• Sport
  • Venerdì 11 settembre 2026

L’atletica leggera fa una cosa nuova

L'Ultimate Championship vorrebbe la vostra curiosità, e poi magari perfino la vostra attenzione

Armand Duplantis il 10 settembre a Budapest, Ungheria (Shaun Botterill/Getty Images)
Armand Duplantis il 10 settembre a Budapest, Ungheria (Shaun Botterill/Getty Images)
Caricamento player

Come ogni altro sport, prodotto, contenuto o evento, anche l’atletica leggera deve restare attuale e, soprattutto, interessante per un pubblico quanto più vasto e giovane possibile. L’atletica leggera però è difficile da cambiare: i 100 metri sono sempre i 100 metri, non c’è molto spazio per inventarsi altro. Eppure la World Athletics, la sua federazione mondiale, ci proverà questo weekend con il World Athletics Ultimate Championship, un evento che tenta di fare le cose in un altro modo.

L’Ultimate – organizzato a Budapest, in Ungheria, nelle sere dall’11 al 13 settembre, con dirette su Rai e Sky – punta a essere più accattivante, più avvincente e più facile da seguire. Avrà un prato nero, la sabbia rosa, una pista illuminata solo dove serve, i migliori atleti al mondo in gara, una canzone ufficiale scritta da uno di loro, 10 milioni di dollari di montepremi e quasi solo finali (al massimo qualche semifinale).

Non avrà nemmeno podi o medaglie. A ogni partecipante sarà dato un braccialetto, che solo vincitori e vincitrici potranno usare per completare il trofeo. Non ci saranno gare che si sovrapporranno l’una con l’altra (cosa assai frequente nell’atletica) e per far sì che le sue tre serate durino meno di tre ore alcune discipline non ci saranno.

Per Sebastian Coe, ex atleta e da oltre dieci anni presidente di World Athletics, Ultimate sarà «rivoluzionario» e mostrerà l’atletica «come mai prima». Anche perché, ha detto, «non è che sia cambiato granché rispetto a quando gareggiavo io» (gareggiava negli anni Ottanta). Sempre Coe ha raccontato che l’evento è stato creato dopo tre anni di ricerche di mercato. Tra chi segue l’atletica c’è quantomeno una certa curiosità, seppur tra qualche critica per l’eccessiva enfasi sulla parte di marketing e di storytelling. 

Un render di World Athletics

In effetti Ultimate punta a cambiare l’immagine delle gare, più che la sostanza. Fanno parte di questo approccio la scelta di illuminare in modo diverso la pista, di avere il prato nero per farla risaltare di più e di aggiungere piccole trovate come la sabbia rosa. In tv si vedranno anche grafiche diverse dal solito, con elementi di realtà aumentata per spiegare meglio le gare, per esempio mostrando le probabilità di vittoria. Sono elementi che non cambiano le gare, ma nei piani di World Athletics le faranno risaltare di più.

Vanno nella stessa direzione anche l’idea di far scegliere a velocisti e velociste, prima delle gare, le corsie in cui vogliono gareggiare, o quella di organizzare una serata di gala con red carpet. O anche la scelta di far scrivere, ed eseguire nello stadio, l’inno dell’evento all’astista Armand Duplantis o quella di affidare un ruolo da conduttore al velocista Noah Lyles, che non gareggerà perché infortunato.

In mezzo, però, c’è l’atletica, anche qui con qualche novità. Gli eventi saranno 28 (ai Mondiali sono quasi il doppio) e la scelta di quali escludere è stata fatta per ragioni di marketing o di tempo: i 10mila metri non ci sono perché durano circa mezz’ora, quindi troppo; il getto del peso e il lancio del disco sono assenti perché considerati poco televisivi; i 3.000 siepi mancano perché non sono considerati una gara da giovani e perché le siepi sarebbero state d’impiccio nello stadio. Maratona e gare di marcia sono assenti perché sarebbero state lunghe e fuori dallo stadio.

