Il progetto assurdo dietro il film del regista russo in concorso a Venezia

Tra il 2009 e il 2011 Ilya Khrzhanovsky ha ripreso centinaia di persone mentre vivevano giorno e notte come gli abitanti di un centro di ricerca dell'Unione Sovietica

di Gabriele Niola

Una scena di DAU
Una scena di DAU
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Dietro il film DAU del regista russo Ilya Khrzhanovsky, presentato in questi giorni a Venezia, c’è un esperimento mai tentato prima e con una storia ai limiti dell’assurdo. Per raccontare la vita del fisico sovietico Lev Landau, che ebbe un ruolo cruciale nello sviluppo della bomba atomica russa e vinse il premio Nobel nel 1962, Khrzhanovsky ha infatti ricostruito intere parti di città degli anni Venti del Novecento, e messo in piedi una versione realistica e funzionante del centro di ricerche in cui visse e lavorò Landau.

Per popolarlo ha selezionato 300 comparse senza esperienza nella recitazione, pagate per vivere e lavorare come nell’Unione Sovietica. L’esperimento è durato tre anni, dal 2009 al 2011, in cui il centro ha funzionato tutti i giorni. Uno dei più folli progetti cinematografici e artistici dei nostri anni.

Del Progetto DAU si parla da vent’anni, ma come fossero andate realmente le cose è rimasto un mistero fino a quando nel 2020 sono usciti tutti insieme 13 film realizzati con le riprese fatte in quel periodo. Nessuno di questi parlava di Landau. Il film in concorso ora a Venezia è un quattordicesimo film, di 195 minuti, che è effettivamente la biografia di Landau dal 1928 al 1968.

L’idea di raccontare la vita di Landau venne a Khrzhanovsky nel 2005. Aveva già fatto un film intitolato 4 che aveva avuto una circolazione festivaliera internazionale. In virtù di quello riuscì a mettere insieme fondi di produttori russi ed europei, garantendosi un controllo creativo totale, nessuna scadenza e facoltà di licenziare chiunque senza spiegazioni.

Siccome dal 1938 al 1968 Landau lavorò in una struttura segreta autosufficiente con decine di persone, Khrzhanovsky pensò di ricostruirla. Lo fece nella periferia di Kharkiv, in Ucraina. La costruzione iniziò nel 2006, su un’area grande come due campi da calcio. Il centro ricerche aveva un dormitorio, zone per la mensa, cucine, bagni, sale conferenze e laboratori, tutto funzionante e fatto come ai tempi dell’Unione Sovietica. Di fatto Khrzhanovsky creò una simulazione d’epoca funzionante, separata dagli uffici e dai magazzini della produzione da una porta con un metal detector. Nulla di moderno poteva essere portato all’interno e chiunque entrasse doveva essere già vestito come all’epoca e con accessori e tagli di capelli di allora. Le parole moderne erano vietate.

Il regista Ilya Khrzhanovsky con il direttore della fotografia Jürgen Jürges sul “set” (Ilya Khrzhanovsky)

I circa 300 attori non professionisti furono scelti tra 200mila candidati. Ognuno aveva un personaggio che portava il suo stesso nome e una mansione che corrispondeva al lavoro che svolgeva o aveva svolto nella vita reale. Chi era cuoco veniva preso per fare il cuoco, chi era cameriere per fare il cameriere ma anche chi era un ex agente segreto per fare un agente del KGB, chi era un fisico per fare il fisico e via dicendo. Solo pochissime persone interpretavano un personaggio diverso da sé, tra cui il direttore d’orchestra greco Teodor Currentzis nel ruolo di Lev Landau. Tutti venivano stipendiati alla giornata per vivere come ai tempi. Gli attori potevano andarsene in qualsiasi momento.

L’istituto fu arredato con mobili d’epoca e confezioni di alimenti fatte come nell’Unione Sovietica. Le cucine, i bagni e anche i laboratori erano funzionanti e all’interno si poteva pagare unicamente in vecchi rubli ristampati. Le persone erano autorizzate a controllare la propria casella email o il cellulare solo per un’ora al giorno. Essendo gli attori nella quasi totalità non professionisti, quindi poco avvezzi a distinguere tra la realtà e la recitazione di un ruolo, i confini tra vero e falso cominciarono a farsi confusi già nelle prime settimane. Come spesso capita in questi casi, a un certo punto anche la presenza della macchina da presa diventò un’abitudine e smise di causare inibizioni.

Per certi versi il progetto DAU è stato paragonato al celebre esperimento carcerario di Stanford, in cui a persone comuni fu assegnato un ruolo da interpretare continuativamente (o carceriere o carcerato). Se però l’esperimento di Stanford fu interrotto dopo sei giorni, perché le persone assunsero fino in fondo l’identità del proprio personaggio con risultati drammatici, il progetto DAU andò avanti ben più a lungo.

