I musulmani che avevano votato Trump non sono più così convinti
Siamo stati a Dearborn, la più grande città statunitense a maggioranza araba, dove oggi molti dicono di non volersi più fare «ingannare»
di Laura Loguercio, da Dearborn (Michigan)
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Alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024, uno dei risultati più discussi fu la vittoria di Donald Trump a Dearborn, una città di 105mila abitanti a ovest di Detroit, in Michigan, che è anche la più grande città statunitense con una maggioranza di residenti di origini arabe e di religione musulmana. Era la prima volta dal 2000 che il candidato Repubblicano vinceva lì, un risultato che fu giudicato emblematico delle grandi difficoltà dei Democratici. Alle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre, però, è difficile che quella vittoria si ripeta.
Due anni fa Trump aveva promesso di fermare le guerre combattute da Israele nella Striscia di Gaza e in Libano, e risollevare l’economia statunitense mettendo fine all’aumento dei prezzi. Tante persone musulmane a Dearborn votarono Trump credendo a queste promesse, e quel risultato attrasse in città grandi attenzioni mediatiche per settimane.
Oggi molti riconoscono che Trump non ha fatto nulla di quello che aveva promesso, e dicono che non voteranno più per i Repubblicani. Allo stesso tempo, nemmeno il Partito Democratico suscita particolare entusiasmo. Tra le persone musulmane e di origine araba c’è una generale stanchezza e disillusione verso la politica, di qualsiasi orientamento, riassunta da una frase che dicono in tanti e che indica il senso di inesorabilità di queste delusioni: «Sono tutti uguali».
Tranne che per una piccola downtown, Dearborn è una città fatta di case indipendenti e giardini verdi con bandiere americane e decorazioni di Halloween, dato che siamo a inizio ottobre. Ci sono poche zone pedonali e senza auto non si va da nessuna parte, come ovunque intorno a Detroit, che dista circa 20 chilometri. Le insegne hanno spesso scritte in inglese e in arabo, molti ristoranti specificano di vendere carne halal (ossia preparata seguendo le regole dell’Islam, e quindi consumabile dalle persone musulmane) e alcuni negozi espongono in vetrina vari modelli di hijab.
La sua popolazione aveva principalmente origini tedesche, polacche, irlandesi e italiane, prima che alla fine del Novecento arrivassero sempre più persone dalla Siria, dall’Iraq, dal Libano, dallo Yemen e dalla Palestina. Dearborn è diventata nel 2023 la prima città statunitense con una maggioranza assoluta di residenti di origini arabe, soprattutto mediorientali o nordafricane. Ci sono più di 10 moschee, tra cui la più grande del Nord America.

L’Islamic Center of America, la moschea di Dearborn che è la più grande del Nord America (Laura Loguercio/il Post)
Quello del 2024 fu innanzitutto un voto di protesta. Normalmente le persone arabe e musulmane votano in maggioranza per i Democratici, nonostante abbiano posizioni più conservatrici di quelle del partito su questioni come l’aborto o i diritti LGBT+, ma due anni fa la guerra nella Striscia di Gaza era in una delle sue fasi più cruente, con bombardamenti intensi da parte dell’esercito israeliano, continue evacuazioni delle città e attacchi devastanti contro gli ospedali. L’esercito israeliano bombardava ogni giorno anche il Libano, da cui viene una parte significativa della popolazione di Dearborn.
Gli Stati Uniti sono sempre stati il principale alleato di Israele: in quei mesi l’allora presidente Democratico Joe Biden chiese più volte al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di fermare le operazioni militari, sia in privato che in pubblico, ma faticò a imporsi. I Democratici furono visti come incapaci di fermare i massacri, se non addirittura complici, e questo portò molti a Dearborn ad allontanarsi dal partito.
Alcuni votarono per i Verdi, che a Dearborn ottennero quasi il 22 per cento: un risultato altissimo per un partito diverso dai due dominanti. Ma molti altri votarono per Trump, attratti dalla promessa di mettere l’America First, l’America al primo posto, e quindi farsi coinvolgere meno dalla politica estera e dai conflitti internazionali. Era una visione semplicistica del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, ma in ogni caso dopo l’elezione Trump ha fatto il contrario.

