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  • Sabato 12 settembre 2026

Al Qaida, prima e dopo l’11 settembre

Nel 2001 il gruppo terroristico che organizzò l'attentato alle Torri Gemelle voleva cacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente: oggi ha tutta un'altra forma

di Daniele Raineri

Il leader di al Qaida Osama bin Laden (al centro) con il suo vice Ayman al Zawahiri (a sinistra) a Khost, nell'est dell'Afghanistan, nel 1998 (AP Photo)
Il leader di al Qaida Osama bin Laden (al centro) con il suo vice Ayman al Zawahiri (a sinistra) a Khost, nell'est dell'Afghanistan, nel 1998 (AP Photo)
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Il gruppo terroristico al Qaida è cambiato molto rispetto a 25 anni fa, quando dopo due anni e mezzo di preparazione riuscì a eseguire gli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington. Ha cambiato leader, ha cambiato obiettivi e si è spezzettato in tante fazioni che agiscono in luoghi lontani.

Nel 2001 al Qaida era formata da una cerchia ristretta di leader e da poche migliaia di volontari internazionali provenienti soprattutto da paesi arabi, che vivevano e si addestravano in una ventina di campi sparsi per l’Afghanistan. Il paese era quasi interamente controllato dai talebani, un movimento di fanatici islamisti afghani che ospitava e proteggeva al Qaida. I talebani accettavano il rischio che prima o poi avrebbero dovuto pagare un prezzo per quell’alleanza con i terroristi stranieri, come poi accadde.

L’idea principale di al Qaida era che fosse necessario colpire gli Stati Uniti con attacchi a sorpresa il più possibile violenti per costringerli a ritirarsi dal Medio Oriente. Dopo la guerra del Golfo nel 1991, la presenza degli Stati Uniti in quell’area del mondo era diventata molto forte: c’erano basi americane in molti paesi arabi, soprattutto in Arabia Saudita e in Kuwait, e c’erano alleanze militari solide.

Si era anche creato un blocco di paesi che, secondo al Qaida, era asservito in modo totale e sfacciato agli interessi degli Stati Uniti e di Israele, come per esempio Egitto, Giordania, Kuwait e Arabia Saudita. L’Arabia è anche il paese che custodisce i più importanti luoghi santi dell’Islam.

Per colpa di questa situazione, era la denuncia di al Qaida, c’era una contraddizione irrisolvibile tra le popolazioni musulmane in quei paesi arabi e i regimi ai quali erano assoggettate. L’unica soluzione per spezzare questo stato di cose era cacciare gli Stati Uniti dalla regione. E l’unico modo per farlo, sempre secondo i teorici di al Qaida, era uccidere molti civili statunitensi in modo che i politici si convincessero a ritirare le forze militari. Queste operazioni per al Qaida erano una «guerra santa», come ai tempi delle guerre di religione contro i crociati.

«L’ordine di uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, è un dovere individuale per ogni musulmano che sia in grado di farlo, in qualsiasi paese in cui sia possibile», disse il capo del gruppo, Osama bin Laden, in un comunicato pubblicato nel 1998 per annunciare la guerra santa «contro crociati e sionisti».

I due capi e ideologi più influenti dentro al Qaida erano bin Laden e il suo vice Ayman al Zawahiri (sono nella foto in evidenza di questo articolo). Il primo era il rampollo di una ricchissima famiglia di imprenditori edili sauditi che aveva una relazione stretta con il re dell’Arabia Saudita. Sembrava destinato come i fratelli a una vita agiata tra l’Arabia Saudita, Londra e la Svizzera. Invece divenne un sostenitore convinto della guerra santa e si spostò in Afghanistan, al tempo della guerra contro l’Unione Sovietica. I combattenti afghani si facevano chiamare mujaheddin, che in arabo vuol dire «quelli che combattono la guerra santa», il jihad.

