim, letteralmente “coloro che tremano di fronte a Dio”. In Israele sono circa un milione e mezzo, il doppio rispetto a quanti erano nel 2009. La maggior parte di loro vive in una bolla, una specie di comunità parallela in comunità coese e isolate, con pochi contatti con gli altri israeliani. A Gerusalemme, dove sono un terzo della popolazione, ci sono altri tre quartieri simili a Mea Sharim. Nell’area di Tel Aviv sono concentrati nella città di Bnei Brak, in Cisgiordania nelle colonie di Modi’in Illit e Beitar Illit.

La via principale del quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Anche fra gli ultraortodossi ovviamente esistono diverse sfumature e differenze, così come fra i partiti che rappresentano la loro comunità. Generalizzando un po’, si può dire che tutti gli ultraortodossi vivono secondo una interpretazione estremamente conservatrice della Torah, cioè i primi cinque libri della Bibbia. Seguono anche in maniera letterale i 613 comandamenti (mitzvot) della legge ebraica, che definiscono cosa fare e cosa non fare in quasi ogni aspetto della vita quotidiana.
Lo studio dei testi sacri è considerato un dovere supremo per gli uomini, spesso portato avanti a tempo pieno. I metodi contraccettivi sono scoraggiati, nella convinzione che nel mondo debbano esistere quante più persone possibili a seguire pedissequamente la legge ebraica. I tipi di vestiti che si possono indossare sono pochissimi e sempre gli stessi da secoli, sobri ed estremamente coprenti. I contatti con persone all’esterno delle proprie cerchie vanno limitati, per evitare di annacquare le convinzioni e lo stile di vita dei membri delle comunità.

Una libreria nel quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Per via di tutte queste abitudini, esistono diversi punti di attrito col resto della società israeliana: il più sentito dagli altri israeliani riguarda il rifiuto della maggioranza degli haredim di rispondere alla leva militare obbligatoria. Ma si discute anche dei costi sociali del loro stile di vita, che ricadono sul resto della popolazione. I due principali partiti che li rappresentano fanno parte della coalizione che alle elezioni di martedì 27 sostiene il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, e in questi anni sono riusciti a usare la loro influenza per bloccare ogni tentativo di modificare lo stile di vita degli haredim, che quindi restano bene all’interno delle loro bolle, compresa Mea Sharim.

Il quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Il quartiere è distante pochi minuti a piedi dalla Città Vecchia di Gerusalemme e da altre parti più contemporanee della città, ed è subito riconoscibile perché per strada molti sono vestiti uguali, o quasi: cappelli neri a tesa larga, oppure di pelo per le festività; alcune frange di fili, chiamate tzitzit, pendono sopra i pantaloni, un promemoria della responsabilità religiosa. Le donne hanno gonne lunghe fino ai piedi, mai pantaloni e capelli coperti da scialli o parrucche. Alcune indossano addirittura una frumka, una tunica integrale che ricorda il burqa islamico. L’abbigliamento risponde a due esigenze: rispetto dei precetti della Torah, ma anche riconoscimento reciproco.

Uomini coi cappelli tipici di pelo nel quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Non sono infatti un gruppo unico e uniforme: ci sono almeno tre componenti principali, chassidici, lituani e sefarditi. Semplificando molto, differiscono per la provenienza originaria – i primi due gruppi dall’Europa orientale, i terzi dal Medio oriente –, per le tradizioni liturgiche e per il metodo con cui vengono indicate le autorità spirituali di riferimento. Ma poi ci sono molti gruppi minori, ultraortodossi più moderni che vivono mescolati nella società civile israeliana, altri più rigidi e anche chi non riconosce lo stato di Israele, e lo rifiuta e lo considera «una sciagura» per il popolo ebraico perché ne delimita l’esperienza al solo territorio israeliano. Nelle librerie oltre alle edizioni della Torah commentate ci sono testi e biografie di rabbini illustri, raffigurati anche in quadri, piatti e oggetti d’oro in vendita nei negozi di arredamento.
L’altra cosa che permette di individuare subito un quartiere ultraortodosso sono i pashkevil, le affissioni. Il nome viene da “Pasquino”, una statua di Roma dove dal Sedicesimo secolo le persone iniziarono ad appendere cartelli di critica, perlopiù satirica, al papato. Quel termine è passato fino a definire le affissioni ultraortodosse, che però spesso sono moniti sulle regole, avvertimenti e critiche alla comunità, annunci di problemi o indicazioni di regole, scritte dai leader delle varie comunità. I toni sono sempre duri, severi e apocalittici. Altre affissioni riguardano lutti illustri, spesso di rabbini, o proteste contro lo stato, soprattutto per la leva obbligatoria o per il mancato finanziamento ad alcune scuole.

