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  • Sabato 3 ottobre 2026

Per la sinistra francese le proteste studentesche sono un’opportunità ma anche un rischio

La France insoumise è l'unico partito che ha continuato a sostenerle quando sono diventate violente, finché non ha a sua volta fatto un passo indietro

Due studenti scappano dai fumogeni della polizia a Parigi, il 2 ottobre del 2026 (AP Photo/Aurelien Morissard)
Due studenti scappano dai fumogeni della polizia a Parigi, il 2 ottobre del 2026 (AP Photo/Aurelien Morissard)
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A differenza degli altri partiti francesi, negli ultimi giorni il partito di estrema sinistra La France insoumise (LFI) ha sostenuto fortemente le proteste studentesche in corso in tutto il paese, anche quando sono diventate violente. Mentre gli altri dicevano di comprendere le rivendicazioni degli studenti ma condannavano gli episodi di violenza che nel corso dei giorni si sono fatti più frequenti e gravi, il partito e il suo leader Jean-Luc Mélenchon hanno accusato la polizia e il governo di attuare una repressione violenta e di usare la forza in modo discriminatorio contro le minoranze.

Le proteste sono per La France insoumise un’opportunità perfetta per mostrarsi come l’unico partito veramente di sinistra del paese e consolidare il consenso del suo elettorato in vista delle elezioni presidenziali di aprile del 2027, in cui Mélenchon è candidato e nei sondaggi è secondo dopo la candidata di estrema destra Marine Le Pen. Allo stesso tempo, questo posizionamento sta diventando un rischio per il partito, perché sta allontanando l’elettorato moderato di cui La France insoumise ha bisogno per provare a battere l’estrema destra, e che è già molto scettico nei suoi confronti.

Gli altri partiti più moderati invece, per esempio il Partito Socialista, hanno da subito descritto le violenze come l’operato di piccoli gruppi che non avevano a cuore i diritti degli studenti, e non come una parte legittima della protesta, e si sono concentrati sulle manifestazioni pacifiche: una posizione più facilmente condivisibile da grandi fasce dell’elettorato.

Anche per questo motivo, negli ultimi giorni Mélenchon ha fatto dei passi indietro. Lo scorso giovedì durante il suo ultimo Moment politique, un appuntamento mensile in cui discute di attualità davanti a un gruppo di militanti, Mélenchon ha tentato quello che il quotidiano Le Monde ha definito «un esercizio di equilibrismo» continuando a sostenere le proteste, ma al contempo denunciando le violenze.

Lo stesso giorno il ministero dell’Interno aveva detto che le forze dell’ordine avevano arrestato quasi 2mila persone in tutta la Francia nelle ultime 24 ore, e che centinaia di agenti erano stati feriti negli scontri. Quella mattina, una parte del liceo Nelson Mandela di Nantes era andata a fuoco durante le proteste, mentre alcuni studenti erano ancora dentro l’edificio. Nessuno è stato ferito, ma la scuola rimarrà chiusa per almeno un mese a causa dei danni, e le lezioni saranno svolte a distanza.

Il primo ministro Sébastien Lecornu e il presidente Emmanuel Macron avevano accusato La France insoumise di alimentare il malcontento degli studenti, e di farlo anche attraverso alcuni gruppi di estrema sinistra che il governo francese considera delle estensioni non ufficiali del partito. A loro si era aggiunta anche Marine Le Pen, sostenendo che Mélenchon promuovesse ideologie violente «e, oserei dire, fasciste».

Nel suo discorso di giovedì Mélenchon ha smentito che il suo partito abbia un ruolo organizzativo nelle proteste e ha cercato di fare leva sul senso di responsabilità dei suoi iscritti, chiamati «insoumis» (ribelli, in italiano). Li ha invitati a usare «metodi di lotta non violenti» e a rispettare «la disciplina della lotta». «Niente panico né nervosismo. Sangue freddo. Non serve a nulla appiccare il fuoco!», ha detto. «Non commettiamo atti che vadano contro l’obiettivo che ci siamo prefissati. […] Voi “ribelli” dovete essere la freddezza della massa, la sua frazione più lungimirante». Ha poi definito chi commette o fomenta violenze in questi contesti colui che «facilita il lavoro dell’oppressore».

In risposta il ministro della Giustizia Gérald Darmanin, membro del partito di Macron, ha descritto Mélenchon e il deputato di LFI Manuel Bompard, che rappresenta la circoscrizione di Marsiglia, dove ci sono state molte delle proteste poi sfociate in violenza, due «pompieri piromani».

Jean-Luc Mélenchon a Parigi, il 20 settembre del 2026 (ANSA/EPA/FIRAS ABDULLAH)

– Leggi anche: Perché gli studenti francesi protestano

Il commento di Darmanin, per quanto parte di una strategia politica, riflette un’idea che si sta diffondendo, ossia che gli esponenti di La France insoumise stiano cercando di prendere le distanze da un aspetto delle proteste che hanno, se non incoraggiato, quantomeno minimizzato.

Sin dall’inizio infatti i deputati locali del partito sono stati in prima linea con gli studenti, sono andati davanti alle scuole in cui c’erano le proteste e le hanno mostrate sui loro profili social. È una cosa piuttosto normale per i politici, di tutti gli schieramenti, e serve sia a dare forza alle rivendicazioni di chi protesta, sia al politico in questione per mostrarsi vicino e fedele ai suoi elettori. In alcuni casi però questa scelta è stata controproducente.

Antoine Léaument per esempio, giovane e popolare deputato di LFI con quasi 500mila follower su Instagram, era presente a una manifestazione davanti al liceo Léonard-de-Vinci, a Saint-Michel-sur-Orge, una banlieue a sud di Parigi della sua circoscrizione, quando i manifestanti hanno dato fuoco a un bidone della spazzatura. Léaument ha poi detto che aveva avvertito i liceali che appiccare un incendio gli si sarebbe ritorto contro, ma non ci ha fatto comunque una bella figura.

Léaument accolto a festa da alcuni studenti in protesta giovedì nel dipartimento dell’Essonne.