Cosa vuol dire che l’Istat “aggiorna” le sue stime
È vero che da anni rivede al rialzo le stime del PIL, come ha lamentato Meloni: ma accade da prima che arrivasse questo governo
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha preso bene le stime che l’Istat ha pubblicato martedì sul rapporto fra deficit e PIL del 2025, perché lo collocano di poco al di sopra del 3 per cento, impedendo così all’Italia di uscire dalla procedura per deficit eccessivo avviata dall’Unione Europea, un obiettivo su cui contava molto. Intervistata da Bruno Vespa, ha detto che negli ultimi anni l’Istat ha sempre rivisto al rialzo le stime del PIL e che le dispiacerebbe molto se accadesse anche stavolta, e se tra qualche anno si scoprisse che in realtà il rapporto deficit/PIL del 2025 era sotto il 3 per cento. Il deficit è la differenza tra le entrate e le spese dello Stato: significa che spende più di quanto incassa con le tasse, e contribuisce così ad accumulare debito pubblico.
La revisione dei dati è parte del normale funzionamento della loro raccolta: non è corretto parlare di «un errore», come ha fatto Meloni nell’intervista con Vespa, né pensare che il fenomeno abbia riguardato solo gli anni del suo governo («non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo», ha detto). Ma è vero che da anni l’Istat rivede al rialzo le stime del PIL degli anni precedenti, tema di cui gli addetti ai lavori discutono da tempo, tanto da aver portato anche a un cambiamento nel modo in cui si calcolano queste stime.
L’Istat pubblica le stime dei conti pubblici degli anni precedenti due volte all’anno. A marzo del 2026 erano state diffuse le stime preliminari sul 2025 di vari indicatori, tra cui PIL e deficit. Queste stime vengono poi aggiornate e riviste diverse volte negli anni successivi: ad aprile era già successo una prima volta. Le revisioni possono essere ordinarie o straordinarie (anche chiamate generali), e naturalmente al rialzo o al ribasso.
Semplificando, le revisioni ordinarie servono per aggiornare le stime quando l’Istat ha a disposizione nuovi dati: versioni definitive di dati che aveva già usato nelle stime precedenti o dati che ci mettono più tempo a essere raccolti e quindi non possono essere usati nelle prime stime. Avvengono tendenzialmente ogni sei mesi e nella maggior parte dei casi riguardano stime di dati riferiti al massimo a tre anni prima.
Le revisioni straordinarie, invece, aggiornano le stime perché viene modificato il metodo utilizzato per elaborarle. Questa modifica viene fatta sotto coordinamento dell’istituto di statistica europeo (Eurostat) e della Banca Centrale Europea (BCE), perché le stime dei conti pubblici influenzano molte decisioni europee di politica economica. Per esempio, il contributo di ogni Stato al bilancio dell’Unione Europea è proporzionale al reddito nazionale lordo, cioè il valore della ricchezza prodotta anche all’estero dai residenti in Italia. Le revisioni straordinarie avvengono solitamente ogni 5 anni e coinvolgono anche 20 anni di stime.

Il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli, nominato dal governo di Giorgia Meloni, il 21 maggio 2026 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Negli ultimi anni l’Istat ha sempre rivisto al rialzo le prime stime del PIL degli anni precedenti. Questo ha portato diversi economisti a chiedersi se effettivamente l’istituto possa correggere il modo in cui produce le stime preliminari, per evitare di doverle poi sempre rivedere al rialzo. Il fenomeno ha riguardato soprattutto gli anni della pandemia, quando le attività economiche sono cambiate profondamente rendendo più difficile stimarle con i modelli precedenti.
Con la revisione generale di settembre 2024, poi, l’Istat ha adottato nuovi metodi di stima e ha rialzato notevolmente le stime del PIL nominale dei tre anni precedenti, quello che non viene depurato dall’aumento dei prezzi e che quindi spesso aumenta per il solo aumentare del costo della vita: di più di 20 miliardi di euro per il 2021, 34 miliardi per il 2022 e 42 miliardi per il 2023. Revisioni al rialzo più limitate sono avvenute anche negli anni successivi.
Meloni si è lamentata del fatto che martedì l’Istat ha alzato la stima del tasso di crescita del PIL del 2024 dallo 0,7 all’1,1 per cento. Ma non è detto che un aumento della stima del PIL faccia scendere automaticamente le stime di tutti quei parametri in cui il PIL è al denominatore, visto che sono sempre due misure diverse e che si muovono in modo indipendente: in questo caso, per esempio, il rapporto deficit/PIL del 2024 è rimasto del 3,4 per cento, e lo stesso è successo per il 2025.
I valori del deficit e del rapporto deficit/PIL del 2021 sono aumentati così tanto rispetto al valore della prima stima perché, nel frattempo, sul 2021 sono state imputate la maggior parte delle spese del Superbonus.
Per il 2025 l’Istat ha alzato le stime del PIL che aveva già aggiornato ad aprile: la stima del PIL nominale è aumentata di quasi 7 miliardi di euro (circa lo 0,3 per cento in più della revisione di aprile). Nonostante questo il rapporto deficit/PIL è addirittura aumentato leggermente, dal 3,07 per cento al 3,08. Questo perché anche la stima del deficit è aumentata di circa 350 milioni di euro (oltre lo 0,5 per cento del deficit stimato ad aprile).
Le stime del deficit si basano in gran parte sui dati forniti dal ministero dell’Economia, che è quindi il principale responsabile di eventuali correzioni soprattutto se riguardano la spesa pubblica. Tra aprile e settembre il deficit è aumentato perché la stima della spesa pubblica è aumentata più della stima delle entrate statali (e il deficit è proprio la differenza tra la spesa pubblica e le entrate). In particolare, la stima della spesa pubblica è aumentata di poco più di 2,3 miliardi di euro: senza questo aumento il rapporto deficit/PIL sarebbe stato del 2,97 per cento.
Ottenere un dato inferiore al 3 per cento avrebbe permesso al governo di accedere già quest’anno alla “clausola di salvaguardia nazionale”, una deroga alle regole di bilancio europee che avrebbe consentito di spendere 14 miliardi di euro in energia e 22 nella difesa, senza che questi fossero considerati nel deficit. È per questo che il governo riponeva così tanta speranza in un ricalcolo favorevole che portasse il rapporto deficit/PIL sotto il 3 per cento: ma se non ha raggiunto l’obiettivo non è tanto colpa delle stime dell’Istat sul PIL, come suggerisce Meloni, quanto dei calcoli errati del ministero dell’Economia sul deficit.
Il governo lo considerava anche un risultato simbolico perché l’uscita dalla procedura sarebbe avvenuta con un anno di anticipo rispetto a quanto programmato, dimostrando che i sacrifici di bilancio degli ultimi anni avevano dato i loro frutti. Dopo la pubblicazione dei dati, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che il governo ne prende atto «non senza rammarico», e che si augura di poter uscire dalla procedura nel 2027.



