La fine del mondo, prima delle AI
Non è la prima volta che un progresso tecnologico genera timori apocalittici: speriamo non sia l'ultima
di Pietro Minto
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Nel 1881 il New York Times pubblicò un articolo su un pericolo imminente che rischiava di stravolgere le correnti marine e i poli terrestri, portando un clima gelido in Africa ed estati caldissime in Irlanda. Ma non solo: si parlava di uno spostamento dell’asse di rotazione terrestre che avrebbe cambiato l’orbita del pianeta, causando «una serie di spaventose collisioni» nel sistema solare.
Il pericolo in questione era un cavo per il telegrafo che l’azienda statunitense Western Union aveva intenzione di installare per raggiungere nuove aree geografiche fuori dagli Stati Uniti. Quella reazione di paura per un’imminente fine del mondo è per certi versi simile, ma per altri lontanissima da quella generata dal recente dibattito sul rischio che i sistemi di intelligenza artificiale possano sfuggire al controllo umano e sterminare l’umanità. In mezzo ci sono state altre “fini del mondo”, di quelle che siamo ancora qui per raccontare.
Dal Diluvio universale descritto nella Bibbia al mito di Atlantide raccontato da Platone, nel corso della storia molte civiltà hanno descritto e previsto la fine del mondo. Per molto tempo però arrivava sempre per volontà divina, o a causa di eventi ambientali al di fuori del controllo umano.
L’idea che possano essere gli esseri umani a provocare eventi apocalittici è piuttosto recente. Secondo Marco Malvestio, ricercatore in Letterature comparate all’università di Padova e autore di Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e Antropocene, «la paura delle conseguenze catastrofiche delle azioni umane caratterizza tutta la modernità post Rivoluzione industriale», quindi dopo la seconda metà del Settecento.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, molte innovazioni tecnologiche furono applicate per la prima volta al settore militare. Durante la Prima guerra mondiale, l’uso di gas tossici contro le trincee nemiche ispirò scenari di una guerra futura in cui intere nazioni sarebbero state sterminate con gas invisibili e inodori. Poi alla fine della Seconda guerra mondiale arrivò la bomba atomica, la prima tecnologia davvero in grado di provocare l’annientamento della specie umana.

La copertina di un libro sulla bomba atomica del 1945 (Jim Heimann Collection/Getty Images)
Secondo Malvestio, «il panico che accompagnava la diffusione delle tecnologie precedenti non è paragonabile per radicalità alle fantasie di fine del mondo suscitate dall’atomica». A renderla tanto terrorizzante non era solo il suo potenziale distruttivo – in grado di radere al suolo un’intera città in un istante – ma anche il pericolo rappresentato dalle radiazioni, capaci di sterminare i superstiti e rendere inabitabili le aree colpite per gli anni a seguire.
Nel Secondo dopoguerra fu quindi l’atomica a dominare i timori sulla fine del mondo causata dagli esseri umani. Tali preoccupazioni caratterizzarono soprattutto la Guerra fredda, il lungo periodo di ostilità tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, entrambe dotate di bombe atomiche, che finì con il crollo dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991.
Dopo allora i timori legati ai rischi del progresso tecnologico hanno preso altre forme. La grande diffusione dei personal computer nel corso degli anni Novanta si scontrò alla fine di quel decennio con un problema tecnico, che si temeva avrebbe avuto conseguenze globali per le reti di tutto il mondo: il “Millennium Bug”.

(Avalon/Getty Images)
Agli albori dell’informatica, infatti, lo spazio per immagazzinare i dati era talmente ridotto da costringere i programmatori a indicare gli anni usando solo le ultime due cifre: invece di scrivere “1991”, per esempio, si scriveva “91”. Con l’avvicinarsi del 2000, il rischio era che i computer non fossero in grado di capire che per “00” si intendeva il 2000, e non il 1900. I sistemi finanziari e di sicurezza di tutto il mondo rischiavano di andare in tilt alla mezzanotte del primo gennaio 2000. In realtà poi i problemi furono minimi, probabilmente anche grazie agli interventi fatti negli anni precedenti per preparare i sistemi stessi.
Nei primi anni del Duemila si diffuse una teoria apocalittica che ricordava la catastrofe cosmica descritta dal New York Times nel 1881. Questa volta a causarla sarebbe stato il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle al mondo, situato nei pressi di Ginevra, in Svizzera: al momento dell’attivazione dell’enorme macchinario, nel settembre del 2008, erano in molti a temere che potesse portare alla formazione di un buco nero che avrebbe risucchiato il pianeta intero.
Anche allora il mondo non finì, ma i timori di un’imminente fine del mondo rimasero. Il pericolo rappresentato dal nucleare, per quanto meno discusso di un tempo, è ancora presente, e più di recente, come dicevamo, si sono aggiunti i rischi legati allo sviluppo di sistemi di AI sempre più potenti e imprevedibili.
Nel frattempo è emersa una minaccia del tutto diversa da quelle affrontate finora: il cambiamento climatico.
Come nota Malvestio, «mentre il disastro nucleare è localizzato nello spazio e nel tempo e dipende dall’iniziativa umana, la crisi climatica si sviluppa su scala planetaria», e segue logiche del tutto diverse dalle altre minacce. Una catastrofe nucleare, infatti, avviene in un determinato momento e luogo, e può essere evitata seguendo determinate norme di sicurezza o rispettando i trattati internazionali. A causarla è l’uomo, direttamente, per scelta o per errore.
Il cambiamento climatico è un fenomeno molto più complesso: nonostante sia stato causato dall’attività umana, in particolare dall’emissione di gas serra nell’atmosfera, non è possibile sventarlo. Anche qualora riuscissimo ad azzerare le emissioni di gas serra, infatti, il cambiamento climatico non sarebbe “risolto” nell’immediato e i suoi effetti sarebbero visibili ancora a lungo.
È anche questo a renderlo una minaccia percepita in modo diverso. A differenza di una catastrofe nucleare o di un incidente al Large Hadron Collider, infatti, non esiste un singolo momento in cui il pericolo rappresentato dal cambiamento climatico si manifesta. Anche per questo, per anni il fenomeno non ha generato lo stesso tipo di allarme e panico suscitato da alcune tecnologie.
Negli ultimi anni, però, man mano che gli effetti del cambiamento climatico sono diventati più evidenti, si è diffusa la cosiddetta ecoansia, una preoccupazione collettiva causata dal senso di impotenza che molte persone provano di fronte a un problema tanto complesso, la cui soluzione lo è altrettanto e passa necessariamente attraverso azioni collettive, per certi versi universali.



