I cantieri di alcune grandi linee ferroviarie si stanno fermando
Centinaia di operai sono stati messi in cassa integrazione per un contenzioso da 2,1 miliardi tra Webuild e Rfi
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I cantieri di alcune grandi linee ferroviarie si stanno fermando e centinaia di operai sono stati messi in cassa integrazione. La sospensione è stata decisa dai consorzi di imprese che stanno costruendo le opere, quasi tutti guidati da Webuild, la più grande società italiana di costruzioni. È la conseguenza di un contenzioso che va avanti ormai da settimane tra la stessa Webuild e Rfi, la società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce la rete ferroviaria: Webuild sostiene di dover ricevere subito 2,1 miliardi di euro per costi che non erano previsti, Rfi invece dice di aver pagato quello che doveva.
In totale sono stati messi in cassa integrazione 500 operai, ma secondo i sindacati molti altri dovranno fermarsi nei prossimi giorni. Il cantiere più grande coinvolto nel contenzioso è quello del Terzo valico, una linea ferroviaria di 53 chilometri il cui pezzo principale è una doppia galleria di 27 chilometri sotto l’Appennino, tra Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, e Genova.
Nei cantieri di Radimero e della Val Lemme metà dei 300 dipendenti di Seli Overseas, l’impresa che scava le gallerie per conto del consorzio Cociv (guidato da Webuild), è stata messa in cassa integrazione a zero ore per 13 settimane. Gli altri operai sono stati tenuti al lavoro solo per mettere in sicurezza le gallerie prima di fermarsi del tutto. Nella lettera ai dipendenti, Seli Overseas ha spiegato che Cociv le aveva comunicato la sospensione «per sopravvenute vicende finanziarie, amministrative e contrattuali con Rfi».
Tra l’altro lo scavo era quasi finito: a settembre a Radimero era arrivato al 94 per cento, in Val Lemme all’88. Negli ultimi anni i lavori erano andati lentamente a causa di problemi geologici non previsti, come la presenza abbondante di gas nella roccia da scavare. Webuild sostiene che questi imprevisti abbiano fatto aumentare i costi. Paolo Tolu, segretario del sindacato Feneal Uil di Alessandria, dice che se non si troverà un accordo entro la fine del mese anche gli altri cantieri del Terzo valico si fermeranno: i lavoratori coinvolti sarebbero più di 1.800.
Anche in Sicilia la sospensione ha già avuto conseguenze. Dal 12 ottobre sono in cassa integrazione per 13 settimane 170 dipendenti di Seli Overseas che lavorano nei cantieri della linea ferroviaria Messina-Catania e 72 operai dello stabilimento di Webuild a Catania che produce i conci, i blocchi prefabbricati di cemento armato con cui si rivestono le gallerie.
Gli altri cantieri che rischiano di rallentare o bloccarsi per la cassa integrazione sono la linea ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria, la Napoli-Bari, la Palermo-Catania e la Fortezza-Ponte Gardena, in Alto Adige. In totale Rfi ha commissionato 18 grandi opere a consorzi di cui fa parte Webuild, per un valore complessivo di circa 30 miliardi di euro.
Il contenzioso è diventato pubblico il 9 settembre, quando il Fatto Quotidiano ha diffuso una lettera che Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, aveva mandato al governo e a Rfi il 30 luglio, a cui ne era seguita un’altra ad agosto.
Nella lettera Salini diceva che la situazione non era più sostenibile per due ragioni. La prima erano 800 milioni di euro di crediti scaduti, cioè fatture non pagate per lavori già eseguiti. La seconda, più consistente, erano 22 miliardi di euro delle cosiddette riserve: sono le richieste di pagamenti aggiuntivi che un’impresa iscrive nei registri contabili dei lavori quando sostiene di aver speso più del previsto per varianti al progetto, ritardi o aumenti dei prezzi. Le riserve vengono poi discusse tra le imprese e il committente, in questo caso Rfi, e se non c’è un accordo interviene il collegio consultivo tecnico, un organo formato da tecnici scelti dalle due parti per risolvere le controversie senza andare in tribunale.
In passato i collegi hanno riconosciuto alle imprese, in media, il 29 per cento di quanto chiedevano. Applicando questa percentuale alle riserve, Salini stimava che a Webuild spettassero tra 6 e 7 miliardi di euro. Altri 12 miliardi sarebbero serviti per completare i cantieri, mentre altri 2,1 miliardi di euro servivano nell’immediato: senza quei 2,1 miliardi, diceva Salini, Webuild sarebbe stata costretta a fermare i cantieri, cosa che in effetti sta accadendo.
Rfi ha risposto a Webuild con una lettera in cui contesta quasi tutti i numeri e definisce le pretese di Webuild «nominalmente esorbitanti». La società del gruppo Ferrovie dello Stato ha detto di aver già pagato circa un miliardo di euro tra anticipi e adeguamenti dei prezzi previsti dalla legge. Soprattutto, Rfi ha ricordato a Webuild di aver versato 7 miliardi di euro di anticipi sui contratti.
Sulle riserve, Rfi ha stimato che ammontino a 20 miliardi di euro, non 22. Rfi ha anche avvertito Webuild che se «una qualche difficoltà finanziaria» dovesse impedire di proseguire i lavori, quella difficoltà non potrà essere attribuita ai rapporti con Rfi: è un modo per dire che Webuild non può chiamare in causa il committente se ha problemi di cassa. Pensano lo stesso anche i sindacati, che considerano lo strumento della cassa integrazione una forzatura.
In tutto questo lo Stato non è un semplice spettatore, perché controlla Rfi attraverso il gruppo Ferrovie dello Stato e possiede anche il 16,4 per cento di Webuild attraverso Cassa depositi e prestiti, società controllata dal ministero dell’Economia.
Giovedì i sindacati nazionali degli edili hanno incontrato alcuni rappresentanti di Rfi a Roma. Rfi ha detto di aver ordinato ai consorzi di riprendere subito i lavori e che i tempi previsti per finire le opere non cambieranno. «Il prezzo del contenzioso non può essere scaricato sulle spalle di chi lavora», ha detto il segretario generale della Fillea Cgil, Antonio Di Franco.



