Il mio diario delle poppate

«Al corso preparto avevo capito che il neonato deve attaccarsi ben oltre il capezzolo, creare una specie di ventosa con la bocca e cominciare a ciucciare. Torno a guardare giù. C’è un bambino. Il mio bambino. Non mi sembra vero. Ma non capisco se il bambino beve»

Una parte del dipinto “Sacra famiglia”, 1527-33, del pittore fiammingo Joos van Cleve (Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)
Una parte del dipinto “Sacra famiglia”, 1527-33, del pittore fiammingo Joos van Cleve (Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)
Clara Miranda Scherffig
Clara Miranda Scherffig

Scrive di cinema e letteratura. Vive a Berlino.

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«Come un hamburger», dice l’infermiera pochi minuti dopo che ho partorito, «deve offrirgli il seno proprio come se fosse un panino». Guardo giù verso mio figlio, che mi è stato posizionato sul petto, e penso che avrei preferito immaginare un pasto più sano o appetitoso, tipo carpaccio di ricciola o altre pietanze proibite durante la gravidanza, ma anche che capisco la pragmaticità e l’urgenza dell’immagine proposta dell’infermiera.

Afferro il mio seno come un tramezzino e mi appresto a cacciarlo in bocca al bambino, come avevo visto fare in un vecchio libro illustrato durante il corso preparto. L’ostetrica del corso preparto ci aveva anche mostrato dei video su YouTube che avevo guardato con un occhio solo, perché mi facevano un po’ impressione. Però avevo capito le cose importanti: il neonato deve attaccarsi ben oltre il capezzolo, creare una specie di ventosa con la bocca, e cominciare a ciucciare. Semplice. Naturale. Sto per seguire il corso della natura e allattare mio figlio per la prima volta, solo che mentre sto per procedere comincio ad avvertire un gran prurito. Ovunque. Ricompare l’infermiera: «È un effetto collaterale dei medicinali. Sparirà fra qualche minuto».

Ah già, il cesareo d’urgenza. Mi hanno fatto l’iniezione tra una contrazione e l’altra e ora sono anestetizzata dal tronco in giù, quindi almeno lì sotto il prurito non lo sento. L’ospedale è strapieno, perciò vengo trainata in una stanza condivisa. Il mio compagno va via – non sono permesse visite notturne – e io mi guardo intorno. C’è un neonato, su di me, ma anche un’altra gestante, alla mia destra. Si nasconde sotto le lenzuola a guardare video sul telefono. Guarda te se devo trascorrere i primi istanti sola con mio figlio con la cacofonia di TikTok in sottofondo. Vorrei sbuffare ma non posso. Mi sono presa un brutto raffreddore e ogni alterazione del respiro mi provoca attacchi di tosse che si placano solo tirandosi un po’ su. Però sono praticamente paralizzata. Chiamo l’infermiera notturna. «Cos’ha il nostro topino?», si rivolge a mio figlio. Sono un pachiderma ingrato, ma ammetto: «È per me. Non riesco a respirare. Mi può dare qualcosa?». Mi lancia una soluzione di acqua salina.

Torno a guardare giù. C’è un bambino. Il mio bambino. Non mi sembra vero. Ma sembra anche molto vero. Il cuscino-salame che dovrebbe agevolare l’allattamento continua a scivolare di lato, i piedi mi sudano in maniera insopportabile, non capisco se il bambino beve. Intanto la mia vicina di letto scompare. Poi albeggia. Non ho mai dormito. Guardo il mio bambino. Lui dorme, non serafico, ma piuttosto esausto, appoggiando la guancia paffuta al deltoide altrettanto paffuto. Che posizione adulta. Non sembra vero, ma è lì.

Mi tolgono il catetere, mi metto a sedere, il decorso procede. Sta tutto diventando più reale, ma anche più doloroso, soprattutto quando il bambino è attaccato. Praticamente sempre. È un dolore diffuso ma anche specifico, appuntito, su una superficie delicata e vulnerabile del mio corpo. Brucia, tira, si irradia. È insistente e quasi ignorabile ma si intensifica col tempo. Finché non comincia a occuparlo quasi del tutto.

«Per nessuna ragione staccare il neonato, ma se proprio si deve, infilare il mignolo nell’angolo delle labbra per interrompere l’effetto ventosa e rimuovere delicatamente».

Per nessuna ragione, non lo faccio, ma penso costantemente di farlo. Quando il bambino si stacca, respiro a fondo per distrarre il corpo dal dolore, come ho imparato a fare durante le contrazioni. Vedo del sangue. Vedo delle ferite minuscole, che sembrano profonde e infatti non si rimarginano. Lo faccio notare alle infermiere. Mi lanciano un campioncino di lanolina.