L’attentato alle Torri Gemelle, 11 settembre 2001 (AP Photo/Chao Soi Cheong)

In quegli anni gli Stati Uniti finanziavano e armavano alcune fazioni della guerriglia afghana per sostenere la guerra contro i sovietici, ma non i jihadisti arabi come bin Laden. Anche i jihadisti di bin Laden però godevano di un flusso senza controlli di donazioni in denaro e armi. Bin Laden organizzò quel flusso e i volontari stranieri in un’organizzazione che qualche anno più tardi divenne conosciuta in arabo come «la base», al Qaida.

Bin Laden era alto un metro e novanta, aveva fatto ottime scuole, aveva un tono di voce tranquillo e una padronanza squisita dell’arabo classico – cosa che faceva colpo su chi ascoltava i suoi discorsi – e aveva rinunciato a una vita comoda. Molti, abituati ad ascoltare discorsi di altri predicatori sempre arrabbiati e però sempre vaghi, trovavano bin Laden carismatico.

Il suo vice al Zawahiri era un dottore egiziano che aveva militato a lungo nei gruppi terroristici egiziani e poi si era unito a bin Laden, anche perché in Egitto era diventato un ricercato. Dopo la morte di bin Laden, ucciso nel 2011 in Pakistan dalle forze speciali statunitensi, al Zawahiri fu considerato meno interessante anche dai suoi seguaci. Fu ucciso da un drone americano a Kabul nel 2022. Oggi il leader del gruppo è un ex ufficiale dell’esercito egiziano, Saif al Adel, che in arabo vuol dire «la spada della giustizia», e si ritiene vivo, nascosto in Iran.

I calcoli di bin Laden e di al Zawahiri furono smentiti in modo plateale dai fatti. Invece che ritirarsi dopo gli attentati dell’11 settembre – che arrivavano dopo altri attentati micidiali, contro una nave militare statunitense in Yemen e contro due ambasciate in Kenya e Tanzania – gli Stati Uniti cominciarono due invasioni in Iraq e in Afghanistan e una campagna di omicidi mirati per catturare o eliminare tutti i leader di al Qaida. La campagna nel giro di una decina d’anni ebbe successo.

Soldati statunitensi nella valle di Tangi, in Afghanistan, nell’agosto del 2009 (AP Photo/David Goldman)

Al Qaida cambiò la sua tesi principale e disse nei comunicati che lo scopo degli attentati era trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghissime che ne avrebbero devastato l’economia e la tenuta politica. I risultati di questa strategia sono discutibili.

Se gli obiettivi dichiarati di al Qaida erano la fine della presenza militare statunitense in Medio Oriente e la rottura tra i paesi arabi e gli Stati Uniti, allora non sono stati realizzati. Il nuovo leader dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed bin Salman, ostenta la sua amicizia personale con il presidente statunitense Donald Trump. Molti paesi nella regione continuano a ricevere aiuti militari o a comprare armi dagli Stati Uniti, al punto da esserne dipendenti. Nel frattempo alcuni governi arabi hanno firmato i cosiddetti Accordi di Abramo, che prevedono la normalizzazione dei rapporti con Israele e sono stati mediati dagli Stati Uniti durante il primo mandato di Trump.

Inoltre il gruppo terroristico non è più riuscito a colpire gli Stati Uniti come aveva fatto l’11 settembre 2001. Dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan, la responsabilità di eseguire altri attentati passò alla divisione yemenita di al Qaida, ma i suoi piani fallirono.

Nel dicembre del 2001 un volontario suicida provò a far esplodere un aereo in volo verso Miami con una bomba nascosta in una scarpa. Non riuscì ad accendere la miccia, forse umida, e dopo un po’ di tentativi si fece scoprire dagli altri passeggeri. Un altro terrorista provò lo stesso piano nel 2009 in volo su Detroit con dell’esplosivo cucito nelle mutande, ma invece che un’esplosione ottenne una vampata persistente che ebbe effetti disastrosi soltanto su di lui. Il tono degli ultimi scritti di bin Laden, scoperti nel covo in Pakistan dopo la sua morte, era amaro.

