C’è davvero una “corsa all’AI” con la Cina?
È quello che dice l’amministrazione Trump, ma non è così chiaro cosa si dovrebbe vincere, né se la Cina stia partecipando
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Quando negli scorsi giorni i più importanti dirigenti delle aziende statunitensi di intelligenza artificiale hanno chiesto maggiori regole e controlli di sicurezza per i loro prodotti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha liquidato la proposta dicendo: «Siamo davanti alla Cina nell’AI, e sinceramente voglio che la situazione rimanga così, perché chiunque vinca nell’AI, vince».
Secondo l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti e la Cina sono infatti nel pieno di una “corsa all’intelligenza artificiale” che deciderà chi dominerà questa tecnologia fondamentale e chi, di conseguenza, avrà maggiori possibilità di essere la principale potenza mondiale di questo secolo. Arrivare primi in questa corsa è diventato un imperativo a tal punto fondamentale da far trascurare al governo statunitense altre priorità, come la sicurezza e la regolamentazione.
Quello che non viene mai spiegato in queste dichiarazioni, però, è cosa significhi precisamente vincere la corsa. Gli Stati Uniti non spiegano nemmeno quali conseguenze deriverebbero da un’eventuale vittoria, o da una sconfitta. E in realtà non è nemmeno del tutto chiaro se la Cina stia partecipando a questa “corsa all’AI”, o quanto meno se stia partecipando alla stessa corsa.
La prima domanda è se questa “corsa all’AI” esista per davvero. Negli Stati Uniti tutti lo danno per scontato, comprese le stesse aziende che sviluppano le tecnologie di intelligenza artificiale: tutti sono convinti di trovarsi in una competizione epocale con la Cina per una delle tecnologie più importanti del secolo.
Dal punto di vista della cultura politica, negli Stati Uniti l’idea della “corsa a qualcosa” è stata usata nei decenni come strumento di mobilitazione e ispirazione. Durante la Guerra fredda gli Stati Uniti si imbarcarono nella cosiddetta “corsa allo Spazio” con l’Unione Sovietica che per decenni impegnò lo stato e stimolò l’innovazione tecnologica.
Fu sempre piuttosto chiaro però che il valore politico della “corsa allo Spazio” era almeno in parte simbolico, anche se contribuì notevolmente allo sviluppo tecnologico. Nel 1961 il presidente John F. Kennedy disse che «l’impatto di questa avventura» era «nelle menti degli uomini di tutto il mondo». Nel momento in cui il modello capitalista americano e quello comunista sovietico si stavano confrontando, la “corsa allo Spazio” era un modo per dimostrare al mondo la propria superiorità.
La “corsa all’AI” invece viene presentata in maniera completamente diversa. Per l’amministrazione Trump è una lotta esistenziale per la supremazia mondiale e per la sicurezza. Come ha detto Trump: «Chiunque vinca nell’AI, vince». È per certi versi una novità nel rapporto con la tecnologia, soprattutto nel settore digitale. Nessuno negli anni Novanta parlava di dominare internet, e anzi si riteneva che fosse necessario diffondere e condividere la tecnologia il più possibile.
Negli Stati Uniti la ricerca sull’AI è condizionata dall’ossessione per l’“intelligenza artificiale generale” (AGI nell’acronimo inglese), cioè quel momento in cui i laboratori saranno in grado di sviluppare un’AI capace di eguagliare tutte le capacità umane. Molti ricercatori hanno cominciato a parlare anche di una “super intelligenza artificiale” (ASI nell’acronimo inglese) che supererebbe le capacità umane e diventerebbe una specie di entità superpotente o addirittura onnisciente.
Secondo queste teorie essere i primi a raggiungere l’AGI – o meglio ancora l’ASI – potrebbe costituire un vantaggio enorme sui propri concorrenti, perché l’intelligenza artificiale a quel punto entrerebbe in una modalità di miglioramento ricorsivo, in cui in pratica si migliora continuamente da sola. Questo la porterebbe a fare un’accelerazione incredibile e a diventare eccezionalmente potente. I ricercatori parlano di “momento FOOM”, dall’onomatopea di un’esplosione ovattata, proprio per descrivere la tecnologia come un qualcosa che, superata una certa soglia, all’improvviso diventa incredibilmente potente.
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Questa convinzione si ripercuote sia sul mercato interno degli Stati Uniti, sia sulla strategia verso la Cina. Le grandi aziende come Anthropic (quella del chatbot Claude), OpenAI (quella di ChatGPT), Google e Meta stanno investendo miliardi di dollari nello sviluppo dei modelli cosiddetti “di frontiera”, cioè quelli più sofisticati e potenti, in buona parte perché sperano di essere le prime a raggiungere l’AGI.