I 1.500 e i 5.000 metri avranno solo finali, le gare dai 100 agli 800 metri avranno solo semifinali e finali. Le gare di salto – in lungo, in alto, con l’asta – avranno otto atleti ciascuna, con veloci eliminazioni dopo le quali i partecipanti diventeranno prima sei e poi quattro. Ogni atleta farà meno salti del solito, con regole diverse anche in caso di parità, soprattutto per impedire – come talvolta accade – casi di vittorie ex aequo.

Di nuovo, comunque, non cambia la sostanza. I 5.000 metri, per dire, non prevedono (cosa che qualcuno in passato aveva provato a fare) l’eliminazione di un atleta a ogni giro di pista. E il fatto che le gare in sé non siano stravolte è stato ben accolto da chi segue l’atletica: «Ultimate sta provando a cambiare il pacchetto senza rovinare il principio alla base delle prestazioni» ha scritto la newsletter Perspectives on Sport Brands.

Ma chi gareggia? Ci saranno 381 atleti, meno di un quarto di quelli che partecipano ai Mondiali. Per ogni specialità sono stati invitati i detentori e le detentrici degli ultimi titoli olimpici e mondiali, oltre a vincitori e vincitrici delle recenti finali di Diamond League, il principale evento annuale dell’atletica leggera. Ultimate vuol dire “definitivo”, e l’idea è di avere una sfida «dei migliori contro i migliori».

Gabrielle Thomas, campionessa olimpica sui 200 metri, il 10 settembre a Budapest (Matthias Hangst/Getty Images)

Oltre a questi migliori altri inviti sono stati fatti – e in quasi tutti i casi accettati – in base ai risultati nell’ultimo anno, con qualche eccezione per far partecipare atleti che non ne avrebbero avuto i requisiti. Una è stata fatta per esempio per l’altista Gianmarco Tamberi. Un’altra è stata fatta per far partecipare, nei 1.500 metri, i fortissimi Jakob Ingebrigtsen e Josh Kerr, che non gareggiavano uno contro l’altro dal 2024.

Oltre a loro, e all’ovviamente presente Duplantis, tra chi proverà a vincere le rispettive gare, ognuna con un premio di 150mila dollari, ci sarà quasi tutto il meglio dell’atletica mondiale. Tra i 14 italiani in gara ci saranno Larissa Iapichino nel salto in lungo, ma anche Zaynab Dosso e Marcell Jacobs nei 100 metri. Il montepremi sarà messo dalla città organizzatrice, che in cambio si terrà i soldi per i biglietti.

Il braccialetto e sull sfondo il trofeo, entrambi con il logo di Ultimate Championships: il braccialetto è pensato per avvolgere il trofeo

Non ci sarà invece Andy Diaz, vincitore dell’oro agli Europei e in Diamond League. C’è infatti il salto triplo femminile ma non quello maschile, che è tra le gare che sono state tagliate. «Questa non è atletica leggera e questo non fa bene al nostro sport», ha scritto sui social Pedro Pichardo, il suo principale rivale, ovviamente anche lui assente.

Coe ha risposto a critiche di questo tipo dicendo che l’Ultimate – previsto per essere organizzato ogni due anni negli anni dispari, quelli senza Mondiali – potrebbe cambiare molto in futuro, nel suo tentativo di cambiare l’atletica leggera.

Un tentativo che hanno fatto anche altri. Ci ha provato l’ex atleta Michael Johnson con il Grand Slam Track, un evento di sole gare su pista che però ha fallito. Anzi, è fallito: nel senso che ha dichiarato bancarotta. E ci sta provando Athlos, l’evento di gare solo femminili che un anno fa portò una gara di salto in lungo a Times Square.

– Leggi anche: L’atletica fuori dagli stadi

Paradossalmente, però, Ultimate non deve preoccuparsi solo di non fallire. Secondo Perspectives on Sport Brands «il vero rischio è che abbia troppo successo» finendo per oscurare i Mondiali. C’è però un equilibrio possibile: «Ultimate non deve diventare il corrispettivo dei Mondiali per chi va di fretta, bensì un punto d’accesso per le persone per cui i Mondiali di atletica leggera avevano troppa atletica leggera».