In Siria ci sono le più grandi proteste dalla caduta di Assad
Sono iniziate per l’aumento del prezzo del carburante, e per una situazione economica ancora molto precaria
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In Siria la decisione del governo del presidente Ahmed al Sharaa di aumentare nuovamente il prezzo del carburante ha causato le più estese proteste per il carovita dalla fine della dittatura di Bashar al Assad, a dicembre del 2024. Gli aumenti, gli ultimi di una serie iniziata mesi fa, pesano particolarmente su una popolazione già provata da decenni di guerra civile e da una devastante crisi economica.
Nel fine settimana il governo ha annunciato un aumento dei prezzi fino al 9 per cento per il gas da cucina, fino al 25 per cento per la benzina e fino al 40 per cento per il gasolio. Significa che la benzina costerà l’86 per cento in più rispetto a febbraio, cioè prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, e il diesel il doppio.
Gli aumenti aggraveranno l’inflazione, che era già alta, si avvicinerà al 25 per cento su base annua. Il ministro dell’Energia ha promesso che gli aumenti saranno temporanei e ha spiegato che sono una conseguenza delle difficoltà di approvvigionamento dovute alle guerre nella regione, oltre che alla chiusura di un’importante raffineria in Siria per lavori di manutenzione.
Le proteste sono cominciate domenica, poco dopo l’annuncio. I manifestanti sono andati in piazza, hanno bruciato pneumatici e bloccato alcune strade principali, tra cui l’autostrada che collega la capitale Damasco al polo industriale di Aleppo, nel nord-ovest. Ci sono state proteste a Idlib, Hama, Raqqa, Deir Ezzor e Hasakah. In alcuni casi i manifestanti hanno cercato di bloccare i camion carichi di petrolio diretti nella Siria centrale, e hanno chiesto le dimissioni dei ministri dell’Energia e dell’Economia e del capo della compagnia petrolifera statale. Il fatto che ci siano proteste così estese è comunque una novità, dato che il regime di Assad reprimeva brutalmente ogni forma di dissenso.
Prima della guerra civile la Siria otteneva gran parte delle sue entrate proprio dall’esportazione di petrolio, ma a partire dal 2011 le cose sono cambiate: per anni i giacimenti del nord-est sono finiti sotto il controllo di gruppi ribelli o dello Stato Islamico, le esportazioni siriane sono state sottoposte a sanzioni internazionali (statunitensi ed europee) e le infrastrutture sono state devastate dalla guerra. Il risultato è che da anni la Siria è completamente dipendente dalle importazioni, nonostante abbia giacimenti di petrolio rilevanti, per quanto non paragonabili ai grandi esportatori del Medio Oriente.

Camion bloccati dai manifestanti nella provincia di Hasakah, 14 settembre 2026 (Stringer/Xinhua via ZUMA Press)
La Siria importa petrolio soprattutto dalla Russia, dove però negli ultimi mesi gli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche hanno messo in seria difficoltà le capacità di approvvigionamento interno: gli impianti hanno ridotto la produzione e il governo russo ha deciso di limitare le esportazioni di benzina e gasolio. A questo si aggiunge il cambio di alleanze deciso dal nuovo governo.
Da quando si è insediato, nel dicembre del 2024, il presidente Ahmed al Sharaa ha avvicinato molto la Siria agli Stati Uniti e ai paesi occidentali, che tra il 2025 e il 2026 hanno rimosso buona parte delle sanzioni economiche e stretto rapporti diplomatici che durante il regime degli Assad sarebbero stati impensabili. Il governo è riuscito anche a riavviare i rapporti con le principali istituzioni finanziarie occidentali, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e ha ottenuto promesse di investimenti da decine di miliardi di dollari dai paesi del golfo Persico.
Parallelamente sta allontanando il paese dalla Russia, il cui sostegno era stato fondamentale per la dittatura di Assad (tuttora la famiglia Assad si nasconde a Mosca sotto la protezione del regime di Vladimir Putin).
Per il momento però questi cambiamenti non hanno avuto effetti rilevanti sulla vita quotidiana dei siriani: il 90 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 66 per cento in condizioni di povertà estrema. Una persona su quattro è senza lavoro, secondo le stime delle Nazioni Unite, e chi lavora fatica a permettersi anche i prodotti di base.
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