I sindacati hanno esteso di altre 48 ore lo sciopero negli stabilimenti dell’ex ILVA
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I sindacati FIM, FIOM e UILM hanno esteso di altre 48 ore lo sciopero negli stabilimenti dell’ex ILVA cominciato lunedì. Lo scopo della mobilitazione è protestare contro la chiusura dell’ex ILVA di Taranto e contro la sospensione della produzione anche a Genova e a Novi Ligure, che avrà effetto entro la metà di novembre.
Nella notte tra lunedì e martedì sia a Taranto che a Genova molti operai dell’ex ILVA hanno dormito in tenda ai presidi allestiti rispettivamente su due strade statali e davanti alla prefettura. A Taranto gli operai in sciopero hanno bloccato la strada che porta alla raffineria dell’Eni, impedendo la consegna del gasolio e limitando la disponibilità in tutta la regione.
Martedì mattina i presidi sono continuati, e a Genova una delegazione di lavoratori ha incontrato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che era in città per il comitato provinciale per l’ordine e per la sicurezza. Piantedosi ha confermato alcune voci che circolano da qualche giorno sulla possibilità che l’attività a Genova prosegua «anche a prescindere da quello che succederà», riferendosi implicitamente allo stabilimento di Taranto.
Molto in breve: a Genova e a Novi Ligure viene trattato l’acciaio semilavorato prodotto a Taranto. I sindacati, la sindaca di Genova Silvia Salis e il presidente della Liguria Marco Bucci hanno iniziato a chiedere apertamente di mandare a Genova acciaio comprato altrove, qualora lo stabilimento di Taranto dovesse chiudere in via definitiva. Acciaierie d’Italia (il nome attuale dell’ex ILVA) per ora non si è espressa, ma Salis ha detto che se ne sta parlando.
Non si sa ancora esattamente cosa succederà. Intorno alle 19 è previsto un Consiglio dei ministri che dovrebbe approvare anche un decreto-legge contenente misure urgenti per l’ex ILVA, a partire dalla cassa integrazione per i circa diecimila lavoratori degli stabilimenti.
L’ex ILVA è l’azienda siderurgica più grande d’Italia e, dopo molte sentenze che ne hanno ordinato la chiusura, a causa del suo impatto ambientale, viene gestita in amministrazione straordinaria dallo Stato italiano, che da tempo sta provando a venderla ad aziende private, senza successo. Giovedì scorso Acciaierie d’Italia aveva annunciato la chiusura graduale dei tre impianti dopo che la Corte d’appello di Milano aveva confermato la decisione di chiudere entro il 28 ottobre l’area a caldo di Taranto, che è la parte più importante dell’impianto ma anche la più inquinante.
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