La protesta degli autotrasportatori sta rallentando anche la produzione di pasta

Il pastificio Rummo ha detto di aver dovuto interrompere la produzione, mentre La Molisana sta attingendo dalle scorte

I camion degli autotrasportatori in sciopero (Donato Fasano/Ansa)
I camion degli autotrasportatori in sciopero (Donato Fasano/Ansa)
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La protesta degli autotrasportatori contro l’aumento del prezzo del carburante, in corso da giorni in diverse regioni del Sud Italia, soprattutto in Puglia, sta avendo conseguenze anche sulla produzione della pasta. Diversi pastifici stanno infatti avendo difficoltà a ricevere nuove forniture di semola di grano duro, la materia prima con cui si produce la pasta secca. Alcuni stabilimenti hanno dovuto fermarsi, mentre altri hanno ridotto la produzione.

Il pastificio Rummo, che ha sede a Benevento, ha interrotto la produzione martedì perché, come ha detto a Repubblica l’amministratore delegato Cosimo Rummo, «non arrivano camion né cisterne e abbiamo finito le scorte». Rummo non ha dei mulini di sua proprietà quindi dipende dalle consegne di semola da parte delle aziende molitorie. Anche il pastificio La Molisana, che ha sede a Campobasso e ha dei mulini di sua proprietà, ha detto di aver rallentato la produzione e di aver cominciato ad attingere alle scorte.

Fatta eccezione per Barilla, i principali produttori di pasta in Italia si trovano quasi tutti nelle regioni del Sud. Già la scorsa settimana il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria nazionale (che acquista il grano tenero o duro per trasformarlo rispettivamente in farina o semola), aveva scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per «segnalare la situazione di assoluta emergenza».

Da una settimana circa le proteste stanno avendo ripercussioni sulla circolazione e sulla distribuzione delle merci: alcuni benzinai sono rimasti senza carburante dopo che alcune autobotti non avevano fatto le consegne programmate nei depositi. Nei supermercati di alcune zone della Calabria, soprattutto in provincia di Catanzaro, della Campania, a Napoli e Caserta, della Sicilia e della Puglia, cominciano a mancare alcuni prodotti, specialmente quelli freschi.

Le conseguenze dei blocchi riguardano anche le aziende agricole e i produttori, che rischiano di perdere parte del raccolto o della merce deperibile. Per esempio dallo scorso venerdì nessun tir ha trasportato la merce dal mercato ortofrutticolo di Ragusa, che è uno dei mercati all’ingrosso più grandi d’Europa.

L’industria agroalimentare è un pezzo enorme dell’economia meridionale: Confcommercio Sicilia ha valutato che in cinque giorni il danno economico complessivo si aggirerebbe tra i 40 e i 50 milioni di euro per la grande distribuzione organizzata (i supermercati) e per l’intera filiera del commercio.

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