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  • Martedì 29 settembre 2026

Una prestigiosa università americana è accusata di aver ignorato una denuncia di stupro

La causa di un'ex studentessa è diventata un grosso caso negli Stati Uniti e le indagini sono state riaperte

Un palazzo della Cornell University a Ithaca, Stati Uniti (AP Photo/Jonathan Jay Fink)
Un palazzo della Cornell University a Ithaca, Stati Uniti (AP Photo/Jonathan Jay Fink)
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Il 14 settembre un’ex studentessa della Cornell University, nello stato di New York, ha presentato una causa civile contro l’università e il suo dipartimento di polizia, accusandoli di non averla protetta e di non aver indagato a sufficienza, quando due anni fa aveva denunciato di aver subìto uno stupro di gruppo da parte di altri studenti. La causa è stata molto commentata, e lunedì il procuratore distrettuale Matthew Van Houten ha annunciato la riapertura delle indagini, con l’obiettivo di portare il caso davanti a una giuria.

Negli atti la donna, che oggi ha 22 anni, compare con lo pseudonimo di “Jane Doe” per preservare il proprio anonimato, e descrive nei dettagli la sua versione dei fatti. La sera del 19 ottobre del 2024, dopo essere stata in vari bar con un’amica, aveva deciso di andare a trovare un amico alla sede della Chi Phi, una confraternita maschile dell’università. Racconta che una volta arrivata, intorno alle 23, era stata costretta a bere alcol e a sniffare ketamina, una sostanza con effetti anestetici e psicoattivi tradizionalmente usata come farmaco soprattutto in ambito veterinario. Dice che poi era stata stuprata da due studenti, rimanendo cosciente per gran parte dell’aggressione e perdendo conoscenza solo intorno alle 5:45.

Mentre lei era incosciente uno dei presunti stupratori aveva mandato un messaggio in un gruppo Snapchat legato alla confraternita con scritto «free pussy upstairs» (fica gratis al piano superiore). A quel punto, dice Jane Doe, erano seguite altre violenze sessuali. Dopo qualche settimana, l’8 novembre, la donna aveva denunciato l’accaduto al dipartimento di polizia dell’università, ed era stata avviata un’indagine interna, che però non aveva portato a incriminazioni. Dopodiché lei aveva abbandonato la scuola.

La donna ha identificato sette aggressori in totale. Nella causa civile ha deciso di citare sia loro sia la Cornell University, la confraternita Chi Phi e un bar fuori dal campus che avrebbe fornito alcolici a persone che non avevano l’età legale per bere.

Annunciando la riapertura delle indagini, Van Houten ha detto che nella dichiarazione giurata rilasciata da Jane Doe nel 2024 non si diceva che fosse stata drogata contro la sua volontà né che fosse stata vittima di uno stupro di gruppo: la documentazione preliminare fornita dalla polizia non raggiungeva dunque lo standard probatorio richiesto per dimostrare l’assenza di consenso. Thomas Giuffra, il legale della donna, ha risposto che nella sostanza la denuncia presentata all’epoca non differiva da quanto indicato nella denuncia più recente, che la chat su Snapchat era nota alla polizia già nel 2024, e che al tempo la sua assistita non era mai stata contattata dagli investigatori né da alcun procuratore specializzato in casi di violenza sessuale.

Van Houten ha ammesso che all’epoca il suo ufficio non aveva condotto approfondimenti indipendenti, e si era basato invece sull’indagine preliminare condotta dal dipartimento di polizia dell’università.

Nella causa si dice anche che, durante l’indagine interna condotta dall’università, ai sette membri della confraternita accusati fu data l’opportunità di subire conseguenze disciplinari meno gravi, se avessero scritto dei saggi sul tema. L’università ha sostenuto che nessuno di loro avesse ricevuto come unico provvedimento la scrittura di un saggio e ha negato di aver imposto sanzioni inadeguate: ha detto che due degli studenti coinvolti erano stati espulsi e gli altri cinque temporaneamente sospesi. Ha poi detto che dopo i fatti aveva istituito una task force sulle aggressioni sessuali, a cui aveva fatto formulare una serie di raccomandazioni, e che aveva sospeso la sezione locale della confraternita Chi Phi.

Jane Manning, ex procuratrice e direttrice dell’organizzazione Women’s Equal Justice, che assiste le vittime di violenza sessuale, ha detto che basarsi solo sulla documentazione fornita dalla polizia è una pratica comune, ma «inaccettabile» per una procura. Per Manning bisognerebbe almeno ascoltare la denunciante prima di decidere se procedere con l’azione penale.

Un’altra probabile complicazione è che la legge dello stato di New York definisce lo stupro in modo molto restrittivo, escludendo i casi in cui una persona volontariamente ubriaca subisce un rapporto sessuale non consensuale, a meno che al momento dell’aggressione non sia completamente priva di sensi. Questo significa che le persone che hanno scelto di bere alcolici o assumere droghe devono dimostrare di essere state fisicamente incapaci di dare il proprio consenso. E nel caso in questione l’ex studentessa dell’università perse i sensi solo a un certo punto. Al momento comunque è in corso una campagna per modificare la legge.

A sostegno della donna coinvolta si sono mobilitate molte persone e organizzazioni che hanno accusato l’università di aver protetto i responsabili per tutelare la propria reputazione. Un’ex studentessa della Cornell ha avviato una petizione online in cui si chiede la sospensione delle donazioni all’università fino a quando non ci saranno garanzie sulla trasparenza nelle indagini, scuse pubbliche e cambiamenti nelle politiche interne.

Tra le persone che si sono espresse a sostegno dell’ex studentessa ci sono anche la deputata di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e l’attrice britannica Florence Pugh, il cui post su Instagram è stato però giudicato come contenuto sensibile dalla piattaforma, che ne ha dunque limitato l’accesso. Nel post, tra le altre cose, Pugh accusa college, scuole e università di «tradire ripetutamente le donne in tutto il mondo» e di crescere «uomini a cui viene insegnato, ancora e ancora, che possono fare danni enormi senza subirne a loro volta».

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Dove chiedere aiuto
Se hai bisogno di aiuto o sostegno qui c’è l’elenco di tutti i numeri telefonici dei centri antiviolenza della rete Di.Re. È anche possibile chiamare il numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24 con un’accoglienza disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. In entrambi i casi si riceveranno indicazioni da persone che hanno l’esperienza e la formazione per occuparsi di questa questione. È anche possibile, di fronte a una situazione di emergenza, chiamare i carabinieri o la polizia al 112.