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  • Lunedì 28 settembre 2026

La sentenza di primo grado del processo sull’omicidio di Giulio Regeni

Tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati a dieci anni per sequestro di persona, un altro è stato assolto e non ci sono condanne per omicidio

La Corte d'Assise di Roma legge la sentenza di primo grado nel processo per il sequestro e l'omicidio di Giulio Regeni, 28 settembre 2026 (il Post)
La Corte d'Assise di Roma legge la sentenza di primo grado nel processo per il sequestro e l'omicidio di Giulio Regeni, 28 settembre 2026 (il Post)
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Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni di carcere tre dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani che erano imputati nel processo sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo, in Egitto, nel 2016. Tutti e tre sono stati condannati per sequestro di persona: sono il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi. Il quarto agente imputato, il generale Tariq Sabir, è stato invece assolto.

Sharif era anche accusato di lesioni e omicidio, ma è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Corte ha inoltre condannato gli imputati a pagare una provvisionale complessiva di 500mila euro alla famiglia Regeni e di 150mila euro allo Stato italiano, che si era costituito parte civile. Le motivazioni della sentenza dovranno essere depositate entro 90 giorni.

La condanna a dieci anni di carcere difficilmente sarà eseguita, perché l’Italia dovrebbe chiederne l’esecuzione all’Egitto, che non è mai stato collaborativo e si è sempre rifiutato anche solo di comunicare il domicilio degli imputati, che risultano ancora irreperibili per le autorità italiane. È comunque una sentenza molto importante, che arriva dopo dieci anni e mezzo di depistaggi, ostruzionismo, intoppi processuali e una mobilitazione con pochi eguali in Italia.

La procura di Roma aveva chiesto l’ergastolo per Sharif, e 17 anni e sei mesi di carcere per gli altri tre imputati. Gli avvocati difensori d’ufficio invece hanno sempre sostenuto che i servizi di sicurezza egiziani non avessero nulla a che fare con la morte di Regeni e avevano chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati. Secondo il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi «l’impianto accusatorio sostanzialmente ha retto», facendo riferimento alla ricostruzione della procura secondo cui il sequestro e l’uccisione di Regeni sono riconducibili a funzionari del governo egiziano.

La lettura della sentenza è avvenuta nell’aula Occorsio del tribunale di Roma in piazzale Clodio: era gremita fin dal mattino, tra giornalisti, televisioni e moltissimi sostenitori e sostenitrici della campagna “Verità e giustizia per Giulio Regeni”, che hanno ascoltato la lettura dalle prime file con indosso spille e magliette gialle. In aula c’erano anche i genitori di Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e la sorella Irene, insieme all’avvocata Alessandra Ballerini.

Fuori dall’aula Ballerini ha letto un comunicato scritto a nome della famiglia: «Dovremo evidentemente leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede di una giustizia è stata ben riposta», ha detto. «Da stasera tutti i regimi, i loro apparati, le loro divise saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile».

L’avvocata della famiglia Regeni Alessandra Ballerini (il Post)

Ballerini poi ha aggiunto: «Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto: reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’avvocatura di Stato, e rompere i rapporti con un paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici». Il riferimento è al fatto che Italia ed Egitto hanno rapporti economici e politici solidi, come ha di recente ribadito il ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo un incontro con il suo omologo egiziano.

Ha parlato anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che era già stata fuori dal tribunale in mattinata, e ha definito la sentenza «storica», aggiungendo che «nessuno potrà più negare le responsabilità del regime egiziano».

Il processo si è svolto senza che gli imputati fossero in aula, per effetto di una sentenza della Corte costituzionale del 2023 che ha consentito di celebrare comunque il processo perché i reati erano considerati tortura e gli imputati erano funzionari pubblici di uno Stato. Ora si è chiuso il processo di primo grado e in teoria la difesa potrebbe proporre un ricorso: è molto improbabile che succeda, perché per fare ricorso in appello gli uomini condannati dovrebbero incaricare i propri avvocati e comunicare, tra le altre cose, anche il proprio domicilio, cosa che finora si sono rifiutati di fare.

Se non ci sarà un ricorso in appello dopo il deposito della sentenza, questa diventerà definitiva. L’Italia a quel punto potrebbe chiedere di eseguire la condanna: anche questo è molto improbabile che succeda, dal momento che finora l’Egitto si è rifiutato di collaborare. In ogni caso la sentenza è una questione delicata da gestire a livello diplomatico per il governo italiano. Alleanza Verdi e Sinistra, insieme al PD e al Movimento 5 Stelle, ha infatti già chiesto al ministro degli Esteri Antonio Tajani di riferire al parlamento cosa intende fare dopo le condanne.