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  • Mercoledì 23 settembre 2026

C’è anche l’ultranuoto

Fatto su distanze estreme, tra onde e a volte squali: lo fanno comprensibilmente in pochi e «ognuno può farsi la sua impresa»

di Michele Pelacci

La 64enne ultranuotatrice Diana Nyad esulta dopo essere riuscita a nuotare da Cuba alla Florida, nel 2013 (AP Photo/Ramon Espinosa, File)
La 64enne ultranuotatrice Diana Nyad esulta dopo essere riuscita a nuotare da Cuba alla Florida, nel 2013 (AP Photo/Ramon Espinosa, File)
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«Le ci vollero poco più di 17 ore; sotto gli occhi del suo equipaggio, dovette affrontare nausea, forti venti e la costante minaccia degli squali». La scrittrice Bonnie Tsui descrive così nel libro Why We Swim la nuotata di 43 chilometri fatta nel 2015 dalla neozelandese Kim Chambers dalle isole Farallon, al largo della California, al Golden Gate di San Francisco. Quella di Chambers è solo una delle tante nuotate di questo genere. Appartengono a una categoria precisa del nuoto, estrema e improbabile: come nella corsa o nel ciclismo, anche il nuoto su distanze e tempi così lunghi viene definito ultra.

L’ultranuoto è praticato da pochissime persone, è molto poco regolato a livello internazionale e basa buona parte delle proprie storie sull’iniziativa personale. È anche il meno famoso dei vari formati del nuoto. Il più famoso invece è quello in vasca, in cui le gare durano al più un quarto d’ora, nei 1.500 metri. Ci sono poi le gare di nuoto di fondo, o nuoto in acque libere, lunghe al massimo 10 chilometri. C’era anche la gara sui 25 chilometri, che durava circa cinque ore, ma è stata cancellata dopo il 2022: «Erano le distanze più noiose a livello televisivo», dice al Post il giornalista esperto di nuoto Francesco Caligaris, ma la decisione di eliminare la “maratona del nuoto” «ai puristi non è piaciuta».

Eppure spesso nemmeno il nuoto di fondo avviene in acque davvero libere. Raramente le gare si fanno in mare aperto, per questioni logistiche e di sicurezza: più spesso si scelgono acque più controllabili come piccoli laghi o fiumi.

Le gare di nuoto di fondo delle Olimpiadi del 2024 e degli Europei del 2026 si sono svolte nella Senna, il fiume di Parigi (AP Photo/David Goldman)

Il nuoto di fondo è più caotico e complesso di quello in corsia. Capita che gli atleti si colpiscano a vicenda, a volte c’è poca visibilità sotto l’acqua, le correnti aiutano o rallentano, i riferimenti diventano molti meno e molto più lontani. Queste difficoltà sono ancora più estreme nell’ultranuoto. Lo si fa in acque veramente libere: possono essere molto fredde o molto calde, non ci sono boe che segnano il percorso ma onde (e navi che generano onde) molto difficili da gestire, e per molte ore si sta da soli.

L’ultranuoto non ha molte gare e i circuiti internazionali non sono numerosi, non ha distanze fisse e non esiste una federazione internazionale che detti le regole per chiunque. Le nuotate più famose sono le traversate: si nuota (quasi sempre a stile libero, con una frequenza di bracciate bassa e usando meno forza di quando si è in vasca) per decine di ore da un punto a un altro, attraversando stretti o canali famosi, andando da un’isola alla terraferma o viceversa, in condizioni e maniere molto diverse. Nel mondo ci sono moltissima acqua e parecchie isole: con un po’ di fantasia le possibilità di fare traversate sono praticamente infinite. Nell’ultranuoto «ognuno può farsi la sua impresa», dice Caligaris; dove, come e quando vuole.

Di recente, per esempio, il greco Spyros Chrysikopoulos è diventato il primo uomo – per quanto ne sappiamo – a nuotare dalla Grecia all’Italia. È partito da Fanò (o Othoni, un’isola greca nel canale di Otranto) ed è arrivato a Santa Maria di Leuca dopo 91,4 chilometri e quasi 32 ore di nuoto.

Per quanto sia una prova molto complessa e fisicamente durissima, è difficile dire se quella di Chrysikopoulos sia stata più o meno difficile di altre traversate simili. «Qual è il mare più difficile, quello con le meduse? Quello con le onde? Sicuramente quello con gli squali», dice al Post scherzando – ma nemmeno troppo – l’ultranuotatore Corrado Sorrentino.

Perlomeno nella nicchia di chi si occupa di nuoto, Sorrentino si fece conoscere nel 2022, quando fu il primo a fare il giro della Sardegna a nuoto. Di nuotate come la sua ce ne sono diverse, fatte spesso con almeno uno tra questi due obiettivi: essere i più veloci ad aver fatto qualcosa, essere i primi ad averla fatta. Siti come LongSwims Database provano a tenere traccia e ordinare queste nuotate lunghissime, ma è praticamente impossibile.

