Il cambio dell’ora non piace quasi a nessuno

Ma tra solare e legale non ce n’è una che accontenti tutti, e per questo il dibattito sull’abolizione va avanti da anni

Tre uomini passeggiano su un molo illuminato dai lampioni e dalla luce del tramonto
Tre uomini passeggiano al tramonto lungo un molo a Cadice, in Spagna, il 15 novembre 2012 (Miguel Angel Morenatti/AP)
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Il 1° ottobre la commissione Attività produttive della Camera ha approvato all’unanimità le conclusioni di un’indagine conoscitiva sull’impatto che avrebbe la decisione di rendere permanente l’ora legale. È quella in vigore tra marzo e ottobre, nel periodo dell’anno con più ore di luce. Fa in modo che a giugno l’alba sia intorno alle 5:30 anziché alle 4:30 e il tramonto intorno alle 20:45 anziché alle 19:45.

Nel documento la commissione ha scritto che quasi tutti i soggetti consultati per l’indagine – scienziati, medici, commercianti, imprenditori – concordano sull’idea di abolire il cambio dell’ora, ma non c’è un consenso su quale ora sia meglio mantenere per tutto l’anno, tra legale e solare. È la principale ragione per cui il dibattito sull’abolizione è in corso da anni, in Italia e in molti degli altri circa 70 paesi in cui c’è il cambio dell’ora, ma senza che sia ancora emersa una soluzione alternativa condivisa e accettabile sul piano sanitario, sociale ed economico.

La necessità di avere un’ora legale per “correggere” quella solare, valida d’inverno, è basata da sempre sul presupposto giusto che l’ora legale faccia risparmiare, perché fa sì che le ore di luce combacino meglio con le ore di veglia. L’idea di introdurla è spesso attribuita all’inventore statunitense Benjamin Franklin, che nel 1784 scrisse che alzarsi presto al mattino permetteva di sfruttare la luce solare senza sprecare candele.

E il risparmio è in effetti il motivo per cui l’ora legale fu poi introdotta in molti paesi, durante la Prima guerra mondiale, ed è tuttora in vigore. Negli stati membri dell’Unione europea, per evitare problemi logistici, dura un periodo prestabilito e uguale per tutti: dall’ultima domenica di marzo all’ultima di ottobre, in base a una direttiva del 2001.

Una donna con una bandiera dell’UE e un palloncino

Una donna con una bandiera dell’UE e un palloncino mentre cammina nel tardo pomeriggio davanti al Parlamento europeo a Bruxelles, il 26 maggio 2019 (Francisco Seco/AP)

Il limite principale delle considerazioni sul risparmio è che risalgono a tempi in cui le lampadine consumavano di più e duravano meno di oggi. Il risparmio con l’ora legale c’è ancora, ma è diventato marginale. Secondo i dati diffusi da Terna, la società pubblica che gestisce la rete elettrica nazionale, l’applicazione dell’ora legale nel 2025 ha permesso di risparmiare oltre 90 milioni di euro e 310 milioni di kWh di energia elettrica.

Non è poco in termini assoluti: equivale al fabbisogno medio annuo di circa 120 mila famiglie. Ma in termini relativi rappresenta lo 0,1 per cento del fabbisogno elettrico nazionale annuo, una spesa su cui l’illuminazione artificiale pesa sempre di meno e la climatizzazione sempre di più.

Adottare l’ora legale per tutto l’anno, secondo una stima di Terna citata nel documento della commissione, potrebbe portare a un risparmio aggiuntivo di 160 milioni di kWh, pari a un altro 0,05 per cento del fabbisogno nazionale. Ma è chiaro che l’argomento del risparmio è diventato meno centrale che in passato, e le valutazioni attuali ne tengono in considerazione soprattutto altri.

Persone in spiaggia nel tardo pomeriggio

Persone in spiaggia nel tardo pomeriggio a Glifada, a sud di Atene, in Grecia, il 6 luglio 2025 (Yorgos Karahalis/AP)

L’abolizione del cambio dell’ora, per esempio, eliminerebbe alcuni effetti negativi sulla salute pubblica provocati dal passaggio periodico da un’ora all’altra, a marzo e a ottobre. Gli effetti acuti sono associati soprattutto alla transizione di marzo, anche se le prove sono limitate, eterogenee e variabili da paese a paese.

Da una revisione di 157 studi sull’impatto del cambio dell’ora in 36 paesi, pubblicata a febbraio, è emerso un aumento medio di circa il 4 per cento del rischio di infarto e di incidenti stradali mortali nella prima settimana dopo il cambio dell’ora a marzo (è quello in cui bisogna spostare le lancette in avanti e per una notte si dorme un’ora in meno).

