L’Iran controlla sempre meno lo stretto di Hormuz
Le esportazioni di petrolio sono quasi tornate ai livelli pre guerra, e l’Iran sta perdendo il suo principale strumento di ricatto: e ora?
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Lo stretto di Hormuz è il più importante strumento di ricatto dell’Iran nella guerra in Medio Oriente. Per mesi il regime iraniano ha mantenuto un controllo rigido del passaggio marittimo, fondamentale per il commercio del petrolio e del gas naturale. Impedendo il traffico delle navi è riuscito a provocare una crisi energetica mondiale che ha messo pressione sugli Stati Uniti, che non sono riusciti a far crollare il regime nonostante la loro soverchiante potenza militare, e ha reso la guerra sempre più insostenibile per il presidente Donald Trump.
Ora però il suo controllo sullo stretto di Hormuz si è allentato. Il mercato del petrolio ha trovato altre vie, mentre l’isolamento a cui l’Iran è sottoposto a causa del blocco navale statunitense (imposto da Trump come ritorsione) sta danneggiando rovinosamente la sua economia: l’inflazione in Iran è sempre più alta e la sua moneta, il rial, è crollata pesantemente. Nel paese sempre più prodotti sono introvabili, incluse le medicine, e lo stipendio di molti e molte iraniane non è più sufficiente a garantire l’acquisto dei beni essenziali.
La situazione si è quindi ribaltata: il danno economico che l’Iran sta subendo sembra più ingente di quello che riesce a infliggere, anche se per il momento ricade soprattutto sulla popolazione. Il regime sostiene che nulla sia cambiato e che il suo controllo su Hormuz sia ancora saldo, ma i dati che arrivano dalla regione del golfo Persico, su cui affacciano i principali produttori di petrolio del mondo, descrivono una situazione diversa.

Lo stretto di Hormuz, 7 settembre 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Secondo la società di tracciamento del traffico marittimo Kpler, tra l’1 e il 28 settembre hanno lasciato i paesi arabi del golfo Persico almeno 16,5 milioni di barili di petrolio al giorno. È un dato in linea con quelli che si registravano a gennaio, prima dell’inizio della guerra, se si escludono le esportazioni iraniane che continuano a essere bloccate dalla marina statunitense, stanziata da aprile appena fuori dallo stretto di Hormuz. Di fatto, quindi, le esportazioni di petrolio dei paesi arabi del Golfo sono tornate ai livelli pre guerra.
Circa il 60 per cento del petrolio esportato dal Golfo passa attraverso lo stretto di Hormuz. Il regime continua a lanciare attacchi quotidiani contro le navi che passano senza la sua autorizzazione, ma molte riescono a evitarli. Viaggiano con i sistemi di tracciamento spenti, per non essere localizzate, e molto vicino alla costa dell’Oman, in gran parte ripulita dalle mine navali depositate dal regime grazie a un’operazione statunitense.
Il passaggio da Hormuz è facilitato anche dalla scorta militare degli Stati Uniti, che sta dando buoni risultati: anche se è molto costoso a livello di uomini e di risorse economiche, il coordinamento con i militari statunitensi stanziati nel golfo dell’Oman a bordo di due portaerei sta permettendo a sempre più petroliere di passare senza subire danni.
C’è una seconda ragione per cui il blocco di Hormuz è meno efficace di prima: il petrolio ha trovato altre vie.
Se prima della guerra circa l’80 per cento del petrolio prodotto dai paesi del Golfo passava per lo stretto, ora la percentuale è scesa al 60. Del restante 40 per cento circa il 20 lascia la regione via terra e viene caricato oltre lo stretto di Hormuz, principalmente nel porto emiratino di Fujairah. La città è un importantissimo terminal petrolifero, l’unico degli Emirati che affaccia direttamente sul golfo dell’Oman e quindi sull’oceano Indiano: questo dà la possibilità ai trasportatori di caricare il petrolio eludendo il blocco iraniano.
Un altro 20 per cento circa viaggia via terra verso ovest. Attraverso un lungo oleodotto che taglia da est a ovest l’Arabia Saudita, il petrolio arriva dal golfo Persico al porto di Yanbu, sulla costa saudita che affaccia sul mar Rosso. Da lì risale verso il canale di Suez, in Egitto, e quindi verso il Mediterraneo. Oppure scende verso sud, ossia verso lo stretto di Bab el Mandeb, che collega il mar Rosso con l’oceano.
Non sono vie del tutto prive di rischi, ed è anche per questo che il prezzo del petrolio, e quindi del carburante alla pompa, non è ancora sceso a livelli paragonabili a quelli precedenti alla guerra. La via che passa dall’Arabia Saudita è la più pericolosa.
Lo stretto di Bab el Mandeb si trova proprio di fronte alla costa dello Yemen, dove tra il 2014 e il 2022 c’è stata una guerra civile che si è riattivata negli ultimi mesi: gli Houthi, un gruppo filoiraniano sciita che governa buona parte del paese, hanno intensificato gli attacchi contro il governo yemenita e contro l’Arabia Saudita, che lo sostiene.
A settembre hanno preso il controllo dello stretto, minacciando di bloccare il passaggio delle petroliere saudite, e attaccato varie volte le infrastrutture petrolifere del paese (incluso il fondamentale oleodotto che trasporta il petrolio dal golfo Persico al mar Rosso, compromettendone la portata per settimane). Negli ultimi giorni le forze del governo yemenita hanno detto di aver lanciato una vasta offensiva contro gli Houthi, per riprendere il controllo dello stretto, ma come stiano le cose sul campo al momento è incerto.

Un murale che rappresenta lo stretto di Bab el Mandeb bloccato dagli Houthi a Sana’a, la capitale yemenita controllata dalla milizia, 14 settembre 2026 (AP Photo/Osamah Abdulrahman)
Tutto questo per il regime iraniano è un problema. Le condizioni in cui versa la popolazione sono ben peggiori di com’erano all’inizio dell’anno, quando migliaia di iraniani erano scesi in piazza per protestare ricevendo in risposta una durissima repressione. Questo non significa che il regime cadrà o che cederà alle pressioni statunitensi a breve, anzi: il regime ha una lunga storia di sopravvivenza ottenuta scaricando i sacrifici sulla popolazione iraniana. Peraltro, come dicevamo, scortare militarmente le petroliere è estremamente costoso per gli Stati Uniti, e non rimarrà sostenibile sul lungo periodo. Ma la situazione è comunque cambiata, e se i negoziati dovessero ripartire le cose starebbero diversamente rispetto a qualche mese fa.
Il mese scorso l’Iran ha presentato agli Stati Uniti una proposta per mettere fine alla guerra, un piano di sette giorni per riaprire lo stretto di Hormuz e riavviare i negoziati sul nucleare (quindi, una proposta molto simile a quella che gli Stati Uniti fecero mesi fa all’Iran attraverso il memorandum d’intesa, poi fallito). Trump però l’ha respinta, minacciando di ricominciare i bombardamenti non appena saranno passate le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti (quindi dopo il 3 novembre). Intanto ha inviato nuove navi da guerra verso l’Iran.