Sono in grado di alzarmi, camminare. Osservo le pareti del reparto: ovunque sono appese macrofotografie di piante e fiori. È un mosaico di orifizi, bocche, seghettature carnivore. Noto che il braccialetto segna-nome si sfila dal polso del mio bambino. Che materiali scadenti in questo ospedale, penso. Non penso che il bambino stia perdendo troppo peso finché non si presenta un’infermiera ostetrica che annuncia la pompa. A causa del cesareo la montata lattea ritarda, anzi mi dice con più semplicità:

«Non c’è latte, bisogna stimolarlo con la pompa, ma nel frattempo al bambino occorre dare il latte artificiale, la “formula”, tramite una sonda collegata a una siringa».

Una tirocinante pratica due fori in una garza elastica che mi infila sopra il seno. Sbucano i capezzoli che vengono appoggiati a delle ventose da cui a loro volta partono dei tubicini che pompano l’aria e finiscono in due bottiglie che raccoglierebbero il latte. Facciamo un giro di prova. Io spremo: zero latte. La macchina produce un ronzio per nulla lieve, costante. Tutto poco kink, molto Cronenberg. Arrivati a casa, seguiamo le istruzioni. Obbediamo a tutto, sgomenti e stupidi come ogni neogenitore. Mangiamo sushi d’asporto mentre il bambino dorme e la macchina infernale pompa il niente. È questa la vita, adesso?

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Siamo in Germania, dove il puerperio – il Wochenbett, letteralmente “settimane letto” – viene assistito giorno per giorno a domicilio da una professionista che fa anche le veci del pediatra. Riferisco alla nostra dei dolori durante l’allattamento. Penso di spiegarmi molto chiaramente, eppure lei chiede, «ma ti fa male intorno, dentro, sopra, prima, dopo o mentre stai allattando?». Tutto, vorrei dire. Alla seconda visita, ipotizza: «È il frenulo». Può essere che il frenulo della lingua del bambino sia troppo corto e che perciò la sua suzione sia difettosa.

Quarantotto ore dopo le dimissioni dall’ospedale, ci ritroviamo in un ambulatorio neonatale specializzato. La rimozione del frenulo è un’operazione microscopica, istantanea e indolore, ma per noi è la prima uscita fuori casa, quindi sbagliamo i tempi e il nostro bambino arriva sul “tavolo operatorio” col pannolino esploso di cacca. «Oh-oh, al signor papà serve un corso accelerato», è la battuta del chirurgo che ha i capelli tinti di nero corvino come un vecchio commissario di Squadra Speciale Cobra 11. Usciamo comunque speranzosi. Ma il dolore non svanisce. Aumenta.

Mi telefona la levatrice:

«Te lo devo dire: se continui con il latte artificiale non allatterai mai naturalmente. Lo so per esperienza. Per di più il latte artificiale è droga, spazzatura. Non vedete come collassa dopo la poppata di formula? Dareste al vostro bambino delle patatine fritte anziché un piatto di pasta?»

Che caschi il cielo! Junk food al neonato? Giammai! Seduta stante, molliamo pompa e formula. Più che attaccare il bambino a me, mi attacco io a lui. Allatto per 13 ore consecutive. Ormai ho una tecnica di lanolina-risciacquo-compresse fredde che credo, erroneamente, mi protegga dalle ragadi. Poi, convinta che l’aria sia il miglior cicatrizzante, sto sempre con le tette al vento. Torna il raffreddore. A ogni colpo di tosse contraggo sull’addome la ferita del cesareo. Un’amica mi scrive: «Non ti preoccupare, è così per tutte. Io piangevo per un’ora ogni giorno, al calar del sole». Le rispondo con un selfie: sono trasparente.

Al controllo giornaliero della levatrice, il peso del bambino è stagnante anche se i pannolini abbondano. Significa che è idratato. Per pulirlo, suggerisce mentre lo esamina sul fasciatoio, conviene usare acqua tiepida e cotone anziché le salviettine umide. «Poi potete gettare l’acqua in eccesso in questa pianta qui vicino, l’annaffiate!» aggiunge facendo l’occhiolino.

Grazie, bel hack, però il baby sta letteralmente morendo di fame. Poiché il peso non sembra preoccuparla, la interrogo sulle ragioni del mio dolore. Esclude la candidosi da “mughetto”. Esclude l’attacco sbagliato, benché non abbia mai osservato da vicino la presa del bambino, la meccanica della mascella, il suono della suzione. Cita le ragadi, su cui sorvola. Menziona la sindrome di Raynaud, per cui prescrive dosi giornaliere di 800mg di calcio, 400mg di magnesio e vitamina B6.

