Perché perdiamo le cose (e dove finisce quel che non ritroviamo)
«Ognuno ha la sua Valle delle Cose Perdute. Nella mia hanno un posto d’onore un paio di auricolari smarriti durante un colloquio con una maestra antipatica e una collanina con la “E”, regalo dei nonni. Poi ci sono gli orecchini»
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«Mamma, mi hanno rubato la giacca e le cuffiette». Leggo il messaggio di mia figlia mentre sono a una conferenza che aspettavo da mesi e penso subito allo scenario peggiore: lei circondata da una banda che le punta un coltello alla gola e le strappa il giubbotto di dosso. Mi alzo e mi precipito fuori dalla sala per chiamarla.
Nessuna banda, nessun coltello: la giacca, con dentro le cuffiette, era “rimasta appesa” alla sedia di un fast food. Quando alcune ore dopo è tornata a cercarla, non c’era più.
Me la vedo: se ne andava a zonzo con un amico, quando a un certo punto si è resa conto, lo sguardo che si ferma, le mani che corrono prima alle tasche, poi allo zaino, lo aprono e frugano fino in fondo alla ricerca della giacca, che non c’è, e delle cuffiette, nemmeno.
Me la vedo perché conosco bene la sequenza: prima il dubbio, poi la consapevolezza, infine il panico.
Ho perso qualcosa.
Dov’ero l’ultima volta che l’avevo con me? Quando ho smesso di farci caso?
Me la vedo perché la riconosco: è mia figlia. Di solito, sono io che perdo cose.
E non sono l’unica.
In un articolo pubblicato nel 2017 sul New Yorker, Kathryn Schulz sostiene che un americano medio smarrisce fino a nove oggetti ogni giorno, che nell’arco di una vita sommano a circa duecentomila, e che passiamo addirittura sei mesi della nostra vita a cercarli.
Ma perché perdiamo tutte queste cose?
Schulz passa in rassegna due spiegazioni:
- quella scientifica, che attribuisce la causa della perdita a un fallimento della memoria o dell’attenzione: o non ricordiamo dove abbiamo appoggiato l’oggetto, oppure non abbiamo mai davvero registrato quel gesto. Il corpo compie un’azione mentre la mente è già altrove.
- quella psicoanalitica, più affascinante ma anche meno convincente, almeno per me: secondo Freud, perdere un oggetto è una sorta di messaggio dell’inconscio. Forse non ci tenevamo davvero, volevamo liberarci di ciò che rappresentava o persino allontanare simbolicamente la persona che ce lo aveva regalato.
Come osserva Schulz, la seconda interpretazione sopravvaluta parecchio la nostra specie, che quasi sempre non ha un dramma nascosto da mettere in scena, ma è semplicemente distratta da altro.
«Nella maggior parte dei casi, è semplicemente che la vita è complicata e le nostre menti sono limitate. Perdiamo le cose perché siamo imperfetti, perché siamo umani e perché abbiamo cose da perdere».
Il problema è che, quando qualcosa sparisce, non cerchiamo solo di ritrovare l’oggetto, vogliamo anche identificare la causa della perdita. E subito dopo, ci mettiamo alla ricerca di un colpevole: che sia l’inconscio, la distrazione o la banda di brutti ceffi, che immagino intorno a mia figlia per strapparle la giacca di dosso e le cuffiette di mano.
La verità è più scomoda – è colpa nostra – e difficile da affrontare: perdere qualcosa ci rende contemporaneamente vittime e responsabili del danno che subiamo. Per questo ci fa così arrabbiare: non è solo la seccatura dell’oggetto che manca, è il sospetto, improvviso e severo, di non essere così affidabili come pensavamo, neanche se ci impegniamo per esserlo.
Una soluzione per discolparci è immaginare un altrove dove gli oggetti perduti possono andare. Nel suo articolo Kathryn Schulz racconta del cappotto perso da Patti Smith, finito secondo il marito nella “Valle delle Cose Perdute”, una specie di archivio in cui confluiscono tutti gli oggetti che gli uomini smarriscono, inclusi i cappotti.
Quella del signor Smith non è una fantasia inedita. Nell’Orlando furioso, Ludovico Ariosto aveva già spedito sulla Luna tutto ciò che gli uomini perdono: il tempo sprecato, le promesse non mantenute, le lacrime degli amanti, le preghiere senza risposta, e perfino il senno di Orlando, impazzito d’amore per Angelica. Per recuperarlo serve un cavaliere disposto a salire fin lassù, Astolfo, che, in groppa all’ippogrifo, vola sulla Luna e riporta indietro il senno del compagno racchiuso in un’ampolla.
