Quali sono le aziende “unicorno” in Italia

Da qualche giorno ce n'è una in più, che si occupa di sicurezza informatica per elettrodomestici, ma rimane un gruppo poco nutrito

(AP Photo/Rebecca Blackwell)
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Da questa settimana, in Italia, c’è un nuovo unicorno, come vengono chiamate le startup che raggiungono una valutazione di un miliardo di dollari. È la startup romana Exein, che in questi giorni ha annunciato di aver concluso un giro di investimenti da 270 milioni di dollari, ed è stata valutata complessivamente 1,7 miliardi di dollari. Secondo l’ultimo report annuale “Italian Tech Landscape”, pubblicato dall’osservatorio La Tech Made in Italy, fino allo scorso aprile gli unicorni in Italia erano in tutto nove.

Exein è stata fondata nel 2018 dal trentaseienne Gianni Cuozzo, che in passato aveva lavorato come consulente per la NATO in materia di sicurezza informatica. L’azienda si occupa della sicurezza dei dispositivi che, pur non essendo computer o smartphone, sono dotati di connessione a internet. E quindi automobili, telecamere di sicurezza, server, elettrodomestici: il cosiddetto “internet-of-things”, l’insieme di oggetti d’uso comune connessi al web.

Garantire la sicurezza informatica di un elettrodomestico potrebbe sembrare secondario: in realtà, come ha spiegato Cuozzo al Corriere della Sera, ciascuno di questi dispositivi rappresenta una «porta laterale» dalla quale hacker malintenzionati possono entrare per compromettere i sistemi informatici di aziende e privati.

Per migliorare la sicurezza di questi prodotti, Exein ha deciso di agire a monte: invece di vendere i propri software a un’azienda che produce, per esempio, lavatrici, Exein collabora direttamente con le società che producono i componenti che verranno montati nella lavatrice stessa. Tra i fornitori con cui Exein ha stretto accordi ci sono alcuni dei principali produttori di semiconduttori, come la taiwanese Mediatek e la britannica Arm. Grazie a questi accordi, i sistemi di Exein sono oggi in uso in miliardi di dispositivi.

Il fatto che un’azienda italiana sia riuscita a espandersi in tutto il mondo fino a diventare un unicorno è di per sé una notizia. Negli Stati Uniti, infatti, un evento simile è ormai piuttosto frequente, ma l’Italia ha da sempre un settore tecnologico più piccolo e povero, anche in confronto ad altri paesi europei, come la Francia, il Regno Unito o la Svezia. La sola Francia, per dire, ha circa trenta unicorni: il triplo di quelli italiani.

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Le aziende italiane che rientrano in tutto e per tutto nella definizione di unicorno sono sei. Oltre a Exein, c’è Domyn (un tempo nota come iGenius), startup milanese che si occupa di intelligenza artificiale (AI), in particolare dello sviluppo di sistemi indipendenti e «sovrani», con l’obiettivo di ridurre la dipendenza delle aziende statunitensi. Domyn è alla guida di un consorzio di aziende che svilupperà per conto della Commissione europea un modello di AI open source, ovvero scaricabile e modificabile da chiunque.

Altri due unicorni, Satispay e Scalapay, appartengono alla categoria fintech, le tecnologie digitali per i servizi finanziari. La prima è nata come app per i pagamenti via smartphone e negli ultimi anni si è allargata per offrire altri servizi, per esempio quelli per la gestione del welfare aziendale, mentre la seconda propone servizi di “buy now pay later” (letteralmente “compra ora, paga dopo”).

Prima Assicurazioni si occupa di insurtech, ovvero la gestione online delle assicurazioni. Nata a Milano nel 2014, è attiva in Italia, Regno Unito e Spagna; dal 2025 è controllata dal gruppo assicurativo Axa. Namirial, invece, è stata fondata nel 2000 a Senigallia, nelle Marche, e si è specializzata nei servizi per gestire e autenticare le transazioni finanziarie digitali, sviluppando anche sistemi di verifica dell’identità online. Oggi è controllata dai fondi internazionali Bain Capital, PSG Equity e Ambienta SGR.