Oggi la maggior parte delle informazioni aggiornate sulle attività di al Qaida si trova in un rapporto delle Nazioni Unite che esce in modo regolare due volte l’anno. È compilato grazie alle informazioni condivise dagli stati membri. L’ultimo è uscito ad agosto e dice che al Qaida è una minaccia costante ma incerta, nel senso che non sappiamo se davvero stia organizzando qualche attentato e a che punto sia. I leader del gruppo sono definiti «marginalizzati».

– Leggi anche: Viviamo ancora nel mondo dell’11 settembre

Vigili del fuoco dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 (AP Photo/Mark Lennihan)

Gli obiettivi dichiarati da al Qaida prima dell’11 settembre non si sono materializzati e il nucleo originario si è quasi estinto. C’è però da considerare che il nome al Qaida è stato adottato come un marchio da esibire con orgoglio da alcuni gruppi terroristici potenti.

Nel Sahel c’è lo Jnim, il fronte per il sostegno all’Islam e ai musulmani, che è una fazione di guerriglieri estremisti. Lo Jnim ha circa 8mila uomini, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, e continua a conquistare territorio: ormai controlla una grande parte del Burkina Faso e del Mali ed è quasi arrivato ad assediarne le due capitali, Ouagadougou e Bamako. È più forte del gruppo jihadista rivale in quella regione, che è lo Stato islamico nel Sahel.

In Somalia e Kenya c’è il gruppo al Shabaab, che si considera l’emanazione di al Qaida nell’Africa orientale e continua anch’esso a combattere e talvolta a prendere nuovo territorio. Entrambe queste fazioni, Jnim e al Shabaab, oggi sono più grandi rispetto ad al Qaida in Afghanistan nel 2011 e dispongono di molti più volontari e di incassi significativi.

Jnim e al Shabaab hanno dipartimenti che si occupano di produrre materiale di propaganda, hanno i loro ideologi e predicatori e hanno anche un nemico diverso: vogliono rovesciare i regimi africani locali, e per ora la loro priorità non è attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati (ma questa priorità potrebbe cambiare di nuovo, o essere già cambiata senza che noi lo sappiamo).

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite la relazione di questi gruppi con Saif al Adel e gli altri leader della cosiddetta al Qaida centrale, che è ciò che resta dell’al Qaida del 2001, è tenue. Si considerano fazioni di al Qaida, ma prendono decisioni per conto loro.

C’è stata una trasformazione. Al Qaida non è più un gruppo clandestino di terroristi arabi espatriati, ma è diventato soprattutto un assortimento di guerriglieri estremisti che sta sconvolgendo la fascia centrale dell’Africa.

Al Qaida negli anni dopo il 2001 è stata forte anche in Iraq, dove poi ha subìto una mutazione ed è diventata lo Stato islamico; in Yemen, dove per un lungo periodo ha combattuto come se fosse un esercito locale e ha controllato regioni intere; e in Siria, dove tra il 2013 e il 2016 era rappresentata da Abu Mohammed al Jolani, leader di uno dei gruppi armati siriani più forti.

Quello siriano è il caso di mutazione di una fazione di al Qaida più stupefacente. Al Jolani separò il suo gruppo da al Qaida perché si rese conto che associarsi a quel marchio era controproducente. Otto anni dopo, nel 2024, rovesciò il regime del dittatore Bashar al Assad e si nominò presidente ad interim della Siria. E nel novembre del 2025, con il nome Ahmad al Sharaa, che era il suo nome reale prima di diventare jihadista, andò in visita ufficiale alla Casa Bianca e incontrò il presidente Donald Trump.

– Leggi anche: La lunga trasformazione di Abu Mohammed al Jolani