La demonizzazione del poliestere
È sempre più diffusa l'idea che sia da evitare e vadano preferiti vestiti di fibre naturali, con ragioni valide e altre meno
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Le maggiori consapevolezze legate alla sostenibilità ambientale e al benessere personale che negli ultimi anni si sono diffuse online e tra le giovani generazioni hanno avuto tra i molti effetti anche una maggiore attenzione alla composizione dei vestiti. Nella sua versione più semplicistica e mainstream, questa attenzione ha portato a una generalizzata avversione per i tessuti sintetici e soprattutto per il poliestere, che nel 2024 ha rappresentato quasi il 60 per cento delle fibre prodotte a livello globale.
È arrivato ad avere una reputazione così cattiva che nei paesi anglosassoni «polyester» viene usato nei meme per indicare la versione economica e poco curata di qualcosa, non solo nel campo dell’abbigliamento. Tutto questo sta portando, di contro, grande fortuna alle fibre naturali, soprattutto al cotone, che è invece spesso presentato come una soluzione più ecologica, migliore per la pelle e più elegante. Recentemente diversi esperti e commentatori hanno scritto di questa tendenza facendo notare che la questione è più complessa di così.
Il poliestere è spesso associato alla produzione dozzinale e di bassa qualità di aziende di ultra-fast fashion come la cinese Shein, ma anche a quella delle catene occidentali come Zara e H&M. In generale il motivo è che il poliestere costa poco rispetto a fibre ricavate da materie prime di origine vegetale o animale come il cotone, il lino, la lana o la seta, e chi produce vestiti pensati per essere venduti a prezzi bassi se ne avvale molto spesso.
A luglio il noto marchio statunitense GAP ha ricevuto parecchie critiche per aver fatto una linea di maglioni ispirata a una popolarissima collezione degli anni Novanta, ma usando fibre sintetiche (80 per cento poliestere) anziché il cotone come allora.
Il poliestere ha dei difetti che si notano: spesso tende a formare “i pallini” dovuti allo sfregamento e all’usura delle fibre, perde molto facilmente la morbidezza con il lavaggio, tiene meno caldo di alcune fibre naturali e in alcuni casi è meno traspirante, quindi fa sudare di più. Online però girano anche teorie poco fondate, per esempio che sia irritante per la pelle o causi dermatiti in generale.
Da qualche mese circola online una teoria secondo cui si dovrebbe preferire l’intimo di cotone a quello di fibre sintetiche perché le microplastiche rilasciate dal poliestere potrebbero nuocere alla fertilità maschile. Finora non sono però emerse prove che indossare intimo in poliestere aumenti il rischio di infertilità per questo motivo.
Sui social network gli influencer e i content creator parlano di poliestere come di una fibra da evitare a tutti i costi in quanto “tossica”. Ci sono persone che chiedono consiglio su dove poter comprare abbigliamento che non ne contenga, e altre che raccontano di voler eliminare completamente dal proprio guardaroba i capi che contengono poliestere.
A tutto questo si aggiunge poi un discorso sulla sostenibilità ambientale del poliestere: secondo le Nazioni Unite le emissioni di carbonio rilasciate durante la sua produzione, che avviene a partire dal petrolio, sono da due a tre volte superiori a quelle per produrre il cotone. Durante i lavaggi inoltre questi tessuti rilasciano effettivamente microfibre, comprese le microplastiche, minuscole particelle che si staccano dalle fibre per effetto dello sfregamento e che inquinano l’acqua e l’ambiente. Il riciclo di poliestere poi è ancora molto costoso e poco praticato.
– Leggi anche: I maglioni non durano più come una volta
Le aziende si sono accorte della recente diffidenza verso il poliestere e del successo del cotone, e ne stanno approfittando a scopo di marketing. Secondo un’analisi di Edited (una piattaforma che analizza il mercato e le strategie dei marchi di abbigliamento) di cui ha scritto il Guardian, negli ultimi tre anni nell’offerta dei negozi di fast fashion Urban Outfitters e Zara i nomi dei capi che contengono la parola “cotone” sono aumentati di quasi un terzo. La presenza del poliestere nei vestiti comunque non è diminuita, e anzi è leggermente aumentata.
Alcune aziende hanno fatto dell’uso di fibre naturali un elemento distintivo della propria comunicazione. Si tratta soprattutto di piccoli brand di abbigliamento sportivo dall’aspetto curato e alla moda – il cosiddetto athleisure – , che puntano su materiali naturali e “sostenibilità” per contrapporsi all’abbigliamento sportivo sintetico. È il caso per esempio di Studio K di Miki West, che dichiara di utilizzare materiali «non tossici».
Gli esperti di fibre tessili raccontano però che la demonizzazione del poliestere è andata «un po’ troppo in là», come titola un recente articolo dell’Atlantic.
Per esempio Whitney Crutchfield, che insegna sviluppo tessile al Fashion Institute of Technology di New York, ha ricordato che nella moda il poliestere esiste perché «ha proprietà molto utili che non si trovano in natura»: è resistente all’usura, tende a non sgualcirsi e può mantenere a lungo la propria forma. Le fibre sintetiche assorbono meglio alcuni coloranti e non scoloriscono come fanno quelle naturali, sono facili da lavare, asciugano in fretta, molte sono idrorepellenti ed esistono tessuti sintetici che permettono di proteggersi dai raggi UV.
Proprio per queste caratteristiche sono le fibre utilizzate in capi che devono essere resistenti come le giacche e i rivestimenti delle valigie, che asciughino in fretta come i costumi da bagno e che siano elastici come tutto l’abbigliamento sportivo.
Un’altra contraddizione che riguarda la fissazione con le fibre naturali è l’idea che siano automaticamente più sostenibili di quelle sintetiche. Non è sempre così.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) la coltivazione del cotone consuma annualmente 200mila tonnellate di pesticidi e 8 milioni di tonnellate di fertilizzanti, pari rispettivamente al 16 per cento e al 4 per cento del consumo globale. In più la sua coltivazione richiede un enorme consumo di acqua: l’agenzia dell’Unione europea per l’ambiente dice che per produrre 1 chilo di cotone sono necessari circa 10mila litri di acqua.
Molti content creator ed esperti di tessuti come Rebecca Earley, ricercatrice nel campo dei tessuti per la moda sostenibile, sono quindi d’accordo sul fatto che la predilezione automatica per le fibre naturali sia diventata una sorta di scorciatoia mentale per valutare la sostenibilità di un capo. Earley dice che i tessuti naturali come il cotone, il lino e la seta vengono idealizzati ma nessuno è veramente «leggero per il pianeta».
Una valutazione del genere richiederebbe molte informazioni che non finiscono sulle etichette dei vestiti: sulla coltivazione, la raccolta, la lavorazione, la sbiancatura, la tintura e le condizioni di lavoro nella filiera produttiva.
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