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  • Venerdì 25 settembre 2026

I ricercatori del CNR si sentono più che altro ricercatori di soldi

Nel più importante ente italiano per la ricerca ci sono molti problemi, tutti legati all’insufficienza dei finanziamenti

La protesta di un ricercatore precario del CNR
La protesta di un ricercatore precario del CNR (ANSA/CESARE ABBATE)
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Nel 2026 il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), il più grande ente pubblico di ricerca in Italia, riceverà dallo Stato poco più di 734 milioni di euro, all’incirca gli stessi avuti nel 2025 e nel 2024. Sembrano molti soldi, ma non lo sono. Il 90 per cento del fondo copre appena gli stipendi dei circa novemila dipendenti, e quel poco che rimane non basta a risolvere i problemi che il CNR si trascina da anni: ci sono migliaia di precari, l’età media dei dipendenti continua a crescere, le carriere sono bloccate e migliaia di ricercatori e ricercatrici si ritrovano con poche prospettive.

Se ne discuterà di nuovo nelle prossime settimane, quando il governo presenterà la legge di bilancio (cioè quella con cui si decide come spendere i soldi per l’anno successivo), l’ultima di questa legislatura. Come accade ogni anno da una decina d’anni, gruppi di ricercatori e sindacati torneranno a chiedere più soldi al governo, che finora ha risposto con stanziamenti decisi di volta in volta, spesso in emergenza, senza affrontare i problemi con una programmazione sul lungo periodo.

I 734 milioni di euro dati al CNR fanno parte di un fondo pubblico più grande, il fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca conosciuto come FOE, istituito nel 1998. Quest’anno il FOE vale circa 1,5 miliardi di euro. Nelle altre quote più sostanziose ci sono i 353 milioni assegnati all’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e i 151 milioni dati all’Istituto nazionale di astrofisica.

Il bilancio complessivo del CNR è però circa il doppio rispetto al fondo assegnato dallo Stato: gli altri milioni – circa 600 – sono i soldi che i ricercatori ottengono presentando progetti di ricerca, vincendo bandi europei oppure attraverso contratti con aziende e altre amministrazioni. Siccome il fondo dello Stato basta giusto per gli stipendi, il grosso delle attività di ricerca dipende quindi dall’intraprendenza dei ricercatori, e negli ultimi anni sempre di più dagli accordi con aziende private.

Del sottofinanziamento del CNR e delle sue conseguenze ha parlato più volte anche il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Nel 2023, aprendo un convegno organizzato proprio per i 100 anni dell’ente, Parisi disse che il CNR non riusciva a darsi una direzione strategica perché i soldi che può decidere come spendere sono pochissimi, e che negli anni ha perso la capacità di attrarre ricercatori stranieri. Aveva concluso il discorso con una provocazione: «Il messaggio da portare a casa non è tanto “grandissimi risultati, va tutto bene”. Piuttosto, se abbiamo ottenuto tutto questo con finanziamenti scarsi per la ricerca, quali meraviglie saremmo in grado di ottenere con finanziamenti adeguati?».

Fino all’inizio degli anni Duemila l’impostazione era molto diversa. All’epoca c’erano molti più istituti e più piccoli – circa 500 – e ognuno riceveva una quota da usare per progetti di ricerca non legati a bandi o progetti privati: veniva chiamata informalmente “ricerca di curiosità”.

Negli anni diverse riforme hanno prima ridotto il numero degli istituti e poi dato un ruolo più centrale ai finanziamenti esterni. Molti ricercatori sentiti per questo articolo dicono che è stata seguita una logica più aziendale, simile a quella di altri paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito, dove i ricercatori che non si procurano soldi sul mercato non hanno possibilità di mandare avanti il proprio progetto.

Oggi molti ricercatori del CNR dicono di sentirsi più ricercatori di soldi che ricercatori e basta.

