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  • Lunedì 28 settembre 2026

Il gregario che ha vinto i Mondiali di ciclismo

Brandon McNulty: un compagno di Tadej Pogačar, nemmeno uno dei più forti

Lo statunitense Brandon McNulty esulta dopo aver vinto la gara maschile dei Mondiali di ciclismo, il 27 settembre 2026 (Tim de Waele/Getty Images)
Lo statunitense Brandon McNulty esulta dopo aver vinto la gara maschile dei Mondiali di ciclismo, il 27 settembre 2026 (Tim de Waele/Getty Images)
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Prima della gara maschile dei Mondiali di ciclismo Brandon McNulty era noto soprattutto per essere un gregario di Tadej Pogačar, il ciclista più forte del mondo. McNulty era un compagno di squadra il cui ruolo principale era aiutare Pogačar, faticare e sacrificarsi per lui. A questi Mondiali però Pogačar non c’era e McNulty ha vinto a sorpresa una delle gare più importanti e avvincenti dell’anno diventando il nuovo campione del mondo, un ruolo che negli ultimi due anni era stato proprio di Pogačar. Ai Mondiali McNulty non è stato il più forte, ma di sicuro è stato il più furbo.

McNulty ha 28 anni, è statunitense e non è un personaggio appariscente, di quelli che si fanno notare per interviste fuori dagli schemi o un’intensa attività sui social. Fino a ieri aveva poco più di 40mila follower su Instagram e pochi giorni fa diceva di puntare a vincere una tappa del Tour de France e una medaglia mondiale (ma nella prova a cronometro) e che gli sarebbe bastato quello per essere «soddisfatto a fine carriera».

Invece a Montréal, in Canada, ha vinto la medaglia d’oro e per di più nella prova in linea, molto più rilevante e imprevedibile nei suoi esiti. Per il ciclismo i Mondiali sono ancor più importanti che in molti altri sport: per un anno, fino ai prossimi Mondiali, in qualsiasi gara a cui parteciperà, McNulty indosserà la maglia arcobaleno, tra le più storiche, ambite e riconoscibili del ciclismo. Senza Pogačar, e in una prova in cui si corre per nazionali, McNulty ha battuto molti tra i migliori ciclisti al mondo, tra cui il nederlandese Mathieu van der Poel e i belgi Remco Evenepoel e Wout van Aert.

Negli ultimi anni McNulty non aveva potuto gareggiare quasi mai da capitano, cioè con altri gregari al suo servizio. Il gregario era lui, non uno dei migliori, e nemmeno l’ultimo a restare con Pogačar; era uno di quelli che di solito devono lavorare per lui quando la corsa è ancora lontana dall’arrivo. Prima di quella ai Mondiali la sua vittoria più importante era stata sempre a Montréal, nel 2025, in un’importante corsa di un giorno: ma era arrivata perché Pogačar lo aveva lasciato vincere.

Chiariamoci, McNulty non è scarso, tutt’altro. È un ciclista completo, che va molto forte in tanti tipi diversi di gara, su salite lunghe e corte; è esplosivo nelle cronometro (le gare in cui si parte uno alla volta e si prende il tempo di ciascuno) e al contempo è resistente sulle lunghe distanze. Prima dei Mondiali aveva vinto 22 volte tra i professionisti, spesso a cronometro, ed era arrivato primo in classifiche generali di corse minori in Spagna, Lussemburgo, Italia, Polonia e Croazia. Nel 2023 vinse una tappa al Giro d’Italia.

Ma oltre che come uno-dei-compagni di Pogačar era famoso per una sconfitta. Nel 2024, prima dell’ottava e ultima tappa della Parigi-Nizza, un’importante corsa a tappe che si corre a inizio marzo, McNulty era primo in classifica. Nell’ultima tappa però non andò bene e dovette inseguire il belga Remco Evenepoel e Matteo Jorgenson, statunitense come lui e suo grande amico. Quella Parigi-Nizza fu vinta da Jorgenson. In una delle poche volte in cui fu libero di giocarsi un’importante vittoria, McNulty non solo non vinse, ma perse facendosi rimontare e superare in classifica da un amico.

