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  • Venerdì 11 settembre 2026

L’ex ILVA di Taranto dovrà chiudere entro la fine di ottobre

La Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta dell’azienda di sospendere la sentenza con cui aveva deciso la chiusura dell’area a caldo

Lo stabilimento dell'ex ILVA di Taranto, 19 settembre 2013 (ANSA/CIRO FUSCO)
Lo stabilimento dell'ex ILVA di Taranto, 19 settembre 2013 (ANSA/CIRO FUSCO)
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La Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta di Acciaierie d’Italia, la società proprietaria dell’ex ILVA di Taranto, di sospendere la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, decisa dalla stessa Corte alla fine di luglio. Significa di fatto che l’ex ILVA dovrà chiudere entro il 28 ottobre come stabilito dalla Corte, perché senza l’area a caldo, che è la parte più importante dell’intero impianto ma è anche molto inquinante, non può produrre niente.

È una decisione che rischia di rendere quasi impossibile la vendita da parte dello Stato italiano – che gestisce gli impianti in amministrazione straordinaria – e che con ogni probabilità avrà conseguenze negative sulle migliaia di persone che lavorano negli stabilimenti dell’ex ILVA e nelle imprese dell’indotto, cioè quella che forniscono l’azienda o lavorano in appalto.

Venerdì mattina la Corte ha sostanzialmente confermato la sua decisione, dicendo che tra il diritto a esercitare un’attività d’impresa e quello alla salute delle persone, deve prevalere quest’ultimo. I sindacati FIM, FIOM e UILM hanno già chiesto l’intervento del governo per evitare che i lavoratori finiscano tutti in cassa integrazione o licenziati. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato dicendo che esiste già un “tavolo” sull’ILVA, cioè un gruppo di lavoro che si incontra stabilmente per discuterne, e che sarà riconvocato a breve.

L’ex ILVA è l’impianto siderurgico più grande d’Italia e il governo sta cercando da tempo di venderla. Le molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012), il commissariamento e la prospettiva della vendita hanno innescato una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario.

Nell’area a caldo le materie prime vengono fuse negli altiforni (l’ex ILVA ne ha quattro, di cui ora solo uno attivo) e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli altri stabilimenti nel Nord Italia. È però anche la parte più costosa e problematica, perché molto inquinante.

A fine luglio la Corte d’appello aveva disposto la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni, quindi entro la fine di ottobre. Il provvedimento stabilisce che l’area a caldo deve restare ferma finché l’azienda non avrà rimosso tutto l’amianto e trovato il modo di portare l’emissione di polveri sottili entro i livelli di sicurezza. Sono di per sé interventi costosi per l’eventuale acquirente dell’ex ILVA di Taranto, che si troverebbe anche a comprare un impianto chiuso dal tribunale.

Allo stesso tempo la decisione della chiusura dell’area a caldo ha aggravato la crisi occupazionale dell’ex ILVA, mettendo a rischio i posti di lavoro degli operai impiegati negli altiforni, e a cascata di quelli che lavorano negli altri stabilimenti e dei lavoratori assunti dalle aziende dell’indotto. Il 4 settembre era stato annunciato il licenziamento collettivo di 2.500 di loro, che la settimana dopo era stato sospeso in attesa di questa decisione della Corte.