Le intimidazioni e le minacce contro i registi di NAZA in Israele
Gruppi di destra organizzano ronde e chiedono la pena di morte per gli autori del documentario sulle vittime civili nella Striscia di Gaza
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Nei giorni scorsi gruppi di decine di manifestanti si sono riuniti attorno alla casa della famiglia di Rachel Szor a Savyon, una piccola e ricca cittadina nel centro di Israele. Insieme al giornalista Yuval Abraham, Szor è autrice di NAZA, il documentario premiato al festival del Cinema di Venezia che racconta come per l’esercito israeliano la possibilità che ci siano vittime civili nella Striscia di Gaza sia molto più accettata dopo il 7 ottobre.
Nessuno (o quasi) ha ancora visto il film, che non è stato distribuito nelle sale. Ma in Israele NAZA ha già suscitato polemiche violente. «Chiunque li veda per strada deve segnalarlo immediatamente» nei gruppi di messaggistica dedicati, ha detto uno dei manifestanti riuniti davanti alla casa di Szor, secondo il quotidiano Haaretz. «Devono essere processati e condannati a morte. Le loro famiglie devono essere deportate e le loro case sigillate» ha detto un altro. Szor in questo momento si trova all’estero.
Ci sono state manifestazioni anche attorno alla redazione di +972, la rivista israelo-palestinese che ha pubblicato le precedenti inchieste di Abraham alla base del documentario. «Dovremmo seguirli per le strade, uno a uno», ha detto un manifestante riferendosi ai giornalisti della redazione, sempre secondo Haaretz. «Fuori dal paese, non vi vogliamo nella nostra terra».
Alle manifestazioni hanno partecipato soprattutto persone legate all’estrema destra e sostenitori del governo di Benjamin Netanyahu, che è stato il primo a usare una retorica violenta contro i registi. Netanyahu ha accusato Szor e Abraham di «alimentare l’antisemitismo nel mondo», il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir ha chiamato i registi una «vergogna» per il popolo israeliano e il ministro della Cultura Miki Zohar ha promesso che cercherà un modo per revocare loro la cittadinanza accusandoli di tradimento. «La libertà di espressione non è una licenza per tradire lo Stato», ha scritto su X.
Anche l’opposizione si è schierata contro i registi. L’ex primo ministro Naftali Bennett, che alle elezioni del prossimo autunno si è presentato in coalizione per sfidare Netanyahu, ha definito il documentario «un’orribile calunnia di sangue contro i nostri figli».
Non è la prima volta che Szor e Abraham e i loro familiari subiscono intimidazioni per il loro lavoro, in Israele.
Entrambi avevano collaborato alla realizzazione di No Other Land, il documentario sulle violenze dei coloni a Massafer Yatta, in Cisgiordania, che vinse l’Oscar nel 2025. Già allora Abraham disse che un gruppo di attivisti di destra si era presentato sotto casa della sua famiglia cercandolo, costringendo chi era in casa a scappare altrove in piena notte e impedendogli di tornare in Israele (si trovava all’estero).
Per l’immagine internazionale di Israele e del suo esercito, NAZA è forse ancora più problematico del film precedente. Il titolo richiama un acronimo militare: in ebraico significa nezek agavi, ossia “danno collaterale”. È un termine che l’esercito israeliano usa per indicare i palestinesi che ritiene accettabile uccidere pur di eliminare un miliziano di Hamas: più il miliziano è importante, più alto sarà il “danno collaterale” ammesso, ossia il numero di civili che l’esercito stima possano essere uccisi (che non corrisponde poi per forza a quelli effettivamente uccisi).

Yuval Abraham e Rachel Szor a Venezia, 12 settembre 2026 (Stephane Cardinale – Corbis/Corbis via Getty Images)
Il documentario rivela attraverso decine di testimonianze rigorosamente anonime di militari e ufficiali d’intelligence come dopo gli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 l’esercito abbia fatto ricorso a strumenti di intelligenza artificiale per produrre liste di presunti membri di Hamas da uccidere. Racconta come i metodi per assicurarsi che fossero veramente miliziani di Hamas siano diventati via via più superficiali e di come, per ciascun obiettivo, l’esercito stabilisse a priori un numero stimato di “NAZA” tollerabili.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti, una stimata organizzazione che si occupa di libertà di stampa nel mondo, ha condannato l’atteggiamento del governo israeliano verso Szor e Abraham, accusandolo di incitare atti violenti nei loro confronti, e ha chiesto di intervenire per «garantire la loro sicurezza». Tuttavia, è difficile immaginare che verranno previste misure speciali, dato che le forze di sicurezza dipendono da Ben-Gvir, tra i ministri più estremisti nel governo di Netanyahu.
– Leggi anche: Cosa vuol dire NAZA



