La crisi d’identità dello yoga

È più diffuso che mai, ma è considerato sempre più spesso un'attività di fitness, e per questo secondo alcuni ha perso un po' di senso

Un'insegnante di yoga conduce una lezione gratuita in Times Square a New York, 20 giugno 2024 (EPA/SARAH YENESEL via ANSA)
Un'insegnante di yoga conduce una lezione gratuita in Times Square a New York, 20 giugno 2024 (EPA/SARAH YENESEL via ANSA)
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Per certi versi lo yoga non è mai stato così popolare. In molti paesi occidentali si pratica ovunque: negli studi, nelle palestre, nelle aziende, online e nei parchi. Per altri versi però questa popolarità ha allontanato le persone dalla pratica dello yoga più tradizionale, facendo nascere una versione mainstream più richiesta e accessibile.

Nella sua versione originale indiana infatti lo yoga prevede, oltre alla parte di movimento fisico, anche pratiche respiratorie ed esercizi meditativi e filosofici basati su testi antichissimi. Lo yoga che si è diffuso negli ultimi decenni è invece un tipo di pratica a cui le persone si avvicinano principalmente con l’idea di diventare più flessibili e alleviare alcuni dolori muscolari e articolari. La “crisi d’identità” dovuta alla compresenza di queste due anime dello yoga è stata raccontata dalla stampa anglosassone ma anche in Italia, dove nel settore è stata descritta come «un paradosso amaro» e «una crisi silenziosa».

Secondo Federico Squarcini, docente e direttore del master in Yoga Studies dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, se parliamo dello yoga che è stato introdotto e si è sviluppato in Occidente, allora si può dire che la sua popolarità non è mai stata più ampia. Per dare l’idea, secondo un’analisi della rivista Yoga Journal, le persone che praticavano yoga negli Stati Uniti nel 2022 erano più di 38 milioni, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima. Diverso invece è il caso delle forme di yoga praticate da secoli in India, che durante il periodo coloniale britannico venivano ritenute estreme e che non si sono mai davvero diffuse.

Lo yoga che conosciamo oggi fu introdotto alla fine dell’Ottocento, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, e progressivamente «adattato ai gusti del grande pubblico», spiega Squarcini. Si basa sempre su una serie di posizioni (asana), da cui nel tempo si sono sviluppate numerose pratiche e stili più o meno dinamici, ma non comprende per esempio meditazioni lunghe giorni.

In Occidente queste pratiche cominciarono a diffondersi negli anni Sessanta per la grande fascinazione attorno alla tradizione millenaria dello yoga e alle figure dei guru. La svolta però ci fu negli anni Novanta, quando lo yoga divenne mainstream grazie a celebrità come Christy Turlington, Sting e Madonna, che lo promuovevano come la disciplina ideale per raggiungere benessere e stabilità fisica e mentale. Grazie a Internet è poi nato un mercato fiorente, lo yoga è arrivato nelle aziende come strumento per migliorare l’attenzione (e aumentare la produttività) e infine sono arrivati i social, che hanno amplificato tutto.

La ministra indiana dell’Economia, Nirmala Sitharaman, durante un grande evento per celebrare la giornata internazionale dello yoga a Guwahati in India, 21 giugno 2026. Il governo indiano sfrutta lo yoga come strumento di soft power, per perseguire le proprie politiche nazionaliste. (AP Photo/Anupam Nath)

È così che lo yoga ha cominciato a essere percepito al pari di altre attività di fitness orientate alla performance, come il pilates, il Crossfit o l’Hyrox, perdendo la parte di meditazione.

In Italia non ci sono dati ufficiali sul numero dei centri attivi e delle persone che praticano yoga, che peraltro è stato da poco riconosciuto come attività sportiva. Tutte le persone sentite dal Post concordano però sul fatto che in questi anni la domanda è cresciuta, ma l’offerta ancora di più.

Da un lato c’entra la spettacolarizzazione della pratica sui social, con un’attenzione sempre maggiore «all’acrobazia, alla performance, alla cosa vendibile e instagrammabile», dice Claudio Conte, che è socio fondatore della YANI (una delle associazioni di insegnanti di yoga più importanti in Italia) e ha diretto per una trentina d’anni la scuola di formazione SFIDY. Dall’altro sono aumentati gli operatori che rilasciano le certificazioni per diventare insegnanti e questo, secondo alcune persone del settore, avrebbe impoverito la qualità dell’insegnamento.

Di norma le scuole tradizionali prevedono una formazione di quattro anni con un maestro, con un minimo di 500 ore di lezione, mentre oggi è possibile diventare insegnante anche con corsi intensivi di poche settimane.

Talvolta per essere più appetibili e motivanti le pratiche vengono mescolate a esercizi di altre discipline, mentre la parte di studio dei testi e di meditazione viene ridotta al minimo. L’impressione degli addetti ai lavori è che queste nuove forme di yoga attirino di più rispetto a percorsi più articolati e in cui si approfondisce la tradizione.

Più in generale le persone sono sempre meno disposte a stare in silenzio, ferme per periodi prolungati, o a misurarsi con pratiche molto faticose, quando yoga e meditazione dovrebbero invece «sconquassare corpo e mente», dice Manuela Piccardo, che ha insegnato yoga a Vicenza dal 2016 al 2024. Per lei «va benissimo» cercare una pratica da fare di tanto in tanto, che magari dia conforto o qualche certezza in più, «ma non lo possiamo chiamare yoga».

Secondo Conte, il fatto che nelle grandi città stiano spuntando studi aperti da investitori, che hanno come obiettivo principale quello di fare profitto, non sta contribuendo alla diffusione di uno yoga di qualità.

Per Marianna Borga, che pratica yoga da oltre vent’anni e dal 2014 gestisce uno studio a Milano, non è corretto dire che lo yoga si sia impoverito o snaturato, perché nella sua storia si è continuamente evoluto e adattato alla società. Oggi tuttavia la figura del maestro unico non è più così allettante, dice, perciò molte persone studiano con maestri diversi per poi mescolare le tecniche apprese.

Secondo Borga non è un aspetto negativo, e anzi nella sua esperienza il livello degli insegnanti di yoga che si sono formati in scuole diverse è più alto, perché esponendosi a pratiche diverse mostrano più curiosità e capacità di innovazione. Del resto, racconta, ibridandole e modificandole di continuo, stanno facendo la stessa cosa che hanno fatto nel Novecento quelli che sono considerati i padri dello yoga moderno, come Tirumalai Krishnamacharya e K. Pattabhi Jois.

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