Sopravvivere a due iniezioni letali
È accaduto in Tennessee, a una donna condannata a morte: il suo caso ha riaperto il dibattito sui metodi con cui viene eseguita la pena capitale
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In Tennessee è stata interrotta l’esecuzione di una condanna a morte dopo che la donna condannata era sopravvissuta a due iniezioni che avrebbero dovuto essere letali. L’esecuzione era pubblica: la donna sarebbe dovuta morire già dopo la prima iniezione, ma anche dopo la seconda gli avvocati e i giornalisti presenti hanno detto che il suo respiro era chiaramente udibile da dietro il vetro fin quando il microfono è rimasto acceso. I giornalisti presenti hanno raccontato che ci sono state parecchie anomalie, che la donna ha detto almeno in un’occasione di provare dolore e che più volte i funzionari della prigione hanno tirato la tenda per non far vedere cosa stava succedendo.
Non è chiaro cosa non abbia funzionato, né quali siano le condizioni di salute della donna, Christa Pike, che è stata portata in ospedale. Le leggi del Tennessee stabiliscono di somministrare una seconda dose in caso la prima non faccia effetto, ma non dicono cosa fare nel caso in cui anche la seconda risultasse inefficace.
A Pike sono state somministrate due dosi di pentobarbital, un sedativo molto potente che rallenta l’attività del sistema nervoso centrale e che in dosi massicce provoca la morte. I suoi avvocati avevano fatto presente allo stato che Pike aveva delle caratteristiche fisiche e condizioni di salute che avrebbero potuto complicare la procedura o renderla dolorosa, ma era stata autorizzata lo stesso. Il governatore del Tennessee ha sospeso tutte le esecuzioni fino a fine anno, e ha ordinato una revisione indipendente di quanto accaduto.

Christa Pike nel gennaio del 2023 in una foto fornita dal Tennessee Department of Correction (TDOC via AP)
Pike oggi ha 50 anni. Fu condannata nel 1996 a 25 anni di carcere con pena di morte per aver torturato e ucciso insieme al suo ragazzo di allora una compagna di classe. Entrambe all’epoca dei fatti avevano 18 anni. Da allora sono passati 30 anni: Pike si trovava ancora in carcere perché aveva presentato vari ricorsi nel tentativo di evitare la condanna, e il caso si era trascinato per decenni, come accade spesso in questi casi. Sarebbe stata la prima esecuzione di una donna in Tennessee degli ultimi 200 anni.
Il caso di Pike è molto raro, se non unico. È successo altre volte che l’esecuzione della pena venisse sospesa in corsa perché il personale non riusciva ad accedere a una vena. O che si prolungasse più del dovuto perché il detenuto era rimasto cosciente dopo la prima dose. Non sembra ci siano stati altri casi di persone sopravvissute dopo due dosi di barbiturici.
Quello che è successo in Tennessee ha riaperto negli Stati Uniti il dibattito sull’uso delle iniezioni letali come metodo per indurre la morte, oggi il più utilizzato nei 27 stati in cui la pena di morte è ancora legale. Ai tempi della loro introduzione i farmaci vennero presentati come una strada più “umana” rispetto a quelle più violente del passato, come la sedia elettrica o l’impiccagione. I problemi però emersero quasi da subito.
Prima di tutto non è scontato che la morte per farmaci non sia dolorosa. Proprio nel caso del pentobarbital per esempio fu lo stesso dipartimento di Giustizia nel 2025 a concludere che porta a un rischio significativo di edema polmonare, ossia la presenza di liquido nei polmoni: in chi è ancora cosciente provoca una sensazione simile alla morte per annegamento.
Un altro problema è che questi farmaci sono stati approvati per uso medico, a dosi terapeutiche, mentre l’uso di dosi massicce allo scopo di uccidere non è stato testato. Questo può portare a conseguenze imprevedibili. Per esempio nei protocolli che prevedono tre farmaci, il primo dovrebbe servire a rendere il condannato incosciente, il secondo a paralizzarlo e il terzo a fermare il cuore: se l’anestetico non funziona del tutto, il condannato rischia di sentire i dolori fortissimi provocati dagli altri due senza poterli manifestare.

Manifestanti contro la pena di morte fuori dall’istituto in cui è stata eseguita la pena di Pike, 30 settembre, Nashville (AP Photo/George Walker IV)
Per queste ragioni negli anni alcuni produttori dei farmaci usati nel braccio della morte li hanno ritirati dal mercato citando ragioni etiche. Gli Stati hanno quindi iniziato a rifornirsi da farmacie galeniche, che riproducono i farmaci su misura ma in contesti molto meno controllati. Oppure dall’estero, magari da paesi con protocolli farmaceutici più blandi. Alcuni stati hanno anche imposto un vincolo di riservatezza sull’origine dei farmaci che utilizzano, per cui è difficile sapere da dove arrivino, se e come siano stati testati.
C’è poi un ultimo aspetto: le principali associazioni dei medici negli Stati Uniti vietano agli specialisti di assistere alle esecuzioni per ragioni etiche. Per questo spesso le iniezioni sono fatte da personale con poca formazione, che può avere più difficoltà a individuare la vena, a comprendere cosa accade nel detenuto e a gestire una situazione inaspettata come quella di Pike.
Le associazioni che lottano contro la pena di morte negli Stati Uniti sottolineano che non esistono prove significative di un suo effetto deterrente contro la criminalità, ma gli stati che ancora la applicano stanno solo cercando altri metodi. Il alcuni stati il ricorso alla pena capitale sta persino aumentando.
Uno è l’ipossia da azoto: al condannato viene fatta indossare una maschera facciale da cui respirare azoto. La morte avviene nel giro di alcuni minuti per privazione di ossigeno, cioè soffocando. Secondo le Nazioni Unite è una forma di tortura e la Corte Suprema degli Stati Uniti è già intervenuta in Alabama per bloccare l’esecuzione di una condanna con questo metodo. Altri sono passati alla fucilazione.
Ad aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che anche a livello federale saranno introdotti altri metodi per eseguire le condanne, tra cui di nuovo la sedia elettrica.