Finiscono tutti nel dosatore di pillole, insieme agli antidolorifici e alle “capsule di fieno greco”, altro espediente naturale che dovrebbe incoraggiare la montata lattea. Che forse non arriverà mai, fa intendere la levatrice. «Escluso tutto questo», conclude guardandomi fissa negli occhi, «può solo trattarsi di disforia da allattamento». Non entra in dettagli. «È vero», mi dice un’altra amica in un vocale, “prima ti seguono, poi… poi siamo un po’ abbandonate».

Dodici giorni dopo la sua nascita, il mio bebè non è più paffuto, no. Conosciamo la storia della curva percentile, della fisiologica perdita di peso dei neonati, che entro i primi dieci giorni di vita dovrebbero, se non recuperare del tutto il peso di partenza, ricominciare la salita. Ma non conosciamo ancora la nostra storia, la storia del mio seno, del latte, del nostro bambino. Neanche la levatrice, la conosce, eppure dovrebbe essere entrata in contatto con la storia di centinaia di altre persone. Però ogni giorno sembra uno strano esperimento con protocollo trial and error che assomiglia sempre più a un conto alla rovescia.

Non sarà fail – un fallimento – ritornare esclusivamente al latte artificiale, ma dopo un parto che è stato tutto tranne che naturale, voglio davvero rassegnarmi alla bottiglietta? Googlo incessantemente per trovare spiegazioni, più che rimedi. Poi mi incazzo. Riconosco la rabbia nell’inedito e doloroso magma emotivo del post partum. E mi rivolgo a una consulente dell’allattamento.

La “Tit Angel” – soprannome di un’amica che anticipa il miracolo – ci accoglie in uno studio-caverna che rinfresca dall’afa primaverile e profuma di falò appena spento. Ci sorride con il sorriso calmo dell’esperto davanti alla catastrofe, ma smentisce immediatamente qualsiasi odore di stregonerie naturali. «Stigma inutile e datato, quello contro il latte artificiale. Il vostro bambino», e qui la sento dire la prima cosa che mi pare giusta da quando è nato, «non è ancora… come dire, atterrato. Ha bisogno di mettersi in forze, per imparare a mangiare bene. Ci serve un po’ di formula, per aiutarlo».

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Durante l’incontro proviamo diverse posizioni, da sdraiata, seduta, di lato, che filmiamo così da poterle ricostruire a casa, completandole con un particolare cuscino-marsupio ergonomico chiamato proprio così: “My Brest Friend”. La consulente osserva che il bambino ha un lato preferito – dorme perlopiù girato da una parte, la suzione da un seno è meno dolorosa – e prescrive tre sedute presso un osteopata neonatale. Ci mostra la tecnica che ci permetterà di offrire formula e, contemporaneamente, latte materno, stimolandone la produzione: nel ciuccio del biberon dove si trova il latte artificiale si pratica un buchetto, da cui si fa passare una sondina, l’estremità della quale va appoggiata al capezzolo. Tutto quanto finisce in bocca al neonato. Non saranno mica schizzinosi, i neonati, no?

Poiché manco la fame sveglia il bebè, di notte mettiamo la sveglia. Alle due parte una suoneria che ho scelto perché trillava come una passeggiata tra le ninfe di Monet, però adesso, quando apro gli occhi, ho un piccolo attacco di panico. Mentre il mio compagno prepara il latte artificiale, io mi posiziono sul divano con, sempre lui, My Brest Friend. Nel pomeriggio abbiamo riso mentre lo indossavo stile cigarette girl di un cabaret anni Quaranta, ma ora lo allaccio forte, manco fosse una cinghia di sicurezza prima di buttarmi giù col paracadute.

«È stato come montare un mobile Ikea al buio, senza istruzioni e con la brugola piccola», riassumiamo il giorno successivo, mentre viaggiamo verso l’osteopata. A. si fa chiamare col nome di battesimo e scruta il mondo al di là dei suoi occhialini guardandoci non attraverso ma oltre, come lo spacciatore Stringer Bell in The Wire. Che genialata affibbiare allo spietato personaggio di Idris Elba la presbiopia, penso: è uno dei pochi difetti che incutono deferenza al primo sguardo e io, infatti, porgo ad A. il mio bebè come un dono regale. Lui lo solleva per quella che sembra la collottola, poi lo gira, lo fa ruotare tenendolo per le braccia, gli preme un punto sul collo ed è allora che il mio bambino molla una fragorosa, indimenticabile scoreggia.

Seguendo il suggerimento della Tit Angel, tengo un diario delle poppate. Esistono delle app che servono a fare tutto, come monitorare il sonno, la crescita, ma io mi ostino a scrivere nelle note del telefono:

«SX 3.25 – 3.40 DX 3.45 – 4.15… DX 17.21 – 17.30 + 20 ml».