Una manifestazione organizzata l'anno scorso dai sindacati per chiedere al governo di stanziare più soldi per il CNR

Una manifestazione organizzata l’anno scorso dai sindacati per chiedere al governo di stanziare più soldi per il CNR (Simona Granati/Getty Images)

Una delle riforme che almeno in parte spiegano le difficoltà degli ultimi anni risale al 2001 e impose agli enti di ricerca di finanziarsi da soli gli aumenti dei contratti nazionali, cioè l’adeguamento degli stipendi. A differenza di molte altre amministrazioni pubbliche che dipendono dal bilancio complessivo dello Stato, ogni volta che il CNR rinnova un contratto deve trovare i soldi nel suo bilancio. Negli anni questa condizione, unita all’inflazione, ha fatto aumentare molto le spese che hanno finito per occupare quasi totalmente il fondo annuale stanziato dallo Stato, rimasto più o meno lo stesso.

Con un bilancio così ingessato è molto complicato fare nuove assunzioni, possibili solo grazie ai posti liberati da chi va in pensione. Il risultato è che per anni sono stati banditi pochi concorsi e sono aumentati i ricercatori precari, che rimangono precari più a lungo. I precari aumentano, protestano con manifestazioni e occupazioni delle sedi, la situazione diventa ingestibile e a quel punto il governo stanzia soldi d’emergenza. Negli ultimi dieci anni è sempre andata così.

Nel dicembre del 2017 per esempio, dopo che alcuni ricercatori precari salirono sul tetto della sede del CNR a Roma, il governo inserì nella legge di bilancio 57 milioni di euro per la stabilizzazione dei precari degli enti pubblici di ricerca, 41 dei quali furono assegnati al CNR. Grazie a quei soldi il CNR sfruttò molto più di altri enti pubblici la cosiddetta legge Madia, approvata per ridurre il precariato nella pubblica amministrazione.

La legge Madia distingue due categorie: chi ha avuto almeno tre anni di contratto a tempo determinato e quindi ha già superato una selezione (il cosiddetto comma 1), e chi invece ha lavorato solo con contratti flessibili, assegni di ricerca e collaborazioni, e quindi per essere assunto deve passare da un concorso riservato (il comma 2).

Nella legge di Bilancio del 2025 sono stati stanziati sempre in via emergenziale 10,5 milioni di euro con un emendamento delle opposizioni: quei soldi però sono bastati per assumere solo 185 ricercatori precari, mentre altre 506 persone sono rimaste fuori anche se giudicate idonee all’assunzione. Nessuno, neanche i sindacati, conosce invece il numero preciso dei ricercatori del comma 2, perché il CNR non li ha mai censiti.

A tutto questo si è aggiunto il PNRR, che ha finanziato progetti con una scadenza, portati avanti assumendo ricercatori con contratti a tempo determinato, quindi precari, senza preoccuparsi troppo di cosa sarebbe successo dopo.

Di fatto, il PNRR ha fatto aumentare di nuovo i ricercatori precari, che oggi si stima siano circa quattromila. «In realtà non sappiamo nemmeno più quanti siamo», dice Andrea Mattera, che lavora all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione, a Roma, e fa parte del movimento Precari Uniti. «Se nei prossimi mesi i ricercatori precari diminuiranno non sarà certo per le assunzioni, ma perché saranno buttati fuori. Quando i nostri contratti scadranno, le nostre ricerche moriranno». Secondo un sondaggio interno organizzato da Precari Uniti, a cui hanno risposto circa quattrocento persone, solo il 10 per cento ha detto di avere un contratto più lungo di un anno.

Mattera aggiunge un altro elemento che spiega perché in Italia uscire dalla ricerca pubblica sia più difficile che altrove: «Negli Stati Uniti quando esci dal laboratorio attraversi la strada e trovi un’azienda pronta ad assumerti. Anche per questo motivo là quel modello di ricerca più aziendale ha un senso. Da noi quell’ecosistema non si è mai creato».