A volte è difficile dire se qualcuno ha davvero nuotato senza essere aiutato, se e quanto si è fermato, se una qualche forma di aiuto esterno è tollerata per un record oppure no. Pur avendo cose in comune, le ultranuotate possono essere anche molto diverse tra loro. Si possono fare oltre 100 chilometri in 24 ore in una vasca da 25 metri, oppure, come ha fatto poco fa il 56enne gastroenterologo italiano Marco Fratini, nuotare per 72 ore nel lago di Bracciano dormendo in acqua grazie all’ipnosi. Ci sono anche gare di ultranuoto più “normali”, nelle quali vince chi arriva per primo al traguardo: la Capri-Napoli è lunga circa 36 chilometri e vi partecipano circa 40 nuotatori ogni edizione. La 21enne Alessia Orsoli, prima donna al traguardo nel 2026, dice che durante la gara non ha avuto «la sensazione del tempo e nemmeno della distanza».

Per quanto poche, e nonostante siano tutte faticose, alcune nuotate sì che passano alla storia: è il caso di quella del 29 settembre 1959 di Arati Saha, che divenne la prima donna asiatica ad aver attraversato a nuoto il canale della Manica, tra Francia e Inghilterra.

Lunga circa 33 chilometri (dipende anche se le condizioni del mare ti permettono di stare sulla traiettoria più breve o meno), la traversata della Manica è una delle sfide storiche e più famose dell’ultranuoto. Una volta era considerata un’impresa, oggi è alla portata di parecchi nuotatori e nuotatrici esperti. Il primo a riuscirci fu il comandante di navi mercantili Matthew Webb nel 1875, mentre nel 2019 la statunitense Sarah Thomas divenne la prima persona a fare quattro traversate consecutive senza fermarsi.

La traversata della Manica a nuoto è una delle cosiddette Oceans Seven, ovvero i sette percorsi dell’ultranuoto ritenuti più difficili. Le altre sei sono tra l’isola di Catalina e la California (32,3 chilometri), lo stretto di Gibilterra (14,4 chilometri), il canale del Nord tra Irlanda e Scozia (34,5 chilometri), il canale Kaiwi tra due isole delle Hawaii (42 chilometri), lo stretto di Cook tra le due principali isole della Nuova Zelanda (22,5 chilometri) e lo stretto di Tsugaru nel nord del Giappone (19,5 chilometri). Una cinquantina di persone ha completato tutte e sette le traversate.

Nuotatori entrano in acqua per la Catalina Channel Swim, sull’isola di Catalina, in California, il 20 gennaio 1927 (AP Photo)

Secondo Sorrentino, comunque, il vero obiettivo di queste nuotate lunghissime va spesso ricercato altrove: non tanto nel tempo da battere o nel diventare-il-primo-a-fare-qualcosa, ma nella sfida contro sé stessi e nelle iniziative benefiche che tanti ultranuotatori legano alle proprie nuotate.

L’idea di fare il periplo della Sardegna a Sorrentino fu suggerita quasi per scherzo da un amico: lui la prese sul ridere, ma poi iniziò a pensarci sul serio. Aprì l’applicazione Google Earth e misurò le distanze, calcolò i tempi e valutò la logistica. Gli venne fuori un percorso di 12,5 chilometri al giorno per 59 giorni. Diventò la prima persona ad aver circumnavigato a nuoto la Sardegna: iniziò il 2 luglio del 2022 e finì il 28 agosto «come da programma».

Come la stragrande maggioranza di chi pratica l’ultranuoto, Sorrentino non lo fa per soldi. Si mantiene con un altro lavoro (gestisce due piscine, fa il maestro di nuoto ed è consigliere comunale a Cagliari), non ha sponsor e tutto ciò che raccoglie lo dona in beneficenza. Fece il periplo della Sardegna esattamente con questo scopo: raccogliere fondi per donare macchinari all’ospedale di Cagliari. Per questo, e non tanto perché era stanco o non poteva metterci meno tempo, fece così tante tappe: voleva andare a riva e occuparsi della raccolta fondi.

Poche settimane fa l’ultranuotatore polacco Bartłomiej Kubkowski è diventato il primo ad aver attraversato il mar Baltico, dalla Svezia alla Polonia, a nuoto. Ha nuotato per 160 chilometri e 56 ore e ha raccolto 166mila euro per beneficenza

Sorrentino venne seguito sempre da almeno un gommone sull’acqua e un camper sulla terraferma. Completata la tratta che si era prefissato per quel giorno, su un’applicazione segnava esattamente il punto del mare in cui si era fermato e il giorno dopo riprendeva da lì. Fece traiettorie diritte, non seguendo la costa, altrimenti il viaggio di oltre 700 chilometri sarebbe stato molto più lungo.

Sorrentino ora sta seguendo le giornate di Gabriele Catta, 24enne studente sardo che sta “tracciando” il segno dell’infinito attorno alle isole di Sardegna e Corsica. Nel frattempo Catta raccoglie fondi per sostenere la ricerca contro la leucemia: «È inutile che facciamo le imprese se poi non rimane nulla», dice Sorrentino.

Catta si ricopre di lanolina, una miscela simile alla vaselina che riduce lo sfregamento tra le varie parti del corpo, prima di un’ultranuotata