In politica estera, l’AGI o l’ASI sarebbero più simili alla bomba atomica: il primo paese che riuscirà a costruirla avrà un vantaggio decisivo che terrorizzerà gli altri. La metafora della bomba atomica peraltro viene usata dagli stessi imprenditori del settore, ma è stata criticata da altri.
Ci sono però dei problemi. Uno: nessuno è davvero sicuro che l’AGI, o ancora di più l’ASI, siano davvero ottenibili con le tecnologie attuali, e anzi anche nel settore ci sono molti scettici. Due: se anche l’AGI/ASI fosse ottenibile, non è chiaro se davvero darebbe a chi la ottiene per primo un vantaggio così eccezionale e decisivo, impossibile da colmare. Tre: se anche l’AGI/ASI garantisse un grosso vantaggio, non è chiaro come questo vantaggio potrebbe essere davvero applicato nella competizione tra potenze.
Tutto questo senza considerare i rischi che l’AI possa sfuggire al controllo degli esseri umani e diventare in qualche modo pericolosa.
Negli Stati Uniti quindi vincere nell’AI significa arrivare per primi a ottenere una tecnologia dall’enorme potenziale economico e strategico. Ovviamente poi le posizioni all’interno del settore sono complesse e sfumate, e nella stessa amministrazione il principale consigliere di Trump sull’AI ha cercato di attenuare l’idea che l’AGI/ASI possa avere un ruolo così dirompente, soprattutto nel settore della sicurezza nazionale. Nel complesso, però, il sistema statunitense è tutto proiettato su questo obiettivo.

Donald Trump, settembre 2026 (AP Photo/Matt Kelley)
La Cina non condivide con gli Stati Uniti l’ossessione per l’AGI e per l’ASI. Il Partito Comunista Cinese, che governa il paese in maniera autoritaria, è consapevole di trovarsi in una dinamica di competizione globale con gli Stati Uniti. Questa competizione è militare, economica, industriale e anche tecnologica. Ma in Cina negli ultimi anni l’approccio all’AI è stato diverso e per certi versi più pragmatico.
Questo avviene anche perché nello sviluppo dell’intelligenza artificiale la Cina ha alcuni grossi svantaggi. I suoi modelli sono un po’ meno potenti (si stima che siano indietro di circa sei mesi rispetto ai migliori statunitensi, anche se stanno recuperando terreno) e la sua capacità di calcolo (necessaria per l’addestramento) è molto ridotta in gran parte a causa dei controlli alle esportazioni di chip avanzati imposti dagli Stati Uniti. La possibilità di raggiungere l’AGI/ASI, di conseguenza, è più lontana.
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Quindi la Cina ha adottato una strategia di sviluppo dell’AI differente. Anzitutto i suoi modelli sono “open weight”: ricercatori e utenti possono usarli senza pagare e senza passare necessariamente dai server delle aziende cinesi che li sviluppano. È un modo per diffondere l’AI cinese nel mondo, tanto che attualmente i modelli più usati sono quasi tutti cinesi.
La Cina inoltre si è concentrata soprattutto sulla diffusione dell’AI nella società, aumentandone il tasso di adozione. Significa che, mentre le aziende statunitensi si concentravano sullo sviluppo di tecnologie d’avanguardia, la Cina ha preso tecnologie meno sofisticate e le ha integrate nella propria economia. Lo ha fatto anche in maniere ancora poco diffuse in Occidente, per esempio nelle diagnosi dei pazienti in ospedale.
In Cina l’AI è molto più diffusa anche nei prodotti di consumo, nella gestione delle infrastrutture, e ovviamente nel sistema di sorveglianza del regime cinese, tra le altre cose. Di fatto la Cina ha lavorato per integrare l’AI nel proprio tessuto sociale ed economico, aumentando i casi d’uso effettivo della tecnologia.
Il risultato è che in questo momento, di fatto, gli Stati Uniti e la Cina si trovano sì in una “corsa all’AI”, ma stanno partecipando a due gare diverse, perché a livello di sistema hanno fatto due scommesse diverse. Gli Stati Uniti scommettono che l’AI sarà una tecnologia dirompente, che a un certo punto cambierà tutto. La Cina scommette – anche a causa dei suoi svantaggi strutturali – che l’AI sarà una tecnologia incrementale, che genererà uno sviluppo non immediato ma più lento e costante.
In ogni caso negli ultimi mesi le posizioni dei due paesi si sono molto avvicinate. Il piano strategico dell’amministrazione statunitense sull’AI dice esplicitamente che gli Stati Uniti devono aumentare il tasso di adozione della tecnologia nell’economia e nella società. Al tempo stesso, sempre più imprenditori tecnologici cinesi dicono di voler puntare anche loro a raggiungere l’AGI.



