Cinque grafici per capire come va davvero il lavoro in Italia

Quanto si guadagna comune per comune, come sono messi i giovani e le altre questioni per cui si manifesta in queste settimane

Manifestazione contro il carovita a Torino, 17 ottobre 2026 (Daniele Solavaggione/LaPresse)
Manifestazione contro il carovita a Torino, 17 ottobre 2026 (Daniele Solavaggione/LaPresse)
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Ci sono la precarietà del lavoro e l’inadeguatezza degli stipendi in Italia ai primi due punti del manifesto di “Italia in piazza”, l’organizzazione dietro le manifestazioni sul carovita avvenute in diverse città italiane lo scorso fine settimana. Negli ultimi anni nella narrazione sul mercato del lavoro ha prevalso la celebrazione dei record sul numero di occupati e di donne al lavoro, ma questo ha un po’ offuscato il disagio che continua a trovare riscontro nei dati: molti contratti sono ancora precari e soprattutto gli stipendi sono fermi e insufficienti a coprire un costo della vita in continuo aumento.

Le cose sono persino peggiori per le persone più giovani che entrano ora nel mercato del lavoro (o ci provano), con prospettive di stipendio all’assunzione che non solo in molti casi non valorizzano la loro preparazione, ma che sono inadeguate a quanto serve oggi per vivere, soprattutto nelle grandi città.

Per farsi un’idea di quanto si guadagna nelle diverse zone d’Italia sono utili i dati del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni dei redditi. Gli ultimi riguardano le dichiarazioni del 2025 e quindi i redditi dell’anno prima: in Italia in media sono stati dichiarati 25.816 euro annui.

Nella mappa qui sotto si vede il dettaglio comune per comune. Nelle grandi città i redditi sono un po’ più alti: a Milano la media è di 41.865 euro annui, a Roma di 32.501, a Firenze di 31.941, a Bologna di 33.307. Napoli è leggermente sotto la media nazionale, con 25.360 euro annui.

Questi sono i redditi complessivi, che includono anche quelli derivanti da attività che non siano il lavoro, come l’affitto di un immobile o gli investimenti. I redditi da solo lavoro dipendente hanno una media più bassa, di 24.251 euro annui.

Non sono sovrapponibili alla cosiddetta RAL, la retribuzione annuale lorda che il lavoratore negozia con il datore di lavoro, che invece include anche i contributi previdenziali e che quindi è un po’ più alta. In ogni caso, per farsi un’idea, 24.251 euro all’anno significano circa 1.900 euro lordi al mese (ma senza considerare i contributi).

A Milano il reddito medio da lavoro dipendente è di 38.766 euro, a Roma di 29.490 euro, a Firenze di 27.250, a Bologna di 28.936. Napoli è 22.164 euro annui, circa il 9 per cento in meno della media nazionale.

Sebbene sia solo una media, sono redditi molto bassi se paragonati col costo della vita. Per tenerne conto si usa il cosiddetto reddito reale, che valuta cosa si può effettivamente fare e comprare con quanto si percepisce in base al livello dei prezzi. Rispetto al 2021 l’Italia è il paese europeo con più potere d’acquisto da recuperare: secondo i dati OCSE gli stipendi reali sono ancora inferiori ai livelli del 2021 del 6,1 per cento.

Non significa che gli stipendi non siano per niente aumentati. Dal 2021 al primo trimestre di quest’anno sono saliti del 12,3 per cento gli stipendi nominali, cioè quelli che si vedono in busta paga. Il problema è che questi aumenti non compensano l’inflazione, e quindi di fatto i lavoratori sono ancora più poveri di allora: dal 2021 il costo della vita è aumentato del 24 per cento, il doppio di quanto abbiano fatto gli stipendi.

Negli ultimi anni le cose si sono aggravate per via dell’inflazione, ma gli stipendi stagnanti sono un problema storico dell’economia italiana. Dal grafico sotto si vede come sono andati gli stipendi reali dal 1990 a oggi: tra le grandi economie l’Italia è l’unica in cui sono più bassi di allora. Secondo dati Eurostat in Italia il 10,2 per cento dei lavoratori è a rischio povertà.

Gli stipendi troppo bassi per il costo della vita, comunque, sono solo uno dei problemi del mercato del lavoro. Il manifesto di “Italia in piazza” per esempio chiede meno precarietà e più sicurezza nei luoghi di lavoro.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 in Italia c’erano 3,3 milioni di lavoratori impiegati in modo irregolare, di cui 2,4 impiegati come dipendenti. Nel 2024 il lavoro irregolare era circa il 13 per cento della forza lavoro complessiva. Quasi due terzi di questi lavoratori erano concentrati nel commercio, nella ristorazione e nei servizi alla persona (come personale per la pulizia o badanti).

Per fare queste stime l’Istat associa alle posizioni di lavoro irregolare un numero coerente di lavoratori a tempo pieno, ma ci sono lavoratori irregolari anche part-time: è quindi del tutto plausibile che i numeri siano più alti. Rispetto all’anno prima il lavoro irregolare è aumentato del 4,6 per cento, tre volte rispetto all’aumento del lavoro regolare.

Il precariato non riguarda solo chi lavora in nero. Ci sono quelli che l’Istat chiama lavoratori vulnerabili, cioè con un contratto a termine, con un part-time involontario o con entrambi. I lavoratori a part-time involontario sono coloro che cercavano un impiego a tempo pieno ma non lo hanno trovato, e quindi si sono accontentati.

I lavoratori vulnerabili sono il 17 per cento di tutti gli occupati, in marcato calo rispetto al 22 per cento del 2019. Il dato è maggiore per le donne: è in questa situazione quasi una lavoratrice su quattro. E quasi raddoppia nella fascia d’età tra i 15 e i 34 anni, dove i lavoratori vulnerabili superano il 30 per cento.

Più di due terzi dei lavoratori fino a 34 anni entrano nel mondo del lavoro con un contratto a termine. Solo il 26,6 per cento entra con un contratto a tempo indeterminato. Il resto sono perlopiù tirocini, che però non sempre si trasformano in un contratto di lavoro.

Secondo uno studio di INAPP, tra il 2019 e il 2022 aveva un contratto entro 1 mese dalla fine del tirocinio il 44 per cento dei tirocinanti, entro 3 mesi il 51 per cento ed entro 6 mesi il 56 per cento. Il 9 per cento, invece, entro 6 mesi aveva iniziato un altro tirocinio. Fra chi era stato assunto entro 3 mesi dalla stessa azienda del tirocinio, solo il 15 per cento aveva ottenuto un contratto a tempo indeterminato.

Tutti questi dati in fila non significano che le cose non vadano comunque meglio di qualche anno fa. Dal 2021 c’è stato un aumento consistente e costante del numero delle persone che lavorano e una riduzione altrettanto marcata di quelle disoccupate, cioè che non lavorano ma stanno cercando un impiego. Sono diminuite anche quelle inattive, cioè che non hanno un lavoro e non lo cercano.

Non c’è mai stata una quota più alta di persone con un lavoro dall’inizio delle serie storiche. L’altro dato positivo è che è aumentata anche l’occupazione femminile: non ci sono mai state così tante donne al lavoro come oggi.

– Leggi anche: Quanto è aumentato il costo della vita, in dati e grafici