Una zona di Dearborn, con le classiche case indipendenti col pratino verde davanti (Laura Loguercio/il Post)
L’amministrazione è riuscita a imporre un fragile cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ma ha anche iniziato un’altra guerra contro l’Iran, mentre Israele ha ripreso a bombardare il Libano. Tra le altre cose, poi, la guerra contro l’Iran ha provocato una crisi energetica globale che ha fatto aumentare moltissimo il costo dell’energia, anche negli Stati Uniti. E le relazioni fra gli Stati Uniti e Israele sono più strette con Trump di quanto fossero con Biden o con Obama.
Nel 2024 «non appoggiavamo Trump», dice Hussein Dabajeh, che lavora per il comune di Dearborn e ha un’agenzia di consulenza politica, «ma non riuscivo a convincermi a votare per Kamala Harris». Dabajeh è originario del Libano e ha detto al Post che almeno sei suoi parenti sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani degli ultimi tre anni. «Biden e Harris non si guadagnarono il voto della comunità arabo-americana e musulmana».
Durante quella campagna elettorale, nonostante il Michigan fosse uno stato cruciale, Harris non fece iniziative né comizi a Dearborn. Nel timore di contestazioni, a nessun rappresentante della comunità araba e musulmana fu chiesto di intervenire alla convention del Partito Democratico di quell’estate.
Trump invece andò a Dearborn: fece una visita pubblica al The Great Commoner, un ristorante in una via centrale della città. Oggi il locale ha cambiato gestione, ma l’associazione con Trump è rimasta e ci va molta meno gente. Ad agosto l’ex proprietario Albert Abbas, che organizzò la visita, ha diffuso un messaggio su Facebook in cui prende le distanze dal Partito Repubblicano.
La visita di Trump a Dearborn, a novembre del 2024. L’allora proprietario del locale, Albert Abbas, aveva detto: «Guardiamo a una presidenza Trump con speranza, prospettando un momento di pace, soprattutto in Libano e in Palestina».
Anche quest’anno l’amministrazione Trump ha provato a contattare gli imprenditori della città, in vista delle elezioni di metà mandato. «Abbiamo detto loro che non sono i benvenuti», dice Faye Nemer, direttrice della Camera di commercio di Dearborn per l’area del Medio Oriente e del Nord Africa. Poi ha aggiunto un popolare modo di dire in inglese: «Fool me once, shame on you, fool me twice, shame on me». Che vuol dire: se mi inganni una volta, è colpa tua; se mi inganni due volte, è colpa mia.
Dal 2024 a oggi le condizioni di vita per la comunità araba e musulmana sono peggiorate, a Dearborn e non solo. «Pensavamo che il periodo dopo l’11 settembre 2001 sarebbe rimasto come il peggiore», dice Imad Hamad, il direttore dell’organizzazione non profit American Human Rights Council, riferendosi alle aggressioni e all’intolleranza contro le persone musulmane che si diffusero negli Stati Uniti dopo gli attacchi terroristici organizzati da al Qaida. «Oggi sappiamo che ci siamo sbagliati». È una percezione condivisa da varie persone in città. «L’idea alla base del voto per le elezioni presidenziali era forzare l’amministrazione Biden a prendersi le proprie responsabilità. Ora facciamo lo stesso, con l’amministrazione Trump», dice Hamad.
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Il Michigan è uno stato politicamente molto importante, perché conteso e contendibile dai due partiti: “in bilico”, come si dice. Lì dal 1992 al 2012 alle elezioni presidenziali ha vinto il candidato Democratico; Trump ha vinto nel 2016 e nel 2024, arrivando alla Casa Bianca, ma non nel 2020, quando perse le presidenziali. «Non siamo Democratici o Repubblicani: cambiamo idea in base a quello che succede e alle decisioni del governo», dice Sueha H., un’abitante di Dearborn originaria del Libano. Nel 2024 votò per Trump perché sperava che avrebbe risollevato l’economia, aggiunge, ma «poi non è successo». Quest’anno, come molti nella città, alle elezioni per il Senato voterà per il candidato Democratico, Abdul El-Sayed.

Abdul El-Sayed parla con i giornalisti il giorno delle primarie Democratiche in Michigan, Dearborn, 4 agosto 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Abdul – tutti lo chiamano così, per nome – è musulmano, ha origini egiziane e posizioni più a sinistra del resto del Partito Democratico, anche se dice di non essere un socialista e si definisce «un capitalista». È emerso soprattutto attraverso una dura critica all’establishment del partito e alla sua gestione degli scorsi anni, sia sulla politica estera che in economia. Le sue origini e la sua religione sono finite al centro della campagna elettorale; il suo avversario per il Partito Repubblicano Mike Rogers – ex deputato e già candidato sconfitto al Senato nel 2024 – le cita continuamente per presentarlo come estremista e inaffidabile.
A Dearborn, invece, Abdul El-Sayed è apprezzato e vari abitanti lo descrivono come un politico capace, al di là del suo partito: «Non voto per i Democratici, perché Democratici e Repubblicani sono uguali. Voterò per Abdul a titolo personale», dice Imad Seaaz, un abitante di Dearborn originario del Libano. Secondo Samir Reda, un altro residente di origini libanesi, Abdul è una «nuova voce» diversa da quella degli altri politici. Anche lui lo voterà: «Non abbiamo niente da perdere», conclude.
Il seggio in questione è fondamentale perché i Democratici riconquistino la maggioranza al Senato, anche perché era occupato da un politico del partito che ha scelto di non ricandidarsi. Perdere vorrebbe dire complicare una già difficile rimonta.
Alle primarie del partito, lo scorso agosto, El-Sayed prese a Dearborn più del 77 per cento dei voti contro la sua principale sfidante, Haley Stevens, che aveva criticato a lungo per aver ricevuto più di 30 milioni di dollari dall’AIPAC, la più potente lobby filo-israeliana attiva negli Stati Uniti. È probabile che a novembre El-Sayed vinca ancora a Dearborn, ma per diventare senatore occorrerà essere il più votato in tutto il Michigan. I sondaggi lo danno in vantaggio ma entro il margine di errore. Fare previsioni è azzardato.
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