In tre anni l’esperimento raggiunse una buona notorietà sia nell’ambiente artistico che in quello della fisica, e in molti andarono a vivere in quel centro ricerche simulato (ma funzionante) per qualche mese. Lo fecero anche persone note, come per esempio il fisico italiano Carlo Rovelli o l’artista Marina Abramović.

Il principale finanziatore del progetto era un mecenate, Sergei Adoniev, imprenditore milionario russo nel settore delle telecomunicazioni, che tra il 2006 e il 2019 diede al progetto in tutto 25 milioni di dollari, senza mai intromettersi. Quei soldi non sono comunque bastati e fu necessario ottenere risorse da altri paesi tra cui Ucraina, Francia, Germania e Svizzera. Il ministero della Cultura russo aveva a sua volta contribuito, ma rivolle tutto indietro quando seppe che non c’era una data d’uscita del film. Nuovi finanziatori furono poi coinvolti per la fase di post produzione.

Le riprese non avvenivano in modo continuativo. Una troupe, eccezionalmente piccola per un progetto di queste dimensioni, si muoveva nella simulazione liberamente. Era composta dal direttore della fotografia Jürgen Jürges, e da tre persone al suo seguito con una sola macchina da presa. Ogni ambiente era stato costruito con un’illuminazione adatta alle riprese, così che non fosse necessario ogni volta sistemare delle luci. Poteva capitare che non venisse girato niente anche per un mese di fila. In quel tempo le persone continuavano a vivere dentro la simulazione, autorizzate a comportarsi liberamente, senza un copione.

Il regista Khrzhanovsky si faceva vedere pochissimo e agiva più che altro da demiurgo. Non c’erano copioni da seguire né indicazioni, ma Khrzhanovsky interveniva introducendo o sottraendo elementi. Poteva far comparire la madre di un personaggio; allontanarne uno dall’istituto, magari dopo che aveva iniziato una storia d’amore per vedere la reazione della sua compagna; poteva anche far arrivare certi personaggi a sorpresa durante una festa per osservare cosa succedeva.

(Ilya Khrzhanovsky)

È un comportamento molto più simile al personaggio del regista nel film The Truman Show che a quello di un vero regista. Aveva anche disseminato il centro di microfoni nascosti, così da ascoltare tutte le conversazioni e mandare la troupe a girare se accadeva qualcosa di interessante.

Nel 2011, quasi alla fine del progetto, il produttore scozzese Eddie Dick andò sul set per valutare una collaborazione. Una volta tornato raccontò che per entrare gli furono tagliati i capelli, cambiata la montatura degli occhiali e dati abiti coerenti con l’epoca di quel momento della simulazione (il 1958). Gli fu dato un passaporto russo e fu interrogato dalle guardie in modo molto severo. Disse di aver visto la vita delle comparse svolgersi come se nulla fosse: «Non so se lo facessero per me o no, ma non sembrava davvero finzione». Gli fu proposto un tour della struttura durante il quale vide la redazione del giornale che veniva stampato, gli architetti che studiavano piani urbanistici, le persone che mangiavano in mensa e le guardie che marciavano. Non vide mai invece la macchina da presa o qualcosa di moderno.

Dick raccontò anche che il rapporto con il regista dopo la visita non fu facile. Descrisse Khrzhanovsky come un megalomane che trattava i membri del suo staff come dei servitori. Questa descrizione è confermata da uno dei reportage più completi che esistono sul progetto DAU, fatto dal giornalista Michael Idov su GQ sempre nel 2011. Idov descrisse Khrzhanovsky come una persona fuori controllo, che agiva come un tiranno ed era preda di attacchi d’ira estremi.

Intorno a lui e a questa lavorazione sono nate anche accuse, dicerie e molti pettegolezzi dei quali è difficile stabilire la fondatezza. Secondo certi resoconti le persone coinvolte nella simulazione trattavano il regista come un re o un dio, secondo altri non lo avevano mai visto, secondo altri ancora Khrzhanovsky viveva nel lusso più sfrenato con il potere di un dittatore. Ma c’è anche chi lo ha intervistato anni dopo la fine della simulazione e lo ha descritto come una persona equilibrata.

Alla fine il materiale girato ammontava a 700 ore. Una quantità gigantesca che è solo una frazione di quello che è accaduto in tre anni. Per il finale Khrzhanovsky assunse dei veri neonazisti per interpretare un gruppo radicale nazionalista che distruggesse il centro e lo vandalizzasse, e riprese tutto. Tra questi neonazisti c’era Maksim Martsinkevich, poi accusato di omicidio, imprigionato e trovato morto nella sua cella nel 2020, in quello che è sembrato un suicidio.