È un codice criptato da cui non trapela nulla della nuova routine macchinosa, ma via via sempre più agile, che scandisce le nostre giornate. Una cosa si evince, però: a un certo punto scompaiono le aggiunte di formula. Significa che siamo oltre la curva, che siamo autonomi, che si nutre «esclusivamente al seno». Ma non significa che siamo ancora «piacevolmente al seno», anche se tanti manuali ci avevano promesso istantanea gratificazione e profonda serenità. I dolori non sono più lancinanti, solo persistenti e un poco fastidiosi. L’unica tecnica che mi è rimasta, per proteggermi, sono dei copricapezzoli d’argento puro, che favoriscono la cicatrizzazione e il microclima batterico. Il mio compagno ci scatta una foto. «Zinne titaniche!», commenta un’amica. È questa, la seconda cosa giusta che sento dire su di noi.

Un mese dopo la nascita, il diario si interrompe. È primavera inoltrata, andiamo al parco. Incontriamo un conoscente. Il bambino è nella carrozzina e comincia ad agitarsi benché abbia appena mangiato. Mi allontano da sola, spingendolo. Spero si calmi, ma non succede. Strilla forte, la gente si gira a guardare. Cerco un angolo riparato. Non ho mai allattato all’aperto, senza il mio trono di cuscini e la comodità della privacy. Ma percepisco un’altra emozione nota, in quel magma del post partum. L’impazienza. Allora mi siedo su un muretto. Prendo il bambino, sollevo la maglietta, abbasso il reggiseno, rimuovo il mio scudo argentato e lascio che la natura faccia il suo corso. Non fa più tanto male. Mi guardo intorno. Sono in un giardino dedicato ai caduti per i lavori forzati. L’analogia iperbolica con la mia condizione mi fa sorridere. È questa la vita, adesso.

Da quel giorno allatto in treno, al cimitero, in aereo, su una spiaggia ligure. Allatto al cinema, benché la programmazione del baby kino, le rassegne mattutine di film per neogenitori, lasci a desiderare. Allatto al bar, mentre i miei amici brindano con spumante che vorrei assaggiare, e infatti ogni tanto, con tanto ghiaccio, lo bevo anche io. Allatto di notte, allatto in piedi, allatto scrivendo al computer. Allatto la pompa – una nuova macchina portatile e moderna che acquisto per avere delle riserve quando vado in palestra, o quando ricomincio a fare le mie consulenze su Zoom. Allatto a Bruxelles, di fronte all’incredibile trittico Pensées et visions dune tête coupée di Antoine Wiertz, che raffigura una decapitazione. Curiosamente, non riesco a leggere, allattando, e nemmeno a guardare film al computer o col proiettore. Spesso sto semplicemente seduta lì, e allatto, con una sensazione di compito sbrigato efficientemente e ambivalente tenerezza, soprattutto da quando il mio bambino ha cominciato a infilarmi le dita nel naso. Però c’è anche molta noia.

Nell’anno nuovo accetto un breve lavoro in Canada. La famiglia è invitata ad accompagnarmi. Decido di smettere di allattare al ritorno, per usare il potere sonnifero del latte sul volo intercontinentale, un’ultima volta. Qualche settimana prima di partire cominciano gli ingorghi. Sono come pietre dentro a gavettoni. Compare anche la famigerata “perla da latte”, altra indicazione che c’è un’infiammazione in corso. È doloroso, ma il trucco più semplice per risolvere il problema è allattare spesso. Però la dieta include pappe da mesi. Il latte materno è solo colazione e dessert serale. Così, quando in pieno giorno lo sistemo nella posizione da pallone da rugby, il mio bebè mi guarda – giuro – perplesso. Peggiora finché la ginecologa non suggerisce un rimedio casalingo, l’unico, tra i tanti ricevuti durante gravidanza e post partum, che funziona: «Ha già provato a spalmare la ricotta? Non lo vuole fare? Allora provi lo spazzolino elettrico».

Quando atterriamo a Montreal, in Canada, il termometro segna diciotto sotto zero e io mi sto massaggiando il petto con l’Oral-B da viaggio. Qualche giorno dopo saliamo sul Mont Royal, che sovrasta la città. In cima c’è un rifugio dove ci si può riscaldare e bere cioccolata. Chiediamo dell’acqua calda per preparare un po’ di latte artificiale, che talvolta offriamo come merenda a metà giornata. L’acqua è bollente. Allora esco col biberon e lo piazzo dentro alla neve, per farlo raffreddare. Guardo davanti a me, la metropoli si estende grigia e viva sotto di noi. Più tardi andremo in un diner storico, specializzato in bagel imbottiti. Li assaggerà anche il nostro bambino. Non proprio come un hamburger, ma quasi.

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