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  • Venerdì 18 settembre 2026

Ora in Italia i processi durano di meno

La proverbiale lentezza della giustizia non è ancora risolta, ma intanto sono stati raggiunti gli ambiziosi obiettivi dell'Unione Europea

Il Palazzo di Giustizia, sede della Corte di Cassazione, a Roma (Antonio Masiello/Getty Images)
Il Palazzo di Giustizia, sede della Corte di Cassazione, a Roma (Antonio Masiello/Getty Images)
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La lentezza della giustizia è stata sempre considerata uno dei più gravi e radicati problemi del sistema statale italiano e ha a lungo alimentato incertezze e sfiducia nelle istituzioni da parte di cittadini e investitori. Da qualche anno, però, i tribunali e le corti italiane stanno smaltendo i procedimenti giudiziari molto più velocemente rispetto al passato. È un risultato raggiunto su pressione dell’Unione Europea, e al quale hanno contribuito diversi governi.

L’Italia infatti ha dovuto adeguarsi agli standard europei sull’efficienza della giustizia per poter ricevere i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), circa 200 miliardi di euro per uscire dalla crisi dovuta alla pandemia. Il piano imponeva di rientrare in determinati parametri entro il 30 giugno del 2026, e gli obiettivi sulla giustizia riguardavano due aspetti: la riduzione della durata complessiva dei procedimenti e lo smaltimento di quelli non ancora conclusi.

Per misurare il primo viene usato un parametro chiamato disposition time. È un numero che indica quanti giorni impiegherebbe un tribunale o una corte per smaltire tutti i procedimenti pendenti mantenendo la stessa velocità dell’ultimo anno.

L’obiettivo imposto dal PNRR era che la durata complessiva stimata di un procedimento nei tre gradi di giudizio (tribunali, Corti d’Appello e Corte di Cassazione) si riducesse almeno del 25 per cento nel penale e del 40 per cento nel civile, tenendo come base di confronto i tempi che servivano nel 2019.

Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti: secondo gli ultimi dati diffusi pochi giorni fa dal ministero della Giustizia, il disposition time nel settore penale si è ridotto del 38,8 per cento passando da circa 3 anni e 10 mesi necessari nel 2019 ai circa 2 anni e 4 mesi nel primo semestre del 2026. Nel settore civile, dove ci sono molti più contenziosi e i tempi sono stati sempre cronicamente più lunghi, il disposition time si è ridotto di oltre il 50 per cento: da 6 anni e 10 mesi a 3 anni e 5 mesi.

I risultati nel settore civile, in particolare, sono stati sorprendenti e inaspettati. A metà del 2025 la riduzione del disposition time era stata solo del 27,8 per cento e alla fine dello stesso anno aveva raggiunto il 28,8 per cento. A giugno del 2026 invece aveva superato il 50 per cento, migliorando di oltre 21 punti percentuali in soli sei mesi. È stata un’accelerazione enorme rispetto ai mesi precedenti. Alla fine del 2025, infatti, diversi esperti di diritto si erano detti molto scettici sulla possibilità che l’Italia potesse raggiungere l’obiettivo europeo del 40 per cento in tempo.

Il risultato è stato raggiunto anche adottando all’ultimo misure d’urgenza, basate soprattutto sul lavoro straordinario dei magistrati. Alla fine del 2025 sono state erogate indennità aggiuntive per i magistrati che accettavano trasferimenti temporanei nelle Corti d’Appello più in ritardo, e per altri 500 magistrati che volontariamente si mettevano a lavorare a distanza su almeno 50 fascicoli ciascuno, relativi a procedimenti già vicini alla conclusione.

Con un decreto del febbraio del 2026, poi, il governo ha potenziato le misure già adottate e ha deciso di impiegare fino a 200 magistrati in pensione per smaltire i procedimenti pendenti, pagandoli 200 euro per ciascun fascicolo concluso, con un limite massimo di 100 cause a testa. Ha anche stabilito la sospensione formale dei procedimenti durante l’attesa di una consulenza tecnica: serve a evitare che un rinvio non provocato da fattori giudiziari venga calcolato nel tempo totale del procedimento.