Quelle 700 ore sono state guardate e montate tra il 2011 e il 2017. A quel punto era chiaro che non si trattava più solo di un film. Prese così la forma di un’installazione artistica e nel 2019 fu attiva per poco meno di un mese a Parigi, al Théâtre du Châtelet e al Théâtre de la Ville. Per accedere i visitatori dovevano chiedere un “visto” compilando un test psicometrico online. Prima di entrare dovevano poi consegnare il proprio smartphone in cambio di un dispositivo che li avrebbe tracciati e guidati dentro le varie stanze in cui venivano proiettati pezzi di materiale girato.

Oltre a questa installazione, nel 2020 sono usciti 13 film della serie DAU, ognuno con una sua storia e una sua trama che Khrzhanovsky considera solo l’inizio della presentazione di quel materiale. Un’altra idea che è circolata a un certo punto era di farne una serie tv, ma al momento non è chiaro se sia un’intenzione o se sia stata effettivamente preparata e montata. In Italia è stato distribuito solo uno dei 13 film: s’intitola DAU. Natasha. Né questo né gli altri film sono facili da vedere o trovare, nemmeno in streaming o a noleggio.

Sono film che in certi casi hanno poca trama. DAU. Degeneration per esempio contiene una serie di situazioni e momenti della vita nel centro verso la fine dell’esperimento, quando un gruppo conservatore comincia a prendere il potere. Altri hanno un intreccio molto forte e appassionante. Il punto di ognuno è raccontare modi diversi in cui il regime sovietico opprimeva le persone. In DAU. Natasha, una cameriera passa una notte con uno scienziato e il giorno dopo il KGB la convoca per interrogarla con metodi duri e umilianti, in modo che diventi un’informatrice. In DAU. Katya Tanya una ragazza è prima l’amante di Lev Landau e poi ha una storia omosessuale che viene repressa con violenza dai servizi segreti.

In entrambi questi film ci sono scene di sesso che non sembrano per nulla simulate, e considerando il metodo di lavoro è ragionevole ipotizzare che non lo fossero. Una avviene tra due persone ubriache e, dato che le comparse non avevano grandi capacità di recitazione, è plausibile che lo fossero davvero. Khrzhanovsky ha sempre negato che fossero vere scene di sesso. Nel film non c’è violenza, ma umiliazioni sì, anche in questo caso verosimilmente reali.

Nessuno dei 13 film del 2020 racconta però la vita di Lev Landau, cioè ciò per cui era nato il progetto, cosa che fa finalmente DAU. Considerato il film principale di tutto il progetto, sembrava non dovesse mai essere realizzato, invece nel 2023 Khrzhanovsky ha ripreso le fila di tutto e anche girato qualche nuova scena.

È un film almeno nella sua prima parte molto più convenzionale nella narrazione (un film biografico, sostanzialmente), ma non in ciò che si vede. I 13 film usciti nel 2020 sono quasi tutti fatti di interni, mentre la prima parte di DAU è piena di sequenze dal costo difficile da stimare e dalla densità di elementi in scena fuori dal normale, anche per il cinema di ricerca. In una ci sono 70 tonnellate di cavoli ammassate, in un’altra è ricostruita un’intera piazza di Leningrado nel 1928, in altre ancora si vedono comparse arrampicate nelle parti superiori di un palazzo di almeno venti piani, l’ultimo dei quali in fiamme.

(Ilya Khrzhanovsky)

Le riprese fatte nel centro di ricerca sono il cuore del film, e c’è anche una lunga prima parte ambientata a Leningrado, a sua volta senza precedenti per ambizione e grandezza. È di certo il set più grande della storia del cinema europeo. Unisce la capacità statunitense di ricostruire un’epoca su grande scala senza effetti digitali al gusto artistico ed estetico russo ed europeo.

Il film ha avuto appositamente tre direttori della fotografia: il tedesco Jürgen Jürges, noto per aver lavorato con Rainer Werner Fassbinder negli anni Settanta, per la parte nel centro; il britannico Lol Crawley, che poi ha vinto un Oscar anni dopo per The Brutalist, per la parte a Leningrado; e il cileno-danese Manuel Alberto Claro, che ha poi lavorato con Lars von Trier in Melancholia e Nymphomaniac, per la parte ambientata a Kharkiv.

Il ministero degli Esteri ucraino ha criticato la presenza del film alla Mostra di Venezia per via dei finanziamenti della Russia, che è esclusa dai festival internazionali europei dall’invasione dell’Ucraina nel 2022. DAU però alla fine non ha preso finanziamenti statali dalla Russia. Inoltre, dopo l’invasione dell’Ucraina, Ilya Khrzhanovsky ha rifiutato la cittadinanza russa e ora vive all’estero come dissidente politico.