– Leggi anche: L’Orlando furioso ha 500 anni di Giacomo Papi
In anni più vicini, anche Vinicio Capossela ha cantato la sua fede in un aldilà domestico, Il paradiso dei calzini, dove finiscono le calze spaiate che restano nascoste in un letto di albergo o si infrattano nel fondo di un cassetto, anche se nella sua canzone, quasi una ninna nanna, i calzini diventano in fretta qualcos’altro: l’amore perduto.
Ognuno ha la sua Valle delle Cose Perdute. Nella mia hanno un posto d’onore un paio di auricolari smarriti durante un colloquio con una maestra antipatica e una collanina con la “E”, regalo dei nonni, che ho perso nell’ultima trasferta prima di licenziarmi. So che non li ritroverò mai più perché, normalmente, quello che si perde non torna. Ma non è sempre così.
Il trailer del film Souvenirs perdus di Christian Jacques, 1950
L’oggetto che ho strappato con più ostinazione da quella valle misteriosa è un orecchino.
Era ottobre, una mattina perfetta: una corsa sul lungomare e un ultimo bagno programmato alla fine, come ciliegina sulla torta. Dopo aver steso l’asciugamano sulla spiaggia, mi ero tuffata e, una volta uscita dall’acqua, mi ero seduta a guardare le onde. Quando mi sono toccata l’orecchio sinistro, l’orecchino con il brillante che la nonna di mio marito mi aveva regalato alla nascita di mia figlia non c’era più.
Dubbio, consapevolezza, panico.
Ho chiamato il marito, poi mia madre per dirle di accendere un cero a Sant’Antonio, che in questi casi è un aiuto scientifico e rigoroso. Infine, mi sono inginocchiata sui ciottoli non per pregare, ma ispezionare i sassi, uno per uno, per venticinque minuti durante i quali, per la prima volta in vita mia, ho capito veramente cosa significhi cercare un ago in un pagliaio.
Poi ho visto la sagoma sottile dell’orecchino tra i ciottoli e le mani hanno cominciato a tremare: era saltato lì mentre mi svestivo, a meno di un metro dall’asciugamano.

(foto Elisabetta Delponte)
Ed eccomi di nuovo, stavolta con mia figlia, sangue del mio sangue, carne della mia carne, a seguire con l’app di localizzazione le sue cuffiette verdi che sembrano dirette verso la Valle delle Cose Perdute. O forse no.
Quando l’app le localizza, risultano ancora nei pressi della stazione, lei vuole andarci ma io per fortuna riesco a convincerla a non inseguirle da sola. Per tutta la sera, le osserviamo muoversi sulla mappa di Genova, salire sull’autobus 18, attraversare la città senza nessuna di noi, sole, e fermarsi in una traversa di via Buranello, a Sampierdarena.
Il giorno dopo abbiamo una strategia. Prepariamo dei volantini scritti a mano: «Ho perso delle cuffiette verdi. Offro ricompensa», e ci presentiamo nel punto indicato dall’app, che coincide con una moschea. Sulla soglia incontriamo l’imam e gli consegniamo il volantino. Lui ci promette di chiedere ai fedeli che sono dentro a pregare. Intanto perlustriamo i marciapiedi nei dintorni, quando da una finestra del quarto piano si affaccia un signore.
«Ehi voi, cercate qualcosa?»
Sembrava una fiaba.
«Sì», rispondiamo, «un paio di cuffiette verdi».
Ma la mia risposta si perde nel rumore di un treno che passa proprio in quel momento.
Alzo la voce più che posso: «Mia figlia ha perso delle cuffiette in una custodia verde. L’app ci dice che sono qui nei dintorni».
«Aspettate», urla il signore e scompare.
Pochi minuti dopo, dal portone del palazzo escono una donna e un ragazzino, con le nostre cuffiette in mano. Gli occhi di mia figlia si illuminano e finalmente sorridono.
Mentre torniamo a casa, sembra felice. Io anche, ma a un certo punto riprendo la ramanzina sulla disattenzione, sul valore delle cose e sull’importanza di averne cura, accorgendomi che forse sto parlando più a me che a lei. A pensarci bene, sono solo oggetti. Alcuni si ricomprano, altri no, ma cercarli – la mappa, le cuffiette che si allontanano sul 18, i volantini, l’imam e il signore che si affaccia dal quarto piano – può trasformare ogni perdita in una caccia al tesoro e in una storia nuova da raccontare.
– Leggi anche: Le cose che restano (e quelle che no) di Gioia Guerzoni





