Per quanto riguarda lo smaltimento dei processi pendenti, invece, l’obiettivo del PNRR da raggiungere entro giugno del 2026 era di ridurre di almeno il 90 per cento quelli civili iscritti nei tribunali e nelle Corti d’Appello entro la fine del 2022, e che a quella data risultavano pendenti. Anche questo obiettivo è stato raggiunto: nei tribunali ne è stato smaltito più del 91 per cento, nelle Corti d’Appello il 93,5 per cento.

I procedimenti che ora risultano pendenti, considerando anche quelli iscritti dopo il 2022, riguardano principalmente contenziosi sui contratti e sui temi di lavoro. Specificatamente nei tribunali, invece, sono aumentate dal 2023 le cause pendenti sulla protezione internazionale delle persone immigrate, mentre sono diminuite quelle che riguardano i diritti di cittadinanza, anche per effetto di un decreto-legge del 2025 che ha limitato molto i criteri per ottenerla con il cosiddetto ius sanguinis, cioè tramite la discendenza da una persona che aveva la cittadinanza italiana.

Il raggiungimento dei livelli di efficienza europei è stato possibile grazie all’attività dei diversi governi che si sono succeduti dal 2020 ad oggi. Il governo di Giuseppe Conte cominciò a negoziare gli obiettivi del PNRR con la Commissione europea. Il successivo governo di Mario Draghi sottoscrisse gli accordi, e l’allora ministra della Giustizia, Marta Cartabia, cercò di attuarli con un’imponente riforma (la cosiddetta Riforma Cartabia) che aveva l’obiettivo di rendere la giustizia italiana più rapida ed efficiente.

La riforma introdusse molte importanti novità, sia nel processo civile che in quello penale. Per esempio incentivò i magistrati a organizzare meglio il loro lavoro e a terminarlo velocemente con la cosiddetta “riforma dell’improcedibilità”, che fissò una durata massima per i giudizi di appello, oltre la quale i procedimenti si interrompono. «Anni fa si diceva che la misura avrebbe fatto finire nel nulla molti procedimenti» dice Gian Luigi Gatta, professore di diritto penale ed ex consigliere giuridico di Cartabia, «invece i tempi si sono ridotti e stanno diminuendo le prescrizioni» (cioè quando un reato non è più perseguibile perché è passato troppo tempo da quando è stato commesso).

Gatta ricorda anche altri contributi della riforma Cartabia all’efficienza del sistema giudiziario: tra questi l’introduzione nei vari gradi di giudizio dell’Ufficio per il processo, un nuovo organo che affianca i magistrati svolgendo al posto loro alcune procedure preliminari e compilative.

Altre novità della riforma hanno ridotto il numero dei processi pendenti: l’ampliamento dei reati procedibili a querela, che ha facilitato gli accordi tra le parti e il ritiro delle querele stesse; la possibilità di chiudere un procedimento con una sentenza di non luogo a procedere in caso di irreperibilità dell’imputato, in modo che i processi non rimanessero aperti per motivi esterni al giudizio; l’ampliamento della messa alla prova, che sospende il processo mentre l’imputato svolge lavori di pubblica utilità o un percorso di recupero; e infine un’applicazione più larga della non punibilità per particolare tenuità del fatto, che evita il processo quando il reato è tanto lieve da non giustificare un’ipotetica condanna.

Il governo di Giorgia Meloni ha sostanzialmente dato continuità alle modifiche introdotte dalla riforma Cartabia, con alcuni correttivi. Ora, secondo Gatta, la vera sfida sarà mantenere i risultati ottenuti, in un sistema giudiziario che risente della carenza di personale amministrativo, più che di magistrati, e di una scarsa informatizzazione soprattutto in ambito penale, che rende il lavoro lento e difficile.

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