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  • Mercoledì 21 ottobre 2026

La fine della protesta degli autotrasportatori in Sicilia potrebbe non bastare

I camion che partono dal grande mercato di Vittoria per portare frutta e verdura verso nord devono passare per regioni dove la protesta prosegue

di Francesco Gaeta

Il mercato all'ingrosso di Vittoria, in provincia di Ragusa, il 20 ottobre 2026 (foto Acov).
Il mercato all'ingrosso di Vittoria, in provincia di Ragusa, il 20 ottobre 2026 (foto Acov).
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Dopo l’incontro di martedì con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, la più rappresentativa organizzazione dell’autotrasporto siciliano (CTS, Comitato trasportatori siciliani) ha detto che i camion in Sicilia ricominceranno a muoversi da mercoledì. Da giorni erano fermi nei piazzali per protestare contro l’aumento dei prezzi dei carburanti. Ma è difficile prevedere se le consegne di frutta e verdura dalla Sicilia verso il Centro e il Nord Italia riprenderanno davvero.

Il posto giusto per farsi un’idea è il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Vittoria, in provincia di Ragusa, il più importante del Sud per volumi di scambi. Da qui partono ogni giorno un centinaio di camion diretti in Campania, Lazio, Lombardia, ma anche Francia, Germania e Svizzera.

Uno dei box vuoti al mercato all’ingrosso di Vittoria, 20 ottobre 2026 (foto Acov)

I piazzali e i box dei commercianti all’ingrosso sono vuoti da venerdì 16 ottobre. Da cinque giorni i camion hanno smesso di scaricare la frutta e la verdura che arriva dalla “fascia trasformata”, la zona agricola tra le province di Agrigento, Ragusa e Siracusa. Ora si aspetta di capire cosa accadrà. Gino Pucci, che da oltre cinquant’anni lavora al mercato, dice che dal suo box transitano ogni giorno 200 quintali di merce ma «da venerdì non è arrivata neanche una cassetta: non accetto nulla perché non saprei come spedirla».

I piazzali del mercato ortofrutticolo di Vittoria, 20 ottobre 2026 (foto Acov)

In Sicilia la protesta degli autotrasportatori ha spezzato la filiera – dai produttori ai mercati all’ingrosso a quelli al dettaglio – e ha sospeso le forniture agli oltre 150 centri di confezionamento che ci sono attorno all’ortomercato. Sono le strutture che impacchettano la merce nei formati richiesti dalla grande distribuzione organizzata (GDO): dalle confezioni da 250 grammi a quelle da 1 chilo. Il fermo sulle strade ha portato a un danno che Coldiretti Sicilia quantifica fin qui in 50 milioni di euro.

La fine della protesta in Sicilia potrebbe non bastare a far ripartire le spedizioni. Tony Margiotta, presidente dell’associazione dei concessionari del mercato di Vittoria, spiega che nei giorni scorsi gli organizzatori del fermo avevano annunciato un “corridoio preferenziale” per l’ortofrutta: i camion che trasportavano frutta e verdura avrebbero dovuto cioè circolare anche durante la protesta, senza essere fermati ai blocchi stradali, visto che la merce è più deperibile. «Nella realtà non è andata così: le agenzie di trasporto non hanno fatto partire i camion per il timore di incontrare blocchi lungo il percorso verso nord», cioè in Calabria, Basilicata e Campania. È una situazione che potrebbe continuare.

È il problema di Francesco Guarino, titolare di un’azienda florovivaistica che produce e commercializza ogni anno circa 5 milioni di piante e di fiori. Guarino importa alcune varietà dai Paesi Bassi e uno dei suoi camion in arrivo è fermo a Gioia Tauro, in Calabria, bloccato dalla protesta. Le piante sono rimaste per giorni senza essere innaffiate e rischiano di arrivare deteriorate. «Siamo a ridosso delle feste dei defunti, uno dei periodi di maggiori vendite per il settore, soprattutto di crisantemi e ciclamini», dice. «Se il fermo prosegue perderò 250mila euro».