Nella comunità medico-scientifica c’è un generale accordo sull’utilità di abolire il cambio stagionale dell’ora, ma non sull’idea di rendere permanente quella legale. E il motivo è che durante l’inverno, mantenendo l’ora legale, la maggior parte delle persone comincerebbe la giornata al buio.

Una donna porta a spasso il cane

Una donna porta a spasso il cane all’alba vicino a Heudeber, in Germania, il 3 settembre 2026 (Matthias Schrader/AP)

In Italia, tolti i fine settimana, le feste e la chiusura scolastica natalizia, con l’orario legale permanente nel 2027 ci sarebbero molti giorni con alba dopo le 8:00: 81 a Torino, 75 a Milano, 58 a Roma, 47 a Napoli, 44 a Palermo e 34 a Bari. Al solstizio d’inverno, il 22 dicembre, l’alba in quelle stesse città sarebbe, nello stesso ordine, alle 9:04, alle 9, alle 8:34, alle 8:23, alle 8:19 e alle 8:14.

Questo sfasamento tra gli orari sociali e la luce diurna, secondo le principali società di medicina del sonno, avrebbe effetti negativi piuttosto marcati sul normale ritmo circadiano delle persone, il ciclo sonno-veglia che regola la produzione di alcuni ormoni nell’arco di circa 24 ore. È un fenomeno studiato e noto come “jet lag sociale cronico”, particolarmente dannoso per adolescenti e lavoratori mattutini, associato a stanchezza e problemi di concentrazione, del metabolismo e della salute generale a lungo termine.

Da questo punto di vista, l’ora solare permanente è considerata dagli esperti di medicina del sonno un’ipotesi teoricamente più prudente e vantaggiosa. Una possibilità alternativa, suggerita dalla commissione Attività produttive, è adottare in via sperimentale l’ora legale permanente ma introducendo durante l’inverno misure aggiuntive come una flessibilità negli orari scolastici e negli uffici pubblici e il potenziamento dell’illuminazione pubblica.

Una donna corre in un parco

Una donna corre al mattino presto al parco Sempione a Milano, il 4 luglio 2025 (Luca Bruno/AP)

L’ora legale permanente è un’ipotesi storicamente ben accolta soprattutto dalle associazioni del commercio, del turismo e dei consumatori, perché permetterebbe, tra ottobre e marzo, di sfruttare più a lungo la luce del tardo pomeriggio, stimolando i consumi e il turismo anche durante la bassa stagione.

Anche in questo settore però potrebbe esserci un impatto negativo, segnalato in particolare da chi gestisce stazioni sciistiche. Nelle giornate con l’alba dopo le 08:30 o persino dopo le 9, le piste aprirebbero inevitabilmente più tardi, per questioni di visibilità e di sicurezza. E questo ridurrebbe l’offerta sciistica della mattina, che è la fascia oraria più richiesta sia perché la neve è migliore sia per il minore affollamento.

Una pista da sci prima dell’alba

Una pista da sci prima dell’alba durante le Olimpiadi invernali del 2026 a Bormio, il 9 febbraio 2026 (AP/Rebecca Blackwell)

Il dibattito italiano sull’abolizione del cambio dell’ora e sulla preferenza tra ora solare e ora legale riflette una varietà di posizioni e una divergenza di interessi economici e sociali presenti anche negli stessi dibattiti in altri paesi. Negli Stati Uniti un disegno di legge per rendere permanente l’ora legale, approvato a luglio dalla Camera e molto sostenuto dal presidente Donald Trump, è bloccato al Senato.

La stessa questione era stata affrontata nel 2018 anche dalla Commissione europea a seguito di un sondaggio secondo cui l’84 per cento dei 4,6 milioni di cittadini europei intervistati era favorevole all’abolizione. E dopo un anno il Parlamento europeo aveva approvato l’abolizione, rinviandone l’entrata in vigore al 2021. Poi, con in mezzo pure la pandemia, non se n’era fatto più niente, perché nel Consiglio dell’Unione europea non era emersa una posizione comune tra i rappresentanti di tutti i governi.

Le istituzioni europee non hanno il potere di imporre a tutti i paesi membri un sistema orario unico. Quello che fa la Commissione, ogni cinque anni dal 2001, è solo pubblicare un calendario con l’indicazione delle date in cui comincia e in cui finisce il periodo dell’ora legale per i cinque anni successivi.

La proposta del 2018 prevedeva di abolire il cambio dell’ora e lasciare a ciascuno Stato la scelta di mantenere permanentemente l’ora solare oppure quella legale. Ogni Stato avrebbe dovuto notificare alla Commissione la modifica del proprio orario con almeno sei mesi di anticipo, per consentire il coordinamento con gli altri Stati ed evitare complicazioni nei trasporti, negli scambi e nelle attività transfrontaliere.