Ci sono poi altre aziende che sono spesso incluse in questa lista, anche se da quando hanno raggiunto la quotazione superiore al miliardo si sono quotate in borsa, un passaggio che formalmente le fa uscire dagli unicorni. Una è Reply, che dal 1996 fornisce servizi di consulenza aziendale su temi digitali. Dal 2000 è quotata in borsa in Italia, così come è quotata in borsa Technoprobe, l’unico “unicorno” italiano a produrre oggetti fisici e non software: fabbrica “probe card”, delle apparecchiature che permettono di testare i chip in fase di produzione.

Anche Facile, società proprietaria di Facile.it e di altri siti per confrontare prezzi di assicurazioni, energia e servizi simili, è in realtà controllata da un fondo di private equity internazionale, condizione che secondo alcuni la escluderebbe dalla lista degli unicorni in senso stretto.

Il caso più noto rimane però quello di Bending Spoons, per anni considerato il principale unicorno italiano. L’azienda, fondata nel 2013, si è imposta a livello internazionale individuando servizi digitali in crisi per acquisirli a prezzo stracciato e renderli profittevoli attraverso licenziamenti, ottimizzazione dei costi e aumenti dei prezzi. Lo scorso luglio, l’azienda si è quotata in borsa a New York, raggiungendo una capitalizzazione di mercato di circa 24 miliardi di dollari.

Le ragioni per cui in Italia gli unicorni sono pochi sono legate ai problemi noti a chiunque voglia fare impresa: tra tutti, l’eccesso di burocrazia e un sistema fiscale che non è pensato per le esigenze specifiche delle startup. A pesare sulla crescita di startup c’è però anche la “scala”, cioè la dimensione potenziale di un mercato e le sue possibilità di crescita, che in Italia sono inferiori rispetto ad altri paesi. In Italia, inoltre, così come in altri paesi europei, manca ancora la fitta rete di investitori, banche e venture capitalist (le società che investono in aziende con un alto grado di rischio) che è invece presente negli Stati Uniti.

Da una parte, gli investimenti aggregati ricevuti dalle startup italiane hanno raggiunto il loro picco nel 2022 e da allora risultano in flessione. Al tempo stesso, il panorama degli investitori attivi in Italia è diventato più vario e competitivo. Secondo Giulio Michelon, imprenditore e host del podcast di settore Cosa Sposta, «stiamo spendendo meno del 2022, ma la competizione per investire si è alzata. Quindi se sei un fondatore di startup ci sono molte più opzioni e si riesce a raccogliere più capitale».

A guidare l’espansione degli investitori attivi in Italia ci sono il fondo Vento, che si occupa della fase “pre-seed” (la prima e quindi anche la più rischiosa, perché il modello di business è ancora in fase di definizione) e l’Italian Founders Fund, composto da ex fondatori di aziende tecnologiche. Sono arrivati anche fondi stranieri, come Left Lane Capital e Keen Venture Partners, a conferma dell’interesse crescente dei capitali esteri per il mercato italiano. La stessa Exein, il cui primo investitore è il fondo italiano United Ventures, negli anni ha ricevuto fondi da diverse società internazionali, tra cui la banca d’affari statunitense JPMorgan e il fondo internazionale Headline, che ha guidato il più recente investimento ricevuto dalla startup.

Secondo Matteo Aliotta, dirigente di LTV, un’azienda di consulenza e formazione specializzata in startup, i casi di Bending Spoons e Exein sono incoraggianti per il settore, anche se il «focus istituzionale sembra ancora legato a mercati tradizionali come turismo, edilizia, piccola e media impresa». Aliotta fa il paragone con la Francia, dove il presidente Emmanuel Macron ha puntato da tempo sulle startup. «Noi abbiamo il primato mondiale di anzianità e di emigrazione di giovani qualificati. Con un tessuto di questo tipo, difficile pensare a una tensione verso il futuro e l’innovazione», continua Aliotta.

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