Affissioni nel quartiere Mea Sharim di Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
I pashkevil sono un mezzo di comunicazione e informazione importante per la comunità, così come i giornali cartacei, destinati solo agli haredim e piuttosto diffusi. Il rapporto con la tecnologia è ambivalente: la maggior parte degli ultraortodossi usa dei telefoni tradizionali kosher, quelli che altrove vengono definiti dumb phone, senza accesso a internet. Oltre tre quarti degli ultraortodossi, secondo un’indagine del 2025, usano comunque internet, soprattutto dai computer di casa, ma attraverso dei filtri che eliminano la gran parte dei contenuti, lasciando l’accesso ai servizi, come quelli bancari o dei trasporti.
Nelle vie del quartiere ci sono rivenditori di società specializzate, approvate dalle autorità religiose: non sempre è l’utilizzatore finale a decidere come impostare i filtri, possono essere il capofamiglia, l’autorità religiosa, le compagnie stesse.

Un panettiere a Mea Sharim, Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Le scuole sono divise per sesso sin dalle elementari: quelle per le bambine e le ragazze hanno programmi più compatibili con quelli normali, tanto che l’80 per cento di loro arriva alla maturità riconosciuta dallo stato (salvo poi passare buona parte della propria esistenza a badare ai figli). I maschi invece si concentrano da subito quasi esclusivamente sullo studio della Torah tralasciando matematica, scienze, inglese, storia e geografia, di cui non acquisiscono nemmeno livelli minimi: solo il 16 per cento arriva alla maturità. Quasi nessuno parla inglese, che in Israele è un po’ una lingua semiufficiale.

Mea Sharim, Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
La giornata degli uomini inizia con preghiere rituali, recitate dopo essersi legati intorno a un braccio e alla testa due piccole scatole di cuoio nero, i tefillin, fissate attraverso delle cinghie. Contengono pergamene scritte a mano con passi della Torah, cosicché Dio guidi simbolicamente il pensiero e l’azione.

Un banco con i tefillin a Gerusalemme, il 23 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Circa la metà degli uomini adulti passa poi gran parte della giornata nelle scuole religiose chiamate yeshivot: significa che circa la metà degli uomini non lavora, ma riceve sussidi dallo stato per gli studi religiosi, mentre le mogli cercano di sostenere l’economia familiare con impieghi part-time. Le famiglie sono estremamente numerose, i passeggini onnipresenti, e il tasso di fecondità nella comunità haredim era di 6,5 figli per donna nel 2023. I redditi medi sono quindi molto bassi: le famiglie haredim sono mediamente fra le più povere del paese.

Un uomo legge un libro di preghiere a Gerusalemme, il 22 ottobre 2026 (Valerio Clari/il Post)
La costante e veloce crescita della comunità, i cui numeri praticamente raddoppiano a ogni generazione, sta rendendo sempre più oneroso per lo stato sostenere il loro stile di vita. È una questione che viene spesso posta dalle opposizioni e dai pezzi più laici della società israeliana. Le prospettive sono ancora più complesse pensando al lungo periodo, anche se alla crescita prevista della comunità va sottratto chi abbandona la religione in età adulta: non ci sono stime sicure, perché la cosa è poco riconosciuta o pubblicizzata, ma non sono numeri trascurabili.
Ancora più temuta delle fuoriuscite all’interno della bolla degli ultraortodossi è l’assimilazione: anche per questo si oppongono alla leva obbligatoria per i loro ragazzi. Temono sia soltanto il primo passo. In un’affissione di Mea Sharim c’è un disegno di haredim che entrano in una caserma, dove un militare gli fa buttare cappelli e soprabiti neri, per indossare le uniformi.