Rosa Ruscitti, rappresentante sindacale della Cgil al CNR, dice che la mancanza di soldi ha alimentato squilibri e favorito una sorta di selezione al contrario: «Chi può permetterselo, perché magari ha una famiglia che lo sostiene, continua a fare ricerca, gli altri devono cambiare settore o andare all’estero».

Il confronto che sindacati e ricercatori fanno più di frequente è con la Francia e la Germania. Al CNRS francese lavorano circa 33mila persone, di cui 25mila assunte stabilmente, ma soprattutto i concorsi per le assunzioni vengono organizzati tutti gli anni, in questo modo anche chi è precario ha prospettive concrete di stabilizzarsi molto prima rispetto ai ricercatori italiani. Secondo i dati raccolti da Precari Uniti, in Francia i ricercatori ottengono un posto fisso in media a 33 anni, nel Regno Unito a 34, negli Stati Uniti a 39, in Italia a 43.

In Germania il modello è ancora diverso: la maggior parte dei contratti è a tempo determinato, precari e legati a progetti di ricerca, ma sono pagati molto. Inoltre c’è un notevole interscambio con il settore industriale. In Italia, dicono molti ricercatori, c’è il peggio di entrambi i modelli: molto precariato, pagato poco.

Un’altra conseguenza di come si è sviluppato il sistema italiano è che molti ricercatori rimangono fino alla pensione con lo stesso contratto, perché le possibilità di fare carriera sono limitate. I concorsi interni per passare di livello, previsti dall’articolo 15 del contratto, dovrebbero essere organizzati ogni due anni, ma tra il 2010 e il 2020 non ne venne fatto nessuno.

Solo nel 2022 il governo ha stanziato 40 milioni di euro per gli avanzamenti di carriera, di cui 21 sono andati al CNR per finanziare circa 1.800 passaggi di livello con procedure molto lunghe, concluse nella primavera del 2026.

Altri 1.500 ricercatori sono risultati idonei, ma sono rimasti con i loro contratti a causa della mancanza di soldi. Gli esclusi si sono organizzati in un movimento chiamato Miart – Movimento Idonei Art. 15 CNR – per chiedere al governo altri fondi: secondo le stime servirebbero 23 milioni di euro all’anno per rispettare l’esito dei concorsi. Andrea Marchionni, chimico del CNR ed esponente del Miart, dice che per molti ricercatori questa situazione è frustrante: «Sapendo che le possibilità di migliorare il proprio contratto non dipendono dal lavoro o dal merito, molte persone perdono le speranze. Sbloccare i contratti sarebbe un investimento in termini di motivazioni e produttività».

Marchionni fa notare anche un effetto meno evidente: nei programmi europei i rimborsi per il personale si calcolano sugli stipendi effettivi. Siccome un ricercatore italiano guadagna meno di uno francese o tedesco, a parità di ore il CNR riceve molti meno soldi.

Alla fine di luglio, durante un incontro con i sindacati, il presidente del CNR Andrea Lenzi e il direttore generale Jacopo Greco hanno assicurato che nei prossimi mesi saranno fatte circa 300 nuove assunzioni in aggiunta a quelle già previste nel 2026, di cui la maggior parte per stabilizzare i precari. I sindacati hanno detto che non bastano e che soprattutto vanno date risposte ai precari compresi nel comma 2 della legge Madia, esclusi dalle prossime assunzioni.

Già l’anno scorso, in un’intervista alla Stampa, Lenzi aveva spiegato cosa pensa del precariato: aveva detto che la ricerca è fatta di un «lungo apprendistato» e che negli enti di ricerca come il CNR le sanatorie per stabilizzare i precari non possono funzionare. Lenzi aveva detto anche di voler cambiare il CNR puntando su accordi con partner industriali e privati, perché la ricerca si deve autofinanziare: «Si dirà che in altri Paesi a noi assimilabili gli enti di ricerca pubblici hanno il triplo o più dei nostri dipendenti. Ma parte delle risorse impiegate per retribuirli arrivano proprio dal privato».