La “fascia trasformata” che rifornisce il mercato di Vittoria, che produce circa 350 milioni di euro in transazioni ogni anno, è una sorta di enorme giardino dell’ortofrutta italiana, grande come una città: 90 chilometri quadrati sulla costa meridionale della Sicilia, da Licata, nell’Agrigentino, fino a Pachino, nel Siracusano, passando per i territori di Vittoria, Acate, Scicli e Ispica, in provincia di Ragusa. Fino al 1956 era una zona di soli vigneti, poi quell’anno ci fu una gelata che spinse i proprietari a convertire le produzioni: da allora sono arrivate le serre e il paesaggio è completamente cambiato.

Oggi si producono pomodori – ciliegino, datterino e a grappolo – peperoni, zucchine, melanzane e cetrioli. Di tutti i terreni coltivati due terzi sono coltivazioni coperte, cosa che ha allungato i cicli di coltivazione, ha allargato la base produttiva ma sta proteggendo solo in parte dal cambiamento climatico. Quest’anno il caldo ha portato la resa di alcune coltivazioni ad abbassarsi anche del 50 per cento rispetto all’anno precedente.

Il punto è che molti degli ortaggi hanno un ritmo di coltivazione quasi obbligato. Zucchine, melanzane, peperoni e cetrioli devono essere raccolti ogni due o tre giorni, perché il frutto lasciato troppo a lungo a ingrossarsi sulla pianta la danneggerebbe. Se non si possono vendere, occorre comunque mandarli al macero. Gianni Polizzi, direttore del consorzio Distretto ortofrutticolo sud-est Sicilia (DOSES), che raggruppa circa 450 produttori della zona, parla «di danno e di beffa». La «beffa» sta nel fatto che in questi giorni «nei supermercati del Sud gli scaffali sono rimasti vuoti mentre in quelli del Nord le merci sono arrivate comunque, da paesi concorrenti come Turchia, Spagna, Albania».

È successo per esempio con l’uva da tavola di Mazzarrone, una zona agricola tra le province di Ragusa e Catania. Il consorzio IGP di questo tipo di uva riunisce 160 produttori e operatori commerciali, che vendono ogni anno circa 8 milioni di chili di uva che transitano dal mercato di Vittoria. La raccolta prosegue fino a novembre, ma le forti piogge dei giorni scorsi hanno reso indispensabile raccogliere i grappoli. Il blocco dei trasporti ha impedito di spedire gran parte della produzione. Giovanni Raniolo, presidente del consorzio, dice che «i supermercati hanno sostituito l’uva siciliana con quella proveniente dalla Spagna e dalla Grecia». Secondo Raniolo gli autotrasportatori «protestano legittimamente, ma a pagare il caro gasolio siamo anche noi produttori: siamo quelli che sostengono già parte dei rincari, perché così è già previsto dai contratti di trasporto».

Portare da Vittoria a Milano un bancale di ortaggi da 500 chili costa circa 140 euro, e su un camion se ne caricano fino a 26. Il prezzo del trasporto dipende dalla distanza da percorrere, ma comprende una quota variabile legata all’andamento del prezzo del gasolio, che viene pagata da chi spedisce la merce, cioè il produttore o il commerciante. Una parte degli aumenti è stata trasferita in queste settimane sulle aziende agricole, ed è proprio questo il meccanismo che i sindacati dell’autotrasporto chiedono di rendere strutturale e permanente: adeguare in automatico le tariffe di trasporto ai rincari, come avviene in Spagna.

Secondo i trasportatori gli attuali meccanismi non sono bastati fin qui a compensare gli aumenti: un camion a pieno carico percorre un paio di chilometri con un litro di gasolio. A questo si aggiungono costi ulteriori: per attraversare lo stretto di Messina bisogna pagare 360 euro di traghetto. E per arrivare in Lombardia o addirittura oltre servono quasi sempre due autisti: fermarsi lungo il tragitto per riposare significherebbe non rispettare gli orari di scarico e incorrere nelle penali previste in caso di ritardo.