Qualche pagina per capire come scrive l’autrice che ha vinto il Nobel
I suoi libri mescolano saggistica, narrativa, poesia e speculazione filosofica: un estratto da "Decreazione" di Anne Carson
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Anne Carson, la scrittrice canadese che giovedì ha vinto il Nobel per la Letteratura, è nota per il suo stile narrativo ibrido e difficile da inquadrare. È un’autrice sperimentale con interessi molto eterogenei: si occupa di narrativa, poesia, arti visive e traduzioni, e i suoi libri provano a muoversi tra tutti questi ambiti. Sfogliandoli non è sempre agevole capire se ci si trovi davanti a un saggio, a una raccolta poetica, a un romanzo, a un testo di critica letteraria, a un’indagine filosofica o a tutte queste cose insieme.
E anche stare dietro ai numerosi riferimenti che Carson dissemina nei suoi libri può essere tutt’altro che agevole: si va da Omero a Saffo, da Monica Vitti a Simone Weil, da Virginia Woolf a Kant, attraversando epoche, discipline e tradizioni culturali molto diverse tra loro.
Insomma, il modo migliore per comprendere cosa sia un libro-di-Anne-Carson è leggerne qualche pagina. Di seguito pubblichiamo un estratto tratto da Decreazione, un libro incentrato sul tema dell’annientamento del sé nelle relazioni amorose, pubblicato in Italia dalla società editrice Utopia.
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Il mio primo ricordo riguarda un sogno. Accadde nella casa dove abitavamo quando avevo tre o quattro anni. Sognai che dormivo in una stanza al piano superiore di quella casa; che mi svegliai, scesi al piano di sotto e mi fermai in soggiorno. Le luci erano accese, ma la stanza era silenziosa e vuota. Il solito divano, le solite sedie verde scuro si trovavano lungo le solite pareti verde pallido. Era il solito vecchio soggiorno di sempre, lo sapevo bene, non c’era niente fuori posto. Eppure era completamente, e certamente, diverso. In confronto al suo aspetto abituale, il soggiorno era cambiato, come se fosse impazzito.
Più tardi, nel corso della mia vita, quando stavo imparando a fare i conti con mio padre che era affetto da demenza e alla fine ne morì, è riemerso il ricordo di questo sogno, forse perché mi sembrava che richiamasse, sussurrando, la sensazione che si prova guardando un volto noto, il cui aspetto è, in ogni caratteristica e dettaglio, esattamente come dovrebbe essere, eppure, in qualche modo, profondamente e luminosamente strano.
Il sogno del soggiorno verde è stata la mia prima esperienza di una simile stranezza, e lo trovo inquietante tanto oggi quanto all’età di tre anni. Ma a quel tempo non potevo ricorrere al concetto di follia o demenza. Quindi, per quanto possa ricordare, mi sono spiegata quel sogno dicendomi che avevo sorpreso il soggiorno a dormire.
Ci ero entrata dal lato del sonno. E mi ci sono voluti anni per riconoscere, o anche solo per concepire la domanda sul perché io abbia trovato questo ingresso nella stranezza così estremamente consolante.
Infatti, nonostante l’inquietudine, l’inesplicabilità e il successivo, tragico referente del soggiorno verde, era e rimane per me una consolazione il pensarlo lì, fermo, immerso nel suo verde, a respirare il proprio ordine, senza rispondere a nessuno, all’apparenza penetrabile ovunque, eppure così perfettamente camuffato in tutta la propaganda della sua stessa vita cosciente, tanto da diventare qualcosa che si trovava in incognito nel cuore stesso della nostra casa addormentata.
È in questi termini che desidero elogiare il sonno, come uno scorcio su qualcosa in incognito. Entrambe le parole sono importanti. Incognito significa «non riconosciuto», «nascosto», «sconosciuto». Qualcosa non significa «nulla». Ciò che è in incognito si nasconde da noi perché possiede qualcosa che vale la pena nascondere, o almeno così crediamo.
© 2023 Utopia Editore




