Le aziende che si sono pentite di aver puntato sulle AI
Tra quelle che avevano annunciato grandi ristrutturazioni e licenziamenti ce ne sono diverse che sono tornate ad assumere
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A inizio anno Meta cominciò a lavorare a una riorganizzazione aziendale con cui avrebbe dovuto licenziare più della metà dei suoi dipendenti per creare un’azienda “AI-native”, cioè basata sui sistemi di intelligenza artificiale (AI). Nel giro di pochi mesi, come ha spiegato Reuters, il progetto implose a causa soprattutto delle crescenti proteste dei dipendenti e degli scarsi risultati ottenuti dalle AI che avrebbero dovuto sostituirli: lo scorso maggio Meta licenziò “solo” il dieci per cento dei suoi dipendenti, invece del 60 per cento previsto in alcuni team. Lo stesso Mark Zuckerberg, capo dell’azienda, ammise che l’AI non aveva «accelerato» quanto previsto.
Quello di Meta non è stato un caso isolato. Secondo una ricerca fatta da Robert Half, un’agenzia di consulenza nelle risorse umane, circa il 30 per cento delle aziende che avevano licenziato dipendenti per sostituire il loro lavoro con le AI è tornato ad assumere per quelle stesse posizioni. La percentuale varia a seconda dei settori e risulta più alta (44 per cento) nella finanza, seguita dalle risorse umane e dal settore tecnologico.
Alla base di molte di queste scelte c’è stata una generale sovrastima delle capacità delle AI, alimentata in parte dalle stesse aziende che le sviluppano, che negli ultimi anni hanno sottolineato, spesso esagerando, le potenzialità dei loro modelli, in particolare per quanto riguarda la loro applicazione all’interno di processi lavorativi in uso da decenni. Sia OpenAI che soprattutto Anthropic puntano sempre di più sul settore “corporate” (ovvero sulla vendita di servizi alle aziende), proponendo prodotti che sembrano fatti per rimpiazzare professionisti in ambiti anche specializzati, come quello della consulenza aziendale. È diventato evidente però che il fatto che un sistema AI sia in grado di gestire un foglio di calcolo o una richiesta d’assunzione non implica che possa supplire del tutto al lavoro di interi team dedicati.
L’anno scorso, per esempio, l’azienda statunitense di software IBM ha sostituito centinaia di persone che si occupavano di risorse umane con dei chatbot. Questi sistemi erano in grado di gestire circa il 94 per cento delle pratiche: il 6 per cento rimanente riguardava però i casi più delicati, che includevano «questioni etiche» per le quali era necessario l’intervento di un essere umano. Lo scorso marzo IBM ha presentato un piano per triplicare le assunzioni nel settore per gestire proprio queste pratiche. Anche la Commonwealth Bank of Australia (CBA) è tornata ad assumere dopo aver eliminato posti di lavoro nell’assistenza clienti per sostituirli con delle AI non ancora all’altezza.
Il settore che aveva dato il via a questo approccio era stato quello dello sviluppo di software: nel giro di pochi anni, infatti, il lavoro dei programmatori informatici è cambiato profondamente e oggi prevede soprattutto la verifica del codice generato dalle AI e la gestione degli agenti, i sistemi AI in grado di svolgere compiti anche complessi per conto degli utenti. L’idea di molti dirigenti era che la stessa tendenza si sarebbe verificata anche in altri ambiti, cosa che però non è sempre successa.
A spingere molti CEO a diminuire posti di lavoro nel nome delle AI è stata anche la prospettiva di ottenere guadagni in borsa. Negli anni scorsi, infatti, aziende come Google, Meta e Oracle avevano annunciato tagli al personale a causa delle AI, portando a forti aumenti nel valore dei loro titoli in borsa: gli investitori apprezzavano l’idea che aziende di questo tipo, che durante la pandemia avevano assunto fin troppo personale, riducessero i costi. Da allora però questo effetto sembra essere svanito: secondo CNBC, lo scorso maggio il valore medio delle aziende che avevano annunciato tagli legati alle AI è calato di circa un quarto.
Le aziende che hanno provato a sostituire parte del loro personale con le AI si sono scontrate poi con un altro problema: non sempre la promessa di ottimizzazione dei processi lavorativi da parte delle AI viene mantenuta da queste tecnologie. Il sito Business Insider ha raccontato come molti dipendenti di Walmart, la grande catena di supermercati statunitensi, si lamentino dei chatbot e degli agenti AI che sono costretti a usare. Invece di aiutare i lavoratori, questi software finiscono per dare suggerimenti sbagliati o poco opportuni, tanto da essere ignorati dai lavoratori stessi.
In alcuni casi l’uso continuo delle AI può portare a un impoverimento del lavoro dei dipendenti. Recentemente Ryan Roslansky, un dirigente di Microsoft, si è lamentato pubblicamente dell’aumento dello “slop” (come vengono detti i contenuti di scarsa qualità generati con le AI) nel suo lavoro: sempre più persone usano queste tecnologie sia per generare slide e mail che per leggere quelle altrui, in un circolo vizioso che rischia di creare, secondo Roslansky, un «oceano di monotonia».
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