Brandon McNulty e Matteo Jorgenson dodici anni fa

Quasi nessuno si sarebbe immaginato che McNulty potesse vincere i Mondiali. Non è mai stato un predestinato, uno di quelli che da quando hanno 15 anni si pensa possano vincere il Tour de France o la Milano-Sanremo. Fino alla scorsa stagione la sua squadra, l’UAE Team Emirates-XRG, nemmeno lo convocava per la gran parte delle corse più importanti.

Prima dei Mondiali non era chiaro chi sarebbe stato il capitano della nazionale statunitense: se lui, Jorgenson o Quinn Simmons. In una gara resa imprevedibile dall’assenza di Pogačar e dalla rarità di un evento in cui i ciclisti gareggiano per nazionali e non per i propri team, i tre statunitensi hanno avuto ottime gambe e un’eccellente strategia di squadra. Simmons è stato a lungo all’attacco, permettendo agli altri due di non sprecare energie e di restare in gruppo mentre altri provavano a evitare che Simmons (e altri) prendessero troppo vantaggio.

Per i primi 240 chilometri di gara McNulty si è visto poco, ma è stato capace di farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. Ha attaccato a 32 chilometri e mezzo dal traguardo, in una fase di corsa incerta (che per chi seguiva la gara sulla Rai è diventata ancora più incerta a causa di alcuni astrusi e problematici cambi di canale).

I telecronisti di Eurosport, gli ex ciclisti Moreno Moser e Riccardo Magrini, si sono accorti subito che quella di McNulty era una «bella mossa», e anche sulla Rai l’ex ciclista Davide Cassani ha fatto capire di aver intuito fin da subito che quello poteva essere un attacco decisivo. Anche perché Jorgenson e Simmons hanno “marcato” gli avversari, cioè ne hanno fiaccato i tentativi di inseguimento. In breve: quando altri provavano ad attaccare per riprendere McNulty, Jorgenson e Simmons si mettevano appena dietro di lui, a ruota, senza però contribuire all’inseguimento.

Cogliendo l’attimo giusto McNulty ha guadagnato circa un minuto di vantaggio e nessuno degli avversari è più riuscito a riprenderlo. Alcuni ci sono andati vicini all’ultimo giro, ma quando mancava poco per chiudere il distacco i vari inseguitori si sono guardati tra loro, temendosi a vicenda. È una situazione tattica comune nel ciclismo e avvantaggia chi è davanti: McNulty ha resistito e ha vinto in solitaria.

È diventato così il primo campione del mondo statunitense di ciclismo su strada dal 1993, quando Lance Armstrong vinse a Oslo, in Norvegia. Come racconta il podcast LANCE di Umberto Preite Martinez, fu grazie alle vittorie di Armstrong, un personaggio potente ed efficace, che il ciclismo ebbe grande successo negli Stati Uniti nei primi anni Duemila (anche se quella nei Mondiali è una delle poche vittorie che non gli sono state tolte retroattivamente a causa del doping).

È difficile che McNulty possa diventare all’improvviso il nuovo simbolo del ciclismo statunitense, un uomo da copertina, per tutto il ciclismo. Come dicevamo è una persona riservata e schiva, quasi a disagio persino nell’esultare e festeggiare la sua vittoria.

Daniel Friebe, giornalista esperto di ciclismo, ha scritto che McNulty è «un vincitore fuori dalle mode, ma meritevole, e persino commovente». McNulty ha dedicato la vittoria al suocero morto da poche settimane. Quando in conferenza stampa gli è stato chiesto se ora sarà Pogačar a fargli da gregario ha cominciato dicendo: «Non